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Economia

Arabia Saudita in trappola: oleodotto bloccato, Mar Rosso chiuso e greggio fermo nei depositi

Attacchi di droni spengono l’oleodotto Est-Ovest e gli Houthi conquistano l’isola di Perim: l’Arabia Saudita resta senza vie di sbocco per il greggio e chiede aiuti internazionali.

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L’incubo strategico peggiore per Riyad si è trasformato in realtà: l’Arabia Saudita si ritrova quasi del tutto isolata dalle rotte marittime globali del greggio. Con lo Stretto di Hormuz già chiuso a causa del conflitto tra Stati Uniti e Iran, l’improvvisa chiusura dell’oleodotto Est-Ovest a seguito di attacchi di droni ha paralizzato l’ultima via d’uscita rimasta. Il cuore energetico del Regno è bloccato, mentre i ribelli Houthi consolidano il controllo totale sui varchi marittimi meridionali.

La crisi è precipitata nelle prime ore di giovedì, quando una serie di velivoli senza pilota partiti dal territorio iracheno ha colpito le stazioni di pompaggio dell’oleodotto nelle regioni di Riyad e Medina. Le esplosioni hanno innescato incendi visibili a chilometri di distanza, provocando diversi feriti tra il personale tecnico. Il Ministero dell’Energia saudita ha disposto l’interruzione immediata dei flussi come misura precauzionale, congelando le attività della celebre condotta Petroline.

Il collasso dell’ultimo bypass

L’infrastruttura colpita  è un’opera lunga circa 1.200 chilometri che collega i ricchi giacimenti orientali di Abqaiq con il porto di Yanbu, sulle sponde del Mar Rosso.

Da quando le rotte del Golfo Persico sono impraticabili, questa linea rappresentava l’unico canale rimasto per imbarcare petrolio verso i mercati internazionali evitando Hormuz. Ora che le pompe sono spente per i danni e per motivi di sicurezza, la capacità del Regno di consegnare il proprio greggio si è ridotta al lumicino.

Aramco ha fatto sapere che le squadre di emergenza lavorano per ripristinare il servizio. Tuttavia, la vulnerabilità di una struttura che attraversa centinaia di chilometri di deserto esposto a colpi di droni rende ogni riparazione precaria.

I droni sono partiti dall’Iraq, sicuramente ad opera di milizie sciite, ma per ora l’Arabia Saudita ha deciso di non intervenire nel Paese vicino, sperando che questo sia in grado di intervenire autonomamente per risolvere il problema.

La morsa degli Houthi a Bab al-Mandeb

Se a nord la linea dei tubi è interrotta, a sud lo scenario navale è ancora più critico. Le forze Houthi hanno completato la conquista dell’intera costa yemenita sul Mar Rosso, occupando la città portuale di Mocha e assumendo il controllo diretto dell’isola di Mayun (Perim).

L’esercito governativo yemenita ha avviato bombardamenti d’emergenza su un perimetro delimitato vicino a Mocha per tentare di allentare la presa, ma l’azione sul campo appare tardiva. Occupando l’isola di Perim, gli insorti controllano direttamente il passaggio più stretto di Bab al-Mandeb. Anche le forze aeree saudite pare partecipino all’azione:

Anche se l’oleodotto Petroline venisse riaperto a tempo di record, i carichi imbarcati a Yanbu non potrebbero comunque raggiungere i mercati asiatici senza il beneplacito delle milizie yemenite. Per Riyad si chiude una tenaglia perfetta:

Le ricadute economiche per l’Arabia Saudita sono immediate e pesantissime. Il Regno vive dei proventi delle esportazioni petrolifere, risorse indispensabili per finanziare la spesa pubblica, i servizi ai cittadini e gli ambiziosi piani di sviluppo interno.

Senza flussi di cassa regolari dalla vendita di barili, il bilancio statale entra in deficit profondo. La notizia che Riyad ha già avviato le pratiche per richiedere un massiccio prestito alla Banca Mondiale testimonia la gravità dell’emergenza. Normalmente l’Artabia Saudita esportava 10 milioni di barili di petrolio al giorno, ma recentemente, per il blocco dello stretto di Hormuz, questo valore era sceso a 7 milioni, e attraverso il Mar Rosso.

Un Paese abituato a esportare capitali e a investire decine di miliardi in tutto il pianeta si ritrova improvvisamente a corto di liquidità per far funzionare la propria macchina amministrativa. Quando si bloccano le vendite della risorsa primaria, il ciclo economico interno si arresta: i fornitori non vengono saldati, i cantieri si fermano e i consumi calano bruscamente.

La solitudine strategica della corte saudita

Sul fronte militare e diplomatico emerge un quadro di isolamento imbarazzante