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Scostamento di bilancio, il conto dell’inverno e il doppio vincolo di Meloni
L’inflazione torna al 4,2%, l’energia corre, l’Europa entra nell’inverno con scorte diseguali e l’Italia deve contemporaneamente ridurre il deficit e sostenere un debito vicino al 140% del Pil. Ma il 2027 sarà anche l’ultimo anno della legislatura.

Scostamento di bilancio, il conto dell’inverno e il doppio vincolo di Meloni
L’inflazione torna al 4,2%, l’energia corre, l’Europa entra nell’inverno con scorte diseguali e l’Italia deve contemporaneamente ridurre il deficit e sostenere un debito vicino al 140% del Pil. Ma il 2027 sarà anche l’ultimo anno della legislatura.
Prima di discutere se serva o meno uno scostamento di bilancio bisognerebbe chiarire cosa significhi realmente questa espressione, diventata ormai parte del lessico politico ma spesso utilizzata in maniera impropria. Uno scostamento non crea risorse. Crea spazio fiscale.
In termini sostanziali significa modificare il sentiero programmato dei conti pubblici e autorizzare maggiore indebitamento rispetto a quello precedentemente previsto per finanziare interventi che non trovano copertura attraverso maggiori entrate o minori spese. L’articolo 81 della Costituzione consente il ricorso all’indebitamento, previa autorizzazione delle Camere a maggioranza assoluta, in presenza di eventi eccezionali.
È dunque una decisione politica prima ancora che contabile: si sceglie di trasferire nel tempo una parte del costo di uno shock presente quando si ritiene che non assorbirlo immediatamente possa produrre conseguenze economiche ancora più onerose. Ed è esattamente qui che comincia il problema italiano.
L’Italia è ancora sottoposta alla procedura europea per disavanzo eccessivo aperta nel 2024. (Economy and Finance) Le previsioni di primavera della Commissione indicavano per il 2026 un deficit al 2,9% del Pil, quindi nuovamente sotto la soglia del 3%. Contemporaneamente, però, il debito dovrebbe passare dal 137,1% del Pil del 2025 al 139,2% nel 2027. (Economy and Finance) Non c’è alcuna contraddizione.
La dinamica del debito dipende non soltanto dal deficit annuale, ma dal saldo primario, dalla spesa per interessi, dal rapporto tra tasso d’interesse e crescita nominale e dagli aggiustamenti stock-flussi. Nel caso italiano pesano ancora in maniera significativa i crediti fiscali relativi alle ristrutturazioni edilizie maturati negli anni precedenti. È la stessa Commissione a indicare tra le cause dell’aumento del debito il differenziale sfavorevole interessi-crescita e i consistenti aggiustamenti stock-flussi collegati ai crediti edilizi, mentre l’effetto positivo degli avanzi primari rimane limitato. (Economy and Finance)
Il conto del Superbonus, insomma, non è scomparso insieme alla stagione nella quale fu deciso. Una parte dei suoi effetti finanziari continua a manifestarsi negli anni successivi. Questo è il punto di partenza. Ma non può essere anche quello di arrivo.
Il 2027 non sarà un anno qualsiasi
La prossima legge di bilancio precederà l’ultimo anno naturale della legislatura. E l’economia politica insegna che l’avvicinarsi delle elezioni aumenta inevitabilmente la pressione sui governi affinché restituiscano qualcosa agli elettori: riduzioni fiscali, pensioni, rinnovi contrattuali, trasferimenti, sostegni alle famiglie e alle imprese. È una dinamica conosciuta. Ma proprio per questo bisogna operare una distinzione fondamentale.
Un conto è utilizzare maggiore deficit per distribuire bonus elettorali indiscriminati. Altro è utilizzare temporaneamente lo spazio fiscale per impedire che uno shock esterno sull’energia si trasformi in perdita permanente di capacità produttiva, potere d’acquisto e crescita.
