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SAFE: il vero problema è dimostrare che conviene davvero indebitarsi con l’Unione europea

I fondi europei per la difesa SAFE sono veramente convenienti?

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Le polemiche politiche di queste ore sull’attivazione dello strumento SAFE hanno concentrato l’attenzione sull’opportunità di incrementare la spesa destinata alla difesa. Si tratta di un confronto legittimo, ma che rischia di lasciare sullo sfondo la questione economicamente più rilevante: stabilire se il ricorso ai prestiti europei rappresenti realmente la soluzione finanziariamente più conveniente rispetto all’ordinario ricorso al mercato dei titoli di Stato.

L’Italia ha manifestato la disponibilità ad accedere allo strumento SAFE per un importo massimo di 14,9 miliardi di euro. Tale cifra rappresenta tuttavia il limite della richiesta presentata e non l’ammontare che il Governo intende necessariamente utilizzare. Dalle successive dichiarazioni del Ministro della Difesa, Guido Crosetto, è infatti emerso che il ricorso effettivo ai prestiti europei potrebbe attestarsi in una forchetta compresa tra 5 e 7 miliardi di euro. Resta quindi aperta la questione fondamentale: verificare se, anche per tale importo, il ricorso a SAFE risulti effettivamente più conveniente rispetto al finanziamento diretto mediante emissione di titoli di Stato.

SAFE non mette infatti a disposizione sovvenzioni o trasferimenti a fondo perduto. Si tratta di una linea di credito che dovrà essere integralmente rimborsata, comprensiva degli interessi e degli altri oneri previsti dal regolamento. La provvista sarà raccolta mediante l’emissione di obbligazioni europee e successivamente concessa agli Stati membri sotto forma di prestiti.

È proprio questo meccanismo a porre il principale interrogativo tecnico. Ad oggi non è infatti possibile dimostrare ex ante che tale forma di finanziamento sia economicamente preferibile rispetto all’emissione diretta di BTP. Il costo finale dell’operazione dipenderà dalle condizioni alle quali verrà effettuata la raccolta sui mercati finanziari e dai criteri di imputazione dei relativi oneri ai singoli prestiti.

Sotto questo profilo SAFE presenta una caratteristica inconsueta rispetto alla normale prassi dei contratti di finanziamento. In qualsiasi operazione di credito il debitore conosce preventivamente gli elementi essenziali del rapporto: il tasso d’interesse, la durata, le modalità di rimborso, le eventuali commissioni, gli oneri accessori, le possibili penali e, soprattutto, il costo complessivo dell’operazione oppure i criteri oggettivi che ne consentono la determinazione. Solo disponendo di queste informazioni è possibile valutare consapevolmente la convenienza economica del finanziamento e confrontarla con forme alternative di raccolta.

Nel caso di SAFE, invece, uno degli elementi economicamente più rilevanti – il costo effettivo della provvista raccolta sui mercati finanziari – non risulta integralmente determinabile nel momento in cui lo Stato decide se aderire o meno allo strumento. La verifica della convenienza economica viene pertanto inevitabilmente rinviata ad una fase successiva, quando saranno note le condizioni definitive della raccolta e il relativo costo complessivo.

Questa considerazione assume ancora maggiore rilievo alla luce dell’evoluzione registrata dal mercato del debito pubblico italiano. Negli ultimi anni i BTP hanno continuato a beneficiare di una domanda sostenuta da parte degli investitori, mentre il differenziale di rendimento rispetto ai titoli europei si è progressivamente ridotto rispetto agli anni della crisi del debito sovrano. Ne consegue che l’eventuale vantaggio dell’intermediazione europea non può più essere considerato presunto, ma deve essere dimostrato attraverso un confronto oggettivo dei costi.

Se il costo complessivo del finanziamento ottenuto attraverso SAFE, comprensivo della raccolta effettuata mediante l’emissione di obbligazioni europee e dei relativi oneri, risultasse analogo o addirittura superiore a quello che il Tesoro italiano sosterrebbe collocando BTP di pari durata, lo Stato finirebbe semplicemente per sostituire un debito contratto direttamente sul mercato con un debito intermediato dalle istituzioni europee, senza conseguire alcun effettivo beneficio finanziario.

Per questa ragione la valutazione non dovrebbe essere affidata a presunzioni né a considerazioni di carattere politico, ma esclusivamente ad un’analisi comparativa fondata sui dati. Sarebbe sufficiente rendere pubblico un prospetto che confronti, a parità di scadenza, il costo complessivo dei prestiti SAFE con quello delle corrispondenti emissioni di BTP, includendo il costo della raccolta, gli oneri amministrativi e ogni altra componente economica dell’operazione.

Solo una verifica di questo tipo consentirebbe di accertare se l’intermediazione europea produca un effettivo vantaggio finanziario oppure rappresenti semplicemente una diversa modalità di contrarre lo stesso debito. In materia di finanza pubblica il criterio dovrebbe rimanere immutato: non conta chi eroga il finanziamento, ma quale sia il suo costo complessivo per lo Stato e, in ultima analisi, per i contribuenti italiani.

Antonio Maria Rinaldi

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