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Lagarde, l’indipendenza non può essere a senso unico
La BCE oltre i propri limiti? Le parole di Lagarde in TV riaccendono lo scontro sul Patto di Stabilità: ecco perché le regole europee non sono uguali per tutti.

Formalmente, l’osservazione appare corretta. La nuova governance economica europea contiene infatti strumenti di flessibilità già incorporati nel quadro normativo. Tuttavia, proprio il nuovo Patto di stabilità prevede espressamente, all’articolo 26, la possibilità di attivare clausole di salvaguardia in presenza di circostanze eccezionali che incidano significativamente sulle finanze pubbliche o sulla situazione economica di uno o più Stati membri. E soprattutto stabilisce che tale valutazione richieda una decisione discrezionale della Commissione europea, successivamente sottoposta al Consiglio.
Ed è precisamente qui che emerge il nodo centrale della questione. Perché il punto non è stabilire se le regole europee debbano essere rispettate oppure no. Il punto è comprendere che le stesse regole prevedono margini di flessibilità proprio perché l’Unione europea non è economicamente omogenea.
Le economie dei Paesi membri presentano infatti profonde asimmetrie, particolarmente evidenti sul fronte energetico. Alcuni Stati sono molto più esposti alle tensioni internazionali sui prezzi dell’energia; altri dispongono di approvvigionamenti più stabili o di strutture produttive meno vulnerabili agli shock energetici. Vi sono differenze industriali, produttive e commerciali che inevitabilmente producono effetti differenti sui bilanci pubblici e sulla competitività.
Per questa ragione, il richiamo a regole che “valgono per tutta Europa”, se interpretato in modo rigidamente uniforme, rischia di apparire riduttivo rispetto alla complessità reale dell’economia europea. Ed è proprio per tenere conto di queste differenze che il legislatore europeo ha previsto clausole di salvaguardia e margini discrezionali affidati alla Commissione e al Consiglio. Se tali valutazioni fossero automatiche o rigidamente predeterminate, quelle clausole semplicemente non avrebbero motivo di esistere.
Ed è qui che si apre un tema istituzionale delicato. Stabilire se ricorrano o meno le condizioni per attivare le deroghe previste dall’articolo 26 non rientra nel mandato della Banca centrale europea. Si tratta di una valutazione politica attribuita alle istituzioni competenti della governance europea. La BCE può naturalmente analizzare gli effetti macroeconomici o inflazionistici di determinate politiche fiscali, ma altra cosa è intervenire, anche indirettamente, sull’opportunità di utilizzare strumenti che il legislatore europeo ha esplicitamente previsto.
La questione assume rilievo anche sotto un altro profilo. L’autonomia della BCE rappresenta uno dei pilastri dell’architettura monetaria europea. Tuttavia, tale autonomia si fonda anche sulla capacità dell’istituzione di mantenersi rigorosamente entro il perimetro del proprio mandato. Quando la banca centrale entra in un terreno che implica valutazioni discrezionali riservate agli organi politici europei, il confine tra analisi tecnica e orientamento politico rischia inevitabilmente di diventare meno netto.
Non si tratta di negare alla BCE il diritto di esprimere valutazioni economiche. Sarebbe irrealistico. Ma esiste una differenza sostanziale tra evidenziare i possibili effetti macroeconomici di una scelta fiscale e suggerire implicitamente quale debba essere l’orientamento politico delle istituzioni europee rispetto all’attivazione delle deroghe.
Anche perché l’articolo 26 del nuovo Patto di stabilità nasce proprio per riconoscere che, in presenza di eventi eccezionali, può rendersi necessaria una valutazione flessibile delle regole. Se il legislatore europeo ha previsto esplicitamente un margine discrezionale per Commissione e Consiglio, è difficile sostenere che l’interpretazione di tale flessibilità possa essere anticipata o delimitata dalla BCE.
In questo senso, le dichiarazioni rilasciate da Lagarde durante la trasmissione di Fabio Fazio finiscono inevitabilmente per alimentare un interrogativo più ampio sull’equilibrio tra autonomia monetaria e rispetto delle competenze istituzionali reciproche.
Il tema è particolarmente delicato in una fase nella quale la stessa BCE è stata oggetto di un intenso dibattito sulle proprie scelte di politica monetaria, dalla gestione iniziale dell’inflazione fino alla successiva stretta sui tassi. Proprio per questo, mantenere una chiara separazione tra funzione tecnica e valutazione politica rappresenta probabilmente la condizione più importante per preservare credibilità e autorevolezza istituzionale.
Antonio Maria Rinaldi







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