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Scacco matto nel deserto: la Cina si prende il petrolio iracheno mentre gli USA guardano

Mentre gli USA si impantanano nella crisi del Medio Oriente, la Cina fa scacco matto: scoperto a Najaf un giacimento da 8,8 miliardi di barili. Ecco come Pechino si sta prendendo il petrolio iracheno e come Baghdad cerca di aggirare il blocco di Hormuz.

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I vasti e polverosi deserti dell’Iraq non sono solo sabbia, ma il vero scacchiere dove le grandi potenze si giocano il futuro energetico globale. E, a quanto pare, qualcuno sta vincendo a mani basse. Mentre gli Stati Uniti e la Russia perdono progressivamente la loro presa politica (e fisica) sulla regione, impantanati in dinamiche di sicurezza sempre più complesse, la Cina avanza. Senza sparare un colpo, Pechino sta mettendo le mani sulle immense riserve di greggio di Baghdad.

L’ultimo colpo di scena arriva dalla provincia meridionale di Najaf, al confine con l’Arabia Saudita. Il governo iracheno ha annunciato una scoperta epocale nel blocco esplorativo di Al-Qarnain. Non si tratta di un ritrovamento da poco: parliamo di un giacimento “supergigante”.

I numeri della scoperta

Per capire l’entità del ritrovamento fatto dalla compagnia statale cinese Zhenhua Oil (tramite la controllata Qurnain Petroleum Limited), basta guardare i dati preliminari del pozzo esplorativo Shams-11:

  • Riserve stimate: 8,83 miliardi di barili.
  • Qualità: Greggio leggero (molto richiesto dal mercato).
  • Impatto: Basterebbe a coprire il fabbisogno di una nazione europea di medie dimensioni per oltre un decennio.

Il blocco Al-Qarnain si estende per quasi 8.800 chilometri quadrati in una zona finora inesplorata a sud est di Najaf. La presenza del ministro del petrolio iracheno, Hayyan Abdul Ghani, all’incontro con la delegazione cinese testimonia che per Baghdad questa non è solo economia, ma la via per la salvezza nazionale. La Zhenhua Oil ha già proposto una strategia “fast-track” per passare dall’esplorazione alla produzione commerciale nel minor tempo possibile.

Il paradosso americano e la strategia cinese

C’è una sottile, amara ironia in tutto questo. Gli Stati Uniti hanno speso trilioni di dollari e decenni per cercare di stabilizzare (o controllare, a seconda dei punti di vista) il Medio Oriente. Oggi, le compagnie americane stanno cedendo asset. Gli USA affrontano enormi problemi di sicurezza nell’area, costretti a difendere rotte commerciali e a gestire crisi militari.

La Cina, al contrario, si presenta con un approccio puramente commerciale. Sfrutta le tecnologie di perforazione avanzate e investe dove gli altri fuggono. Pechino si è ritagliata il ruolo di partner affidabile per lo sviluppo, disinteressato alle beghe religiose tra sunniti e sciiti, ma molto interessato ai barili al giorno.

La Crisi di Hormuz e la Via d’Uscita dell’Iraq

Questa scoperta, però, arriva nel momento più drammatico per l’economia irachena. Prima della chiusura dello Stretto di Hormuz e dell’escalation militare nell’area, l’Iraq viaggiava a gonfie vele: produceva circa 4,5 milioni di barili al giorno e ne esportava 3,5 milioni. Il 90% di questo fiume d’oro nero passava proprio da Hormuz.

Oggi, con lo Stretto bloccato e le esportazioni crollate dell’80% (con mancati incassi per miliardi di dollari al mese), l’Iraq rischia il collasso finanziario. Ma le scoperte cinesi forniscono l’incentivo per una soluzione strutturale. Baghdad sta Investendo in  una massiccia infrastruttura: un grande oleodotto da Bassora ad Anbar, che potrebbe eservire i nuovi pozzi e che quindi permetterebbe di riprendere le esportazioni petrolifere attraverso la Giordania, un apese stabile e il porto di Aqaba, da cui il petrolio potrebbe poi dirigersi sia verso il Mediterraneo, sia verso il Medio Oriente.

Questa infrastruttura, capace di trasportare 2,5 milioni di barili al giorno verso ovest, aggirerebbe del tutto il “collo di bottiglia” del Golfo Persico. Se l’Iraq riuscirà a risolvere questo nodo logistico e la crisi di Hormuz dovesse allentarsi, i nuovi pozzi gestiti dai cinesi a Najaf permetteranno a Baghdad di raggiungere il suo ambizioso obiettivo: produrre 6 milioni di barili al giorno entro il 2029.

In sintesi, mentre l’Occidente guarda il Medio Oriente attraverso il mirino dei problemi di sicurezza, l’Oriente lo guarda attraverso i contratti di estrazione. E, al momento, la contabilità di questi contratti premia decisamente Pechino.

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