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Starmer e l’arte di restare incollati alla poltrona: la rivolta dei “Backbenchers” e l’ombra di Gordon Brown

La mossa di Starmer potrebbe non essere debolezza, ma un calcolo cinico: aspettare che i ribelli si dividano tra i vari candidati (Streeting vs Rayner) per emergere come l’unico punto di equilibrio possibile, seppur debole.

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Il naufragio è servito, ma il capitano non intende abbandonare la nave. Anzi, si è fatto incollare  all’albero maestro, chiamando in soccorso i fantasmi del passato. La situazione politica nel Regno Unito ha superato la soglia del drammatico per sfociare nel grottesco: Sir Keir Starmer, dopo aver guidato il Labour a una sconfitta elettorale locale di proporzioni storiche, ha deciso che la soluzione non sono le dimissioni, ma una “consulenza” con Gordon Brown.

Sì, proprio quel Gordon Brown che i britannici ricordano come l’uomo della crisi del 2008. Una mossa che a molti osservatori di Scenarieconomici.it ricorderà la tipica strategia delle élite tecnocratiche europee: quando il popolo ti boccia, tu rispondi arroccandoti nel palazzo e circondandoti di “esperti” che il popolo aveva già bocciato anni prima. L’importante non è governare bene, ma occupare una poltrona.

Un massacro elettorale senza precedenti

I numeri non mentono, e quelli usciti dalle urne delle elezioni locali sono impietosi. Il Labour ha perso la bellezza di 1.492 seggi. Non si tratta di un semplice segnale di scontento, ma di un vero e proprio “urlo d’angoscia” — per citare la Segretaria all’Istruzione Bridget Phillipson — che attraversa tutto il Paese. Una crisi di rigetto del governo Starmer.

La sconfitta non ha risparmiato nessuno dei feudi storici:

  • In Inghilterra: emorragia di consiglieri e perdita di centri nevralgici.
  • In Galles: una batosta che mette in discussione la tenuta stessa del partito a livello regionale, con le dimissioni del primo ministro laburista e il partito che arriva dopo i Verdi e il Reform di Nigel Farage.
  • In Scozia: il Labour continua a scivolare nell’irrilevanza, incapace di intercettare il voto di protesta.

In questo scenario, la risposta di Starmer è stata un capolavoro di negazione della realtà. Invece di fare un passo indietro per “responsabilità verso il Paese”, ha promesso un “reset” per lunedì, basato sulla speranza e sui giovani. Peccato che, nel frattempo, il suo indice di gradimento stia sprofondando sotto i livelli di Nigel Farage.

Lo “Stalking Horse” di Catherine West

Mentre Starmer si prepara al suo ennesimo discorso programmatico che verrà letto da Re Carlo III il prossimo 13 maggio, all’interno del partito la tensione è giunta al punto di rottura. Catherine West, ex sottosegretario e figura di spicco dei backbenchers (i deputati senza incarichi di governo, che quindi hanno tutto da perdere dal governo Starmer), ha lanciato un ultimatum senza precedenti: o il Gabinetto agisce entro lunedì per rimuovere Starmer, o si candiderà lei stessa per la leadership.

Tecnicamente, quello della West è quello che nel gergo politico britannico viene chiamato uno “stalking horse” (un cavallo di paglia): una candidatura di disturbo, portata avanti da una figura non necessariamente di primo piano, col solo scopo di testare la vulnerabilità del leader e aprire la strada ai veri pesi massimi, come Wes Streeting o Angela Rayner.

Nel Partito e nei Sindacati si levano vere e proprie grida di dolore che non si accontentano più solo di un cambio di passo o di programma, ma vogliono proprio una variazione nella leadership, nella speranza di migliorare la situazione elettorale. Peccato che, almeno per ora, Starmer sia disposto alle elezioni anticipate, disastrose, piuttosto che lasciare il posto.

L’ironia di una leadership in “torpore”

La West ha dichiarato candidamente di voler far uscire il Gabinetto dal suo “torpore”. La sua proposta è quasi divertente nella sua schiettezza: suggerisce a Starmer di farsi da parte e accettare un “ruolo internazionale”, magari dove la sua capacità di comunicare messaggi tecnocratici sia meno dannosa per le sorti elettorali del Labour. Con un po’ di ironia potrebbe diventare ambasciatore a Washington al posto di Mandelson,la cui nomina ha causato uno scandalo che ha segnato fortemente Starmer.

Ma Starmer, con una resilienza che rasenta l’ostinazione, non ci sta. La sua strategia di sopravvivenza si basa sul dividere gli avversari. Sostenendo la propria permanenza, sta di fatto bloccando figure popolari come Andy Burnham, che essendo “fuori” dal Parlamento non può partecipare alla corsa per la leadership se questa iniziasse domani. Questo gioco di sponda favorisce i rivali interni già presenti a Westminster, creando un paradosso: i sostenitori di Burnham sono furiosi perché la sfida della West potrebbe regalare la corona a  Wes Streeting, ora segretario alla salute, per acclamazione e mancanza di avversari parlamentari di peso.

Wes Streeting, segretario labrsta alla salute

Wes Streeting, segretario labrsta alla salute, possibile successore di Starmer

Nigel Farage verso il potere

Dal punto di vista della nostra analisi, il caos politico britannico non è solo una questione di nomi. Un governo paralizzato da lotte intestine è un governo incapace di affrontare la crisi del costo della vita che attanaglia il Regno Unito. La visione economica di Starmer, finora troppo timida e ancorata a una gestione tecnocratica della spesa, non ha fornito lo stimolo necessario alla domanda interna.

Il rischio reale, evocato da molti deputati laburisti (tra cui il veterano John McDonnell), è che questo vuoto di leadership spalanchi le porte a Nigel Farage e a Reform UK. In un paese che non trova soluzioni per il futuro, ma fa finta di giocare ancora alla grande potenza, come se nulla fosse, mentre non riesce a controllare l’immigrazione irregolare, Farage sembra essere l’unica seria alternativa.

Un destino segnato?

La sopravvivenza di Starmer appare sempre più legata a manovre di palazzo piuttosto che al consenso popolare. Arruolare Gordon Brown è il segnale definitivo di una leadership che guarda allo specchietto retrovisore mentre l’auto sta finendo fuori strada. Se lunedì il “reset” di Starmer non sarà accompagnato da un radicale cambio di rotta economico e politico, lo “stalking horse” della West potrebbe trasformarsi in una vera valanga.

La domanda rimane: Starmer preferisce salvare se stesso o salvare il partito dalla definitiva irrilevanza? Al momento, la poltrona sembra avere la priorità su tutto.

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