Confondere le due cose sarebbe economicamente sbagliato. E politicamente troppo comodo. Il problema è che questa volta il ciclo elettorale italiano rischia di coincidere con un deterioramento della congiuntura europea assai più serio di quanto previsto soltanto pochi mesi fa.
L’inflazione è tornata a mordere
L’ultimo dato dell’Istat dovrebbe modificare radicalmente la discussione. A settembre l’inflazione italiana è salita al 4,2% su base annua, dal 3,3% di agosto, con un aumento dello 0,7% in un solo mese. Ma è soprattutto la composizione del dato a preoccupare: i beni energetici segnano +22,3%, gli alimentari non lavorati +5,5% e i prodotti ad alta frequenza d’acquisto +5,3%. L’inflazione di fondo, per ora, rimane assai più contenuta, all’1,7%. (Istat)
Quest’ultimo dato è importante perché impedisce allarmismi inutili, ma non ridimensiona il problema sociale. Anzi. L’inflazione non è una tassa formalmente deliberata da un Parlamento, ma produce effetti distributivi molto simili e soprattutto profondamente asimmetrici. Colpisce proporzionalmente di più i redditi medio-bassi, perché sono proprio queste famiglie a destinare una quota maggiore delle proprie disponibilità alle spese incomprimibili: alimentazione, energia, abitazione e trasporti.
Chi dispone di redditi elevati può ridurre il risparmio o rinviare consumi discrezionali. Chi impiega gran parte dello stipendio per acquistare beni essenziali ha margini infinitamente inferiori.
Ed è qui che emerge il problema dei salari. Le retribuzioni stanno recuperando parte del terreno perduto, ma con ritardo. Nel primo semestre 2026 le retribuzioni contrattuali orarie sono aumentate mediamente del 2,6% rispetto allo stesso periodo del 2025. (Istat) Se l’inflazione accelera improvvisamente al 4,2%, il rischio evidente è che il recupero dei salari reali venga nuovamente rallentato.
Questa non è soltanto una questione statistica. È un problema di tenuta sociale. Perché quando energia e beni di prima necessità aumentano più rapidamente dei redditi, la perdita di potere d’acquisto si concentra precisamente sulla parte della popolazione che possiede minori possibilità di difendersi. E lo shock non finisce nelle famiglie.
L’energia più costosa entra nei bilanci delle imprese. Se il maggior costo viene assorbito, comprime margini, investimenti e competitività; se viene trasferito sui prezzi finali, alimenta l’inflazione. Nel frattempo le famiglie, impoverite in termini reali, riducono i consumi.
È la combinazione che una politica economica dovrebbe cercare di evitare: più inflazione, meno domanda interna e minore crescita.
Il problema non è soltanto italiano
Sarebbe però singolare rappresentare l’Italia come un’eccezione fiscale all’interno di un’Europa ordinata. La Francia dovrebbe registrare, secondo le previsioni della Commissione, un deficit del 5,1% del Pil nel 2026 e del 5,7% nel 2027, con un debito destinato a superare il 120%. Anche Parigi è sottoposta a procedura per disavanzo eccessivo. (Economy and Finance)
La Germania, dopo anni di culto dello Schwarze Null, si trova su una traiettoria completamente differente dal passato: deficit previsto al 3,7% nel 2026 e al 4,1% nel 2027, mentre il debito dovrebbe salire dal 63,5% del 2025 al 68% nel 2027. Berlino ha scelto deliberatamente una politica fiscale espansiva per finanziare investimenti, difesa e sgravi fiscali. (Economy and Finance)
Naturalmente sarebbe metodologicamente scorretto concluderne che ciò che può fare la Germania possa automaticamente farlo l’Italia: partire dal 63,5% di debito non equivale a partire da oltre il 137%.
