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L’illusione da 1.700 miliardi: i conti di Goldman Sachs sull’intelligenza artificiale rischiano di far saltare il banco
Goldman Sachs calcola che per giustificare 1.700 miliardi di spese le Big Tech dovranno incassare cifre astronomiche entro il 2030: ma tra svalutazioni record e prezzi dei chip in caduta, il rischio bolla è concreto.

I colossi tecnologici americani stanno scavando una voragine finanziaria senza precedenti nella storia industriale. Se le promesse commerciali sui modelli generativi non si trasformeranno in fatture saldate entro il 2028, il contraccolpo sui mercati del credito e sull’economia reale rischia di essere devastante.
Per mesi la narrazione dominante della Silicon Valley e dei grandi broker finanziari ha ignorato un dettaglio fondamentale. Comprare semiconduttori all’infinito è facile se i mercati obbligazionari concedono credito a buon mercato; incassare i soldi necessari per ripagarli è tutta un’altra faccenda.
Ora, la banca d’affari Goldman Sachs ha deciso di fare i conti della serva con un foglio elettronico alla mano. Lo studio analizza i sei grandi gruppi della tecnologia statunitense (Alphabet, Microsoft, Amazon, Meta, Oracle e SpaceX) per capire quanti ricavi servano davvero per giustificare la valanga di spese in conto capitale. I numeri che ne risultano sono da capogiro.
La voragine dei costi: 1.420 miliardi di ricavi obbligatori
Nel solo biennio 2026-2027, la spesa per infrastrutture di calcolo ammonterà a circa 1.730 miliardi di dollari. Di questi, il 70% andrà direttamente in server, processori avanzati e reti di connessione veloci, mentre il restante 30% servirà per costruire gli edifici fisici e acquistare terreni.
Per garantire a questa montagna di investimenti un rendimento sul capitale investito (ROIC) del 15%, considerato il minimo sindacale per non distruggere valore per gli azionisti, i sei colossi dovranno generare 1.420 miliardi di dollari di fatturato cumulativo tra il 2028 e il 2030.
In termini fisici, significa estrarre circa 11,6 miliardi di dollari di ricavi all’anno per ogni singolo gigawatt di potenza elettrica impegnato nei centri di calcolo.
| Voce finanziaria | Valore stimato (Fase 2: 2026-2027) | Impatto operativo |
| Spesa in conto capitale (Capex) | 1.730 miliardi di dollari | Acquisto di chip, server e centri dati |
| Ammortamenti annui stimati | 276 miliardi di dollari all’anno | Svalutazione rapida dell’hardware |
| Ricavi cumulativi necessari (2028-2030) | 1.420 miliardi di dollari | Obiettivo per raggiungere il 15% di ROIC |
| Impegni fuori bilancio non calcolati | Circa 3.000 miliardi di dollari | Leasing e veicoli societari speciali (SPV) |
La cifra di 1.420 miliardi di dollari è enorme. Rappresenta una massa monetaria superiore al prodotto interno lordo di nazioni industriali avanzate come la Spagna o l’Australia, che dovrebbe materializzarsi in appena un triennio.
Il vero killer silenzioso: l’ammortamento delle macchine
Nel modello contabile, la voce più insidiosa non è il fatturato lordo, ma l’ammortamento. Per coprire la svalutazione dell’hardware e delle strutture fisiche acquistate in appena due anni di frenesia, i gruppi tecnologici dovranno spesare nei loro bilanci circa 276 miliardi di dollari all’anno. Questa cifra supera di quasi due volte il reddito operativo che gli stessi impianti dovrebbero produrre. Del resto parilamo di beni ad alta obsolescenza tecnologica, non sono ammortizzabili in oltre 5 anni, perché sono beni che si deprezzano rapidamente.
Infatti proprio questa è la vera domanda chiave: quanto dura davvero un chip per l’intelligenza artificiale? Una domanda essenziale se si vuole calcolare l’ammortamento corretto.
Goldman Sachs ipotizza ottimisticamente una vita utile di cinque anni per i server. Ma con Nvidia che lancia una nuova architettura di chip ogni dodici mesi, l’obsolescenza commerciale arriva molto prima.
Se la vita reale dell’hardware fosse di soli tre anni, il costo annuale di ammortamento schizzerebbe verso l’alto. I ricavi necessari per non andare in perdita diventerebbero un miraggio irraggiungibile per chiunque. Potremmo trovarci anche di fronte a una situazione in cui la vita residua è coerente con i cinque anni, ma il valore reale è molto più basso, perché orami superato da nuove generazioni tecnologiche. Un’altra situazione pericolosa perché il valore teorico sarebbe superiore a quello pratico in caso di vendita.
Prezzi al collasso e clienti a corto di liquidità
La tesi rialzista delle banche sostiene che i ricavi siano a portata di mano perché i contratti già firmati dalle piattaforme cloud ammontano a circa 1.690 miliardi di dollari. Tuttavia, questa apparente certezza si scontra con tre problemi concreti:
- Gli impegni non sono ordini vincolanti: gran parte del portafoglio ordini include stime commerciali generiche e impegni pluriennali non vincolanti. Queste cifre potrebbero cambiare domani.
- I clienti rischiano l’insolvenza: una quota consistente della domanda proviene da laboratori e startup di intelligenza artificiale che bruciano cassa a ritmi vertiginosi e dipendono totalmente dall’ingresso di nuovi capitali per non chiudere i battenti.
- Crollo dei prezzi della potenza di calcolo: la concorrenza feroce e l’aumento dell’offerta stanno già provocando un crollo verticale del costo di noleggio dei chip e delle tariffe per milione di token elaborati. In questo la concorrenza cinese è un problema non da poco. Molte start-up usano questi modelli a basso prezzo.
La favola economica dell’offerta scarsa, che permetteva margini monopolistici, sta svanendo rapidamente. Se la capacità di calcolo diventa abbondante, i margini crollano, ma i debiti accumulati per costruire le centrali restano intatti.
Il debito nascosto e le ricadute sull’economia reale
Il rapporto di Goldman Sachs lascia deliberatamente fuori dal calcolo circa 3.000 miliardi di dollari di debiti fuori bilancio. Si tratta di contratti di locazione finanziaria, accordi di fornitura energetica a lungo termine e veicoli societari costituiti ad hoc per non appesantire direttamente i conti societari.
Questa montagna di passività è stata finanziata dal mercato obbligazionario societario, dai fondi pensione e dal credito privato. Siamo di fronte a una classica bolla da sovrainvestimento tecnologico? Lo sapremo nel momento in cui il rendimento del capitale marginale scendera al di sotto del costo del debito, salterà l’illusione e resteranno solo dei dolorosi default sul debito. L’aumento dei costi d’interesse sta accelerando questo redde rationem.
La ricaduta non rimarrà confinata al listino azionario del Nasdaq. Se gli investimenti si bloccano, l’impatto si trasmetterà direttamente all’economia tangibile: ordini industriali cancellati per le reti elettriche, crisi nei portafogli dei fondi di credito che hanno finanziato le infrastrutture e contrazione dell’occupazione qualificata.
I numeri attuali dimostrano che gli investimenti sono ampiamente sproporzionati rispetto alle reali capacità di monetizzazione dell’utente finale. Per evitare lo scoppio disordinato della bolla, i vertici aziendali continuano a promettere ritorni miracolosi, ma i bilanci, alla fine, presentano sempre il conto.







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