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Spagna, l’illusione del posto fisso finisce in tribunale: 1,25 milioni di licenziati e contenziosi fuori controllo

Record nero del lavoro in Spagna: 1,25 milioni di contratti saltati in sette mesi. La riforma che prometteva stabilità moltiplica licenziamenti, addii in periodo di prova e cause nei tribunali.

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In soli sette mesi, oltre 1,25 milioni di lavoratori spagnoli hanno perso il posto di lavoro, segnando il peggior record dal 2013. Una vera e propria emorragia che smentisce la narrazione ufficiale sul presunto trionfo dell’occupazione iberica: i licenziamenti superano dell’80% i livelli fisiologici, spinti paradossalmente da quella stessa riforma che doveva garantire il lavoro stabile a vita.

I numeri della previdenza sociale spagnola mostrano una realtà cruda. Da gennaio a luglio si contano 626.916 licenziamenti veri e propri e 621.475 contratti interrotti durante il periodo di prova. La somma dipinge un quadro di profonda instabilità, dove l’ambizione politica di cancellare la precarietà per decreto si è scontrata con le leggi basilari della produzione.

Il quadro delle uscite dal lavoro in Spagna (dati gennaio-luglio)

VoceDati registratiLivello atteso (base 2019)Scostamento
Licenziamenti formali626.916~380.000+65%
Mancato superamento prova621.475~313.000+98%
Totale posti persi1.248.391693.561+80,0%
Di cui contratti a tempo indeterminato1,03 milioni~493.000+109%

(Fonte: elaborazione dati Tesorería General de la Seguridad Social)

Un aumento così violento non si spiega con la semplice crescita degli occupati. Se il mercato si muovesse secondo i ritmi pre-pandemia, i posti persi sarebbero stati circa 693 mila. Ne mancano all’appello oltre 554 mila: una voragine.

Anche depurando i dati dall’andamento economico generale, emerge che almeno il 20,9% di questo eccesso di uscite è una conseguenza diretta delle nuove norme volute dal governo.

La riforma del 2021, guidata dalla ministra Yolanda Díaz, ha quasi bandito i tradizionali contratti a termine. L’idea di fondo era semplice, quasi ingenua: obbligare le aziende a fare solo contratti a tempo indeterminato per rendere tutti i lavoratori sicuri e stabili.

Tuttavia, l’economia reale non funziona per ordini governativi. I settori trainanti della Spagna, come il turismo, la ristorazione, l’agricoltura e la logistica, vivono di stagionalità e picchi di lavoro improvvisi. Se un albergo sulla costa o un’azienda agricola non possono più assumere per tre mesi con un contratto stagionale pulito, cosa fanno? Assumono a tempo indeterminato, ma solo sulla carta.

Nei fatti, le imprese hanno adattato le regole per sopravvivere. Non potendo lasciar scadere un contratto a termine, usano due vie d’uscita: il mancato superamento del periodo di prova oppure il licenziamento diretto.

I numeri lo provano senza pietà:

  • I contratti stabili cancellati durante la prova sono esplosi del 402%.
  • I licenziamenti veri e propri di lavoratori a tempo indeterminato sono saliti del 213% rispetto al periodo pre-crisi.
  • Nel 2019 la maggioranza delle uscite riguardava lavoratori temporanei (56%); oggi l’83% colpisce chi aveva un contratto fisso.

Il lavoratore non ha guadagnato sicurezza economica. Si trova invece trasformato in quello che gli analisti chiamano «personale a tempo indeterminato usa e getta». La durata media prima di perdere l’impiego si è allungata solo di poco, passando da 189 giorni nel 2019 a 236 giorni nel 2025. Alla fine le tutele sono perfino inferiori rispetto a quelle dei contratti a tempo determinato classico che, se non altro regolava inizio e fine con precisione. Ora tutto avviene in modo più selvaggio.

Qui nasce il vero nodo che sta paralizzando le relazioni industriali spagnole: l’esplosione dei contenziosi legali e delle cause di lavoro. Quando scadeva un vecchio contratto a termine, il rapporto finiva in modo pacifico: il dipendente riceveva la sua liquidazione ordinaria e finiva lì. Oggi, per mandare via un dipendente a tempo indeterminato, l’azienda deve dichiarare che non è idoneo durante la prova o deve licenziarlo. Questo lascia paerta la porta a un contenzioso che non serve a nessuno, se non agli avvocati giuslavoristi.

La metà dei licenziamenti registrati è oggi formalmente di tipo disciplinare. Spesso si tratta di una scusa tecnica usata dai datori di lavoro per interrompere il rapporto in fretta. Il lavoratore, sentendosi ingiustamente accusato e privato di tutele, impugna l’atto e si rivolge ai sindacati e agli avvocati. Tra l’altro un licenziamento disciplinare confermato dal tribunale lascia una sorta di macchia sul curriculum lavorativo che i normali contratti a termine non creano.

Il governo ha cercato di fermare i tagli rendendo i licenziamenti più difficili e introducendo nuovi vincoli giudiziari, ma questa strategia di deterrenza legale non ha salvato i posti: ha solo ingolfato i tribunali, moltiplicato le spese legali per le piccole imprese e creato rancore sociale. Senza investimenti strutturali e senza una politica industriale che sostenga la domanda interna e la produttività, cambiare il nome ai contratti produce solo illusioni statistiche. Si è creata una precarietà più aggressiva, che finisce dritta davanti ai giudici del lavoro. L’occupazione non si crea per legge, anzi l’effetto di queste normative è quello di disincentivare le assunzioni.

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