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Riad implora Londra e apre canali segreti con Israele, mentre gli Houthi proseguono l’offensiva

Un’offensiva lampo consegna il Mar Rosso ai ribelli Houthi. Tra oleodotti distrutti e petrolio alle stelle, Riad si ritrova senza difese e chiede soccorso militare a Londra e intelligence a Israele.

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Un’avanzata fulminea di appena trentasei ore ha spazzato via le forze yemenite alleate di Riad, consegnando l’intera costa del Mar Rosso nelle mani dei ribelli Houthi. Per la monarchia dei Saud non è solo una cocente umiliazione militare: è una crisi strategica ed economica immediata che minaccia di strozzare i corridoi mondiali del greggio e far salire i prezzi della benzina in tutta Europa.

La situazione attorno allo stretto di Bab el-Mandeb è ormai fuori controllo. I miliziani Ansar Allah hanno preso possesso delle isole Hanish e del porto chiave di Mokha, imponendo un blocco navale selettivo contro il traffico marittimo legato a Riad.

A peggiorare il quadro è arrivato un attacco di droni, attribuito a milizie sciite irachene, che ha colpito l’oleodotto strategico Est-Ovest di Saudi Aramco. L’infrastruttura, fondamentale per trasportare il petrolio verso il Mar Rosso evitando lo stretto di Hormuz, rimarrà fuori uso per almeno cinque o sei settimane di riparazioni.

Con i mercati petroliferi già in fibrillazione, la monarchia saudita si ritrova senza rotte sicure per vendere il proprio greggio. Meno esportazioni significano meno entrate per Riad e una spinta al rialzo per l’inflazione occidentale.

La situazione è talmente grave che il Brent si sta muovendo verso i 110 dollari al barile, Brent, e diverse raffinerie europee stanno correndo a comprare carichi alternativi.

Miliardi in fumo: l’esercito più ricco non sa combattere

La disfatta svela una realtà imbarazzante per la casa reale araba. L’Arabia Saudita detiene l’ottavo bilancio della difesa al mondo, spende somme colossali in aerei da caccia occidentali e batterie antimissile all’avanguardia, ma non riesce a fermare miliziani armati di droni commerciali e fucili.

Come commentano con amara ironia diversi osservatori militari, le forze armate saudite sembrano progettate per sfilare nelle cerimonie e fare bella figura sui social media, piuttosto che per combattere sul terreno. Ricordano i soldati imperiali del romanzo Dune, incapaci di fermare i ribelli del deserto: i petrodollari comprano le armi migliori, ma non l’esperienza operativa né la determinazione.

Fino a ieri Riad pensava di gestire il conflitto bombardando a distanza e delegando la fanteria alle fazioni locali. Oggi i missili balistici degli Houthi colpiscono direttamente le basi aeree e gli stabilimenti petroliferi all’interno del regno.

Fattore operativoArabia SauditaRibelli Houthi
Spesa militare annuaOltre 70 miliardi di dollari (8ª al mondo)Pochi milioni di dollari stimati
Dotazione bellicaCaccia F-15, Eurofighter, batterie PatriotDroni commerciali modificati, barchini radiocomandati, missili balistici
Posizione sul campoImpianti fissi esposti a raid continuiControllo totale della costa dello Yemen e di Bab el-Mandeb
Impatto economicoOleodotto bloccato per 5-6 settimaneBlocco commerciale selettivo e rialzo del prezzo del barile

La porta chiusa di Trump e la supplica a Londra

Davanti al collasso del fronte yemenita, il principe ereditario Mohammed bin Salman ha cercato soccorso presso i suoi alleati storici. Dagli Stati Uniti, guidati dall’amministrazione Trump, è però arrivato un secco rifiuto a qualsiasi operazione bellica diretta: Washington si è limitata a inviare qualche decina di consiglieri per aiutare la difesa aerea.

Mohammed bin Salman ha quindi inoltrato una richiesta urgente a Londra. Secondo quanto riportato da Bloomberg, Riad ha chiesto formalmente supporto operativo al governo britannico di Andy Burnham per cacciare i ribelli dalla costa.

Downing Street si trova davanti a una scelta complessa. Da una parte, Burnham ha approvato l’invio di esperti militari, consapevole che il blocco del Mar Rosso farà salire i costi di trasporto e i prezzi al consumo nel Regno Unito. Dall’altra parte, impegnare soldati britannici in una nuova guerra mediorientale provocherebbe l’immediata protesta dei cittadini. Inoltre le forze armate britanniche sono tirate all’osso, letteralmente.

Il tabù spezzato: l’intesa sotterranea con Israele

Constatata la prudenza anglo-americana, la diplomazia di Riad ha provato ad attivare i canali regionali. Il principe ereditario è volato al Cairo dal presidente Abdel Fattah el-Sisi e ha tentato di coinvolgere la Turchia attraverso il recente patto di difesa della Mecca. Con il presidente egiziano, con uno dei più potenti eserciti del Medio Oriente, non avrà sicuramente parlato di Koshari, uno dei più noti piatti egiziani.

I risultati sono stati deludenti: il Pakistan, partner dell’intesa, ha chiarito che difenderà i confini sauditi solo in caso di invasione diretta, rifiutandosi di mandare truppe a combattere nello Yemen. La svolta decisiva avviene così dietro le quinte. Secondo fonti diplomatiche dell’area, sono in corso contatti diretti tra Arabia Saudita e Israele, coordinati dal Comando Centrale americano (CENTCOM).

Pur in assenza di legami diplomatici formali, il pericolo che incombe sui pozzi di greggio ha abbattuto ogni barriera. Riad fa ormai affidamento sull’intelligence e sui radar di Tel Aviv per intercettare i vettori nemici. Israele, già sotto attacco da parte degli Houthi, non ha esitato a condividere i suoi dati per colpire le milizie filo-iraniane.

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