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Sovranisti, prima bisognerebbe capire cos’è la sovranità
Qual è il vero significato della “Sovranità” e come questo impatti sulla democrazia e sulla responsabilità politica

Ormai da troppi anni la parola sovranità sembra aver assunto, quasi paradossalmente, un’accezione negativa. Chi richiama il principio della sovranità nazionale viene immediatamente classificato come “sovranista”, termine utilizzato sempre più spesso non per descrivere una posizione politica, ma per squalificarla in partenza.
Eppure sarebbe opportuno porsi una domanda preliminare: siamo sicuri di sapere che cosa significhi davvero sovranità?
Uno Stato sovrano non è uno Stato autarchico. Non è uno Stato che si chiude entro i propri confini, rifiuta i trattati internazionali, le alleanze, gli accordi commerciali o la cooperazione con altre nazioni. Al contrario, uno Stato sovrano può assumere obblighi internazionali, partecipare a organizzazioni sovranazionali e decidere di esercitare insieme ad altri determinate competenze.
La questione è completamente diversa.
Sovranità significa conservare la titolarità politica delle decisioni fondamentali che riguardano una comunità nazionale. Significa poter scegliere quali accordi sottoscrivere, quali vincoli assumere e quali competenze condividere, conservando però, sulle questioni fondamentali, la possibilità della decisione finale.
Ed è qui che entra in gioco la democrazia.
In uno Stato democratico quella decisione viene esercitata in forza di una legittimazione che risale al voto dei cittadini. Chi governa decide, ma proprio perché decide deve rispondere delle proprie decisioni. Se sbaglia, l’elettore deve poter individuare il responsabile e sanzionarlo politicamente.
La sovranità, quindi, non è soltanto potere di decidere. È potere della decisione finale accompagnato dalla responsabilità di risponderne.
Essere sovranisti, se vogliamo utilizzare questa espressione, dovrebbe significare anzitutto difendere questo principio: una nazione può cooperare con chiunque, può vincolarsi attraverso trattati e può condividere l’esercizio di determinate competenze, ma deve conservare un rapporto riconoscibile fra decisione, mandato popolare e responsabilità.
Ed è precisamente su questo punto che occorre interrogarsi sull’Unione europea e, in particolare, sul ruolo assunto dalla Commissione europea.
La Commissione esercita un potere d’iniziativa politica e normativa capace di incidere profondamente sulle scelte degli Stati membri. Propone gli atti legislativi dell’Unione, promuove le politiche europee, vigila sull’applicazione dei Trattati ed esercita rilevanti funzioni di coordinamento, esecuzione e gestione. Eppure non riceve direttamente alcun mandato popolare attraverso il suffragio universale e non risponde direttamente agli elettori delle conseguenze delle proprie iniziative.
È qui che emerge la distorsione sulla quale dovremmo riflettere.
Abbiamo costruito un sistema nel quale un’istituzione priva di un’investitura popolare diretta può assumere un ruolo determinante nell’avvio e nell’indirizzo di decisioni destinate a condizionare profondamente le politiche nazionali. Ma quando quelle politiche producono conseguenze negative, il cittadino non dispone nei confronti della Commissione dello stesso rapporto democratico che possiede nei confronti delle istituzioni nazionali alle quali ha conferito il proprio mandato.
Questo è il punto essenziale: chi esercita il potere, riservandosi la possibilità di avere l’ultima decisione, deve ricevere anche una legittimazione democratica riconoscibile e deve rispondere delle conseguenze del suo esercizio.
Ed è ancora più significativo che gli stessi Trattati prevedano, all’articolo 5 del Trattato sull’Unione europea, il principio di sussidiarietà: nelle materie che non appartengono alla competenza esclusiva dell’Unione, il livello europeo dovrebbe intervenire quando gli obiettivi non possono essere sufficientemente realizzati dagli Stati e possono essere conseguiti meglio a livello dell’Unione.
In termini molto più semplici: all’Europa ciò che l’Europa può fare meglio nell’interesse comune; agli Stati ciò che gli Stati possono fare meglio autonomamente.
Il problema è che troppo spesso abbiamo assistito alla tendenza opposta: un progressivo ampliamento dell’intervento europeo anche in ambiti nei quali non è affatto evidente che la centralizzazione produca risultati migliori.
Ed è proprio qui che sovranità e sussidiarietà finiscono per incontrarsi. Cooperare non significa consegnare ad altri l’ultima parola. Una nazione rimane sovrana quando può partecipare a qualsiasi accordo, assumere vincoli e condividere competenze, conservando sulle decisioni fondamentali la possibilità della decisione finale, esercitata in forza di un mandato democratico popolare al quale deve rispondere.
Forse, allora, prima di utilizzare “sovranista” come un termine dispregiativo, bisognerebbe ricordare che cosa significa davvero la parola dalla quale deriva.
Sovranità è poter cooperare con gli altri conservando, sulle decisioni fondamentali, l’ultima parola e la responsabilità democratica di esercitarla.
Antonio Maria Rinaldi







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