Ma esiste comunque un dato politico che difficilmente può essere ignorato: la principale economia europea sta aumentando deficit e debito per rispondere alle proprie esigenze strategiche proprio mentre all’Italia viene ricordata la necessità di mantenere una traiettoria particolarmente rigorosa.
Il tema, quindi, non può essere semplicemente rigore sì o rigore no. Deve diventare: rigore per quale obiettivo e a quale costo macroeconomico?
L’inverno europeo
A rendere la questione ancora più delicata è l’energia. L’Europa entra nella stagione fredda con gli stoccaggi di gas intorno al 70%, circa dodici punti percentuali sotto lo stesso periodo dell’anno precedente. La Germania si trova in condizioni particolarmente delicate: a fine settembre i suoi depositi erano pieni soltanto per circa il 57%, minimo storico per quel periodo dell’anno. (Reuters)
Questo non significa che Berlino sia alla vigilia di una crisi delle forniture: il sistema europeo è oggi più diversificato e resiliente rispetto al 2022. Significa però che una parte importante dell’Europa dovrà affrontare l’inverno con minori margini di sicurezza e con la necessità di preservare o ricostituire gli stoccaggi.
E tutto questo avviene mentre la chiusura dello Stretto di Hormuz ha ridotto i flussi energetici mondiali e i prezzi europei del gas sono più che raddoppiati nel corso dell’anno. L’Unione importa circa l’80% del gas che consuma. (Reuters)
Per l’Italia la questione è particolarmente concreta: QatarEnergy ha esteso la force majeure sulle forniture di GNL a Edison fino all’inizio di dicembre. (Reuters) Non stiamo quindi discutendo di uno scenario teorico.
Stiamo discutendo di uno shock esterno già in corso, che può trasferirsi dall’energia all’inflazione, dall’inflazione ai redditi reali, dai redditi ai consumi e infine dalla domanda alla crescita.
La risposta di Bruxelles non basta
È in questo contesto che Giorgia Meloni ha scritto a Ursula von der Leyen chiedendo maggiore flessibilità di bilancio per affrontare l’impatto della crisi energetica e dell’inflazione sui conti pubblici.
La risposta iniziale della Commissione è stata fredda: Bruxelles ha ricordato che agli Stati membri è già stata concessa maggiore flessibilità. Va però aggiunto un elemento importante: la stessa Commissione ha ricordato l’esistenza della clausola nazionale di salvaguardia estesa alle misure per la sicurezza energetica. (ANSA.it)
Ed è precisamente qui che la discussione dovrebbe diventare più ambiziosa. Durante il Covid l’Europa attivò la clausola generale di salvaguardia del Patto di stabilità. Il nuovo quadro di governance non ha eliminato questo strumento: la general escape clause continua a consentire agli Stati di deviare temporaneamente dai normali percorsi fiscali in presenza di una grave recessione dell’eurozona o dell’Unione nel suo complesso, purché non venga compromessa la sostenibilità fiscale nel medio periodo. Esiste inoltre una clausola nazionale per circostanze eccezionali fuori dal controllo dello Stato con forte impatto sulle finanze pubbliche. (Economy and Finance)
Non siamo oggi nelle condizioni di affermare che lo shock energetico produrrà danni superiori a quelli del Covid. Sarebbe una previsione non dimostrabile. Possiamo però porre una domanda assai più seria: perché aspettare che il danno raggiunga dimensioni recessive prima di predisporre gli strumenti per impedirlo?
La politica economica non dovrebbe limitarsi a certificare ex post una crisi. Dovrebbe tentare di interromperne preventivamente i meccanismi di trasmissione.
Il vecchio Patto è cambiato, ma i parametri fondamentali derivanti dai Trattati — 3% per il deficit e 60% per il debito — sono rimasti. Sono cambiati i percorsi di aggiustamento, oggi imperniati sulla spesa netta e sui piani fiscali strutturali di medio termine.
Il problema di fondo, però, resta identico: una regola fiscale diventa economicamente controproducente quando obbliga a una restrizione prociclica nel momento in cui l’economia sta già assorbendo uno shock esterno.
Il vero conflitto della prossima manovra
È qui che arriverà inevitabilmente il confronto dentro la maggioranza. Giancarlo Giorgetti ha una funzione istituzionale precisa: difendere la sostenibilità del debito, accompagnare l’Italia fuori dalla procedura per disavanzo eccessivo, preservare la credibilità sui mercati e contenere il costo del finanziamento dello Stato.
I leader dei partiti avranno una razionalità differente: arrivare alla fine della legislatura potendo dimostrare al proprio elettorato di avere mantenuto almeno una parte significativa delle promesse formulate nel 2022.
Non è necessario attribuire torti o ragioni. Sono semplicemente due funzioni differenti della politica economica che, nell’ultimo anno di legislatura, rischiano di entrare in collisione.
E qui Giorgia Meloni incontrerà probabilmente uno dei dilemmi più difficili dei suoi cinque anni di governo.
Un Paese che cresce poco non può neppure trasformare il rispetto del sentiero fiscale in un obiettivo indipendente dalle condizioni dell’economia reale. Perché il debito non si governa soltanto comprimendo il numeratore. Si governa facendo crescere anche il denominatore.
E se per ridurre qualche decimale di deficit si comprimono investimenti, consumi e produzione, il risultato può essere paradossale: conti formalmente migliori oggi e sostenibilità del debito più difficile domani.
Dal vincolo esterno al vincolo interno
Per trent’anni gran parte della politica economica italiana è stata raccontata attraverso la categoria del vincolo esterno. Bruxelles. I mercati. Lo spread. Il Patto di stabilità. Le raccomandazioni europee. I parametri di Maastricht. A torto o a ragione, molte decisioni sono state spiegate agli italiani attraverso ciò che l’Italia “doveva fare” perché imposto o richiesto dall’esterno.
Nel 2027, però, a questo vincolo potrebbe aggiungersene uno nuovo. Un vincolo interno.
Si chiama Roberto Vannacci e, politicamente, Futuro Nazionale nasce anche su un terreno molto preciso: ricordare al centrodestra che le promesse fatte agli elettori devono essere mantenute.
Non è un vincolo giuridico né economico. È un vincolo politico. E proprio per questo, nell’ultimo anno della legislatura, potrebbe diventare tutt’altro che irrilevante.
Ogni promessa rinviata per esigenze di bilancio, ogni misura sacrificata sull’altare dei saldi, ogni nuovo “ce lo chiede l’Europa” può trasformarsi in materia di competizione all’interno dello stesso spazio politico. Ed è qui che lo scostamento di bilancio smette definitivamente di essere una questione per ragionieri.
Il dilemma che attende Meloni non è scegliere semplicemente tra rigore e deficit. È molto più complesso: come mantenere sostenibile un debito senza soffocare un’economia esposta a uno shock energetico; come difendere il potere d’acquisto senza trasformare l’emergenza in una stagione di bonus elettorali; come rispettare gli impegni europei mentre Francia e Germania perseguono, con modalità differenti, politiche fiscali compatibili con le proprie priorità; e infine come arrivare alle elezioni spiegando agli italiani non soltanto quali conti sono stati messi in ordine, ma quale economia è stata loro lasciata.
Perché alla fine i governi non vengono giudicati dagli elettori sul rapporto deficit/Pil preso isolatamente. Vengono giudicati sul lavoro, sui salari, sulle tasse, sul costo della vita e sulle aspettative per il futuro.
Per decenni il vincolo esterno ha indicato alla politica italiana i confini di ciò che poteva fare. Ora sta emergendo un vincolo interno che le chiederà conto di ciò che aveva promesso di fare. Tra i due si giocherà una parte decisiva dell’ultima legge di bilancio della legislatura.
Antonio Maria Rinaldi







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