Arabia SauditaDifesaEconomiaEgittoEsteri
Riad sotto tiro e Suez prosciugato: l’Egitto schiera le truppe in Arabia Saudita. Basterà contro gli Houthi?

I droni yemeniti non concedono tregua e l’aeroporto internazionale King Khalid di Riad, bersagliato ormai più di venti volte, ha fatto scattare l’allarme rosso nelle monarchie del Golfo. Di fronte a una pioggia costante di ordigni che paralizza rotte aeree e minaccia impianti petroliferi strategici, la risposta non poteva più essere solo diplomatica.
Domenica mattina, due velivoli militari da trasporto C-130H Hercules con le insegne del Cairo sono atterrati sulla pista della base aerea King Fahd a Taif. È il primo dispiegamento militare operativo dell’Egitto in territorio saudita dall’inizio dell’escalation regionale, ratificato in tutta fretta dal Consiglio Nazionale di Difesa e inviato al Parlamento per il via libera costituzionale.
La decisione del presidente Abdel Fattah el-Sisi segna un passaggio critico: il salto da una vaga cooperazione marittima a un impegno bilaterale di difesa territoriale sul suolo della penisola arabica.
Il fattore economico: quando la sicurezza coincide con la cassa
Per capire perché il Cairo muova i suoi reparti, non serve scomodare la fratellanza araba. Bastano i registri contabili.
L’Egitto ha le spalle al muro sul piano valutario. Il blocco de facto imposto dagli Houthi sullo stretto di Bab al-Mandeb ha strangolato il Canale di Suez, provocando una voragine stimata dal Ministero degli Esteri egiziano in oltre 11 miliardi di dollari di mancati introiti dal 2023 a oggi. Per un’economia a corto di riserve valutarie, è un’emorragia insostenibile.
A questo si aggiunge un secondo pilastro economico: le rimesse. Milioni di cittadini egiziani vivono e lavorano stabilmente in Arabia Saudita, costituendo la principale voce di afflusso di denaro verso le famiglie rimaste in patria. Quando un assistente di volo egiziano è rimasto ucciso e altri residenti sono stati feriti nei recenti raid sullo scalo di Riad, la minaccia è diventata tangibile anche per l’opinione pubblica sul Nilo.
Riad, inoltre, garantisce da anni depositi miliardari presso la Banca Centrale d’Egitto e investimenti diretti essenziali per scongiurare il collasso della sterlina egiziana. Proteggere la corte saudita significa, molto prosaicamente, proteggere il principale creditore di ultima istanza del Cairo.
| Vulnerabilità strategica | Impatto economico / operativo | Interesse prioritario del Cairo |
| Transito Mar Rosso / Suez | Oltre 11 miliardi di dollari persi | Riaprire la rotta commerciale vitale |
| Lavoratori egiziani nel Golfo | Prima fonte estera di rimesse liquide | Sicurezza dei connazionali e dei flussi |
| Finanze pubbliche saudite | Minaccia alle raffinerie e ai porti | Garanzia sui depositi e aiuti a fondo perduto |
Il Patto della Mecca: l’ennesima tigre di carta?
La mossa del Cairo giunge dopo mesi di faticose geometrie diplomatiche. Lo scorso agosto era stato siglato in pompa magna il Patto di difesa della Mecca, uno strumento multilaterale che avrebbe dovuto schierare una barriera di sicurezza attorno al Regno.
I risultati effettivi? Vicini allo zero. Ankara e Islamabad, pur avendo sottoscritto impegni solenni, si sono guardate bene dall’inviare risorse sul campo:
- La Turchia ha preferito non compromettere i propri equilibrismi commerciali ed energetici nell’area.
- Il Pakistan, assorbito da una crisi interna perenne e da tensioni ai propri confini, ha limitato la solidarietà a qualche nota di supporto morale.
Il Patto della Mecca ha così confermato la regola aurea della geopolitica mediorientale: i trattati collettivi funzionano benissimo nei vertici d’albergo, ma evaporano quando iniziano a piovere missili da crociera. Riad si è ritrovata sola a consumare le proprie costose scorte di missili intercettori Patriot.
Cosa farà (e cosa non farà mai) l’Egitto
L’arrivo dei primi C-130H a Taif svela la natura della missione. La base si trova nella regione dell’Hejaz, in posizione baricentrica tra le coste del Mar Rosso e il confine yemenita.Inoltre è collocata strategicamente non lontano dalla città sacra de La Mecca.
L’Egitto non entrerà a combattere sul terreno in Yemen. Il ricordo della disastrosa spedizione voluta da Nasser negli anni Sessanta, ribattezzata il “Vietnam egiziano”, è scolpito nella dottrina militare del Cairo. Nessun generale manderà la fanteria a farsi impantanare sulle montagne yemenite, dove persino l’esercito regolare fatica a mantenere le posizioni.
L’apporto egiziano sarà rigorosamente circoscritto a compiti difensivi e tecnologici:
- Difesa aerea di punto: Schieramento di batterie missilistiche e sistemi di guerra elettronica per intercettare sciami di droni a bassa quota attorno agli snodi petroliferi e civili.
- Supporto radar e sorveglianza: Integrazione delle informazioni d’intelligence lungo la dorsale occidentale saudita.
- Scorta navale: Pattugliamento attivo dei corridoi marittimi per impedire infiltrazioni o mine galleggianti verso i porti sauditi.
L’Arabia Saudita possiede uno degli arsenali più avanzati al mondo, ma soffre di un problema di estensione geografica: saturare l’intero spazio aereo contro droni economici da poche migliaia di dollari è un costo asimmetrico devastante. L’Egitto può fornire personale addestrato e sistemi di intercettazione per alleggerire la pressione sui cieli sauditi. Inoltre la marina egiziana è già ben presente nel Mar Rosso e la moderna base navale di Berenice si trova praticamente di fronte al porto petrolifero saudita di Yanbu.

Base navale di Berenice
Sarà con l’Egitto la volta buona?
L’ingresso del Cairo offre a Mohammed bin Salman un sollievo operativo immediato che la Turchia e il Pakistan non hanno voluto concedere. Tuttavia, pensare che qualche batteria antiaerea egiziana a Taif possa chiudere la partita è un’illusione ottica.
I droni Houthi partono da postazioni mobili montuose e ben trincerate, difficilmente neutralizzabili con la sola deterrenza passiva. Se l’Egitto riuscirà a blindare le infrastrutture critiche e i cieli delle città saudite, avrà salvato il portafoglio di Riad e i propri crediti. Ma per riaprire Suez e fermare la guerra, difendere gli aeroporti non basterà.









You must be logged in to post a comment Login