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Riprendiamoci le chiavi di casa
Da promessa di ricchezza a gabbia burocratica: perché l’Europa cresce meno degli altri e come la perdita di potere decisionale sta bloccando la nostra economia.

Quando, il 25 gennaio 2014, pubblicai sul noto giornale online Formiche.net l’articolo “Riprendiamoci le chiavi di casa”, pochi immaginavano quanto quello slogan sarebbe diventato attuale negli anni successivi.
L’idea era semplice: una comunità politica non è realmente libera se non dispone degli strumenti necessari per determinare il proprio destino. Quelle “chiavi di casa” rappresentavano la possibilità di decidere autonomamente il proprio futuro, assumendosi la responsabilità delle proprie scelte e dei propri errori.
A distanza di oltre un decennio, quella frase appare più attuale che mai. Negli ultimi anni abbiamo assistito a un progressivo trasferimento di competenze dai Parlamenti e dai governi nazionali verso organismi sovranazionali sempre più lontani dal controllo diretto dei cittadini. Un fenomeno che non riguarda soltanto l’Italia, ma l’intera Europa.
La promessa era chiara: più integrazione avrebbe significato maggiore prosperità, più stabilità, più efficienza e una migliore capacità di affrontare le grandi sfide globali. Tuttavia, osservando la realtà senza pregiudizi ideologici, il bilancio appare assai meno convincente.
L’Europa cresce meno delle principali economie concorrenti, fatica a difendere la propria competitività industriale, dipende dall’esterno per settori strategici fondamentali e vede progressivamente ridursi il proprio peso geopolitico. Al tempo stesso, i cittadini percepiscono una distanza sempre maggiore tra i luoghi in cui vengono assunte le decisioni e quelli in cui si manifestano i loro effetti concreti.
In molti casi questo processo è avvenuto con il consenso più o meno consapevole delle stesse classi dirigenti nazionali. Talvolta per convinzione ideologica, talvolta per convenienza politica, talvolta credendo che trasferire quote di sovranità avrebbe prodotto risultati migliori. In altri casi perché risultava più semplice attribuire a vincoli esterni decisioni che sarebbe stato difficile spiegare e difendere davanti agli elettori.
Le chiavi, dunque, non ci sono state semplicemente sottratte. Le abbiamo consegnate noi stessi.
Nel frattempo si è manifestato un fenomeno ulteriore che merita una riflessione approfondita. Nell’ambito delle istituzioni europee si è progressivamente affermata una discrezionalità politica sempre più ampia nell’interpretazione dei trattati e dei regolamenti. In particolare, la Commissione europea ha assunto nel tempo un ruolo che va ben oltre quello di semplice garante dell’applicazione delle norme comuni, ampliando il proprio spazio di intervento attraverso interpretazioni che incidono direttamente sempre più sugli indirizzi politici ed economici degli Stati membri.
Si tratta di una dinamica che ha progressivamente modificato gli equilibri originariamente immaginati dal processo di integrazione europea, rafforzando centri decisionali che non sono sottoposti al medesimo rapporto diretto di responsabilità che caratterizza le democrazie nazionali.
Ed è qui che emerge il vero nodo della questione.
Il problema non è la cooperazione tra Stati. Nessuno può seriamente pensare che le grandi sfide contemporanee possano essere affrontate in isolamento. Il problema è capire chi decide e, soprattutto, chi risponde delle conseguenze delle decisioni assunte.
Nelle democrazie il potere dovrebbe essere sempre accompagnato dalla responsabilità. Chi governa può sbagliare, ma deve rispondere del proprio operato davanti ai cittadini e può essere sostituito attraverso il voto.
Quando invece il potere decisionale si sposta verso organismi sempre più lontani dal controllo democratico diretto, il rischio è che si crei una separazione tra chi decide e chi paga le conseguenze delle decisioni. In altre parole, si affidano le chiavi della propria casa a soggetti che non sono sottoposti alla verifica del suffragio universale e che non rispondono direttamente agli elettori degli eventuali errori commessi.
È una questione che riguarda il cuore stesso della democrazia.
Una famiglia può vivere in un condominio, rispettarne le regole e collaborare con i propri vicini senza rinunciare alle chiavi del proprio appartamento. Allo stesso modo gli Stati possono cooperare, coordinarsi e perseguire obiettivi comuni senza perdere la facoltà di orientare le scelte fondamentali che riguardano i propri cittadini.
Per questo il tema delle “chiavi di casa” non appartiene al passato. Riguarda il futuro dell’Europa.
La vera questione non è essere più o meno europei. La vera questione è ristabilire un equilibrio tra integrazione e sovranità democratica, tra cooperazione e responsabilità politica, tra istituzioni comuni e volontà popolare.
Perché una comunità che rinuncia alle proprie chiavi di casa rischia, prima o poi, di rinunciare anche alla possibilità di decidere il proprio destino, consegnandolo a chi non è sottoposto alla verifica diretta del suffragio universale e non risponde pienamente delle conseguenze delle proprie decisioni.
E la sensazione è che quel momento si stia avvicinando sempre di più. Ogni nuova cessione di competenze, ogni ulteriore trasferimento di potere decisionale, ogni ampliamento della discrezionalità esercitata da organismi sempre più lontani dai cittadini rende infatti più difficile tornare indietro. Fino al punto in cui la perdita delle chiavi potrebbe diventare irreversibile.
Ed è per questo che, oggi ancora più di quanto non fosse nel 2014, riprenderci le chiavi di casa non significa chiuderci al mondo. Significa riaffermare un principio essenziale della democrazia: il diritto dei popoli a scegliere chi li governa e a giudicarne l’operato. Perché senza responsabilità non c’è democrazia. E senza le chiavi di casa diventa difficile restare padroni del proprio destino.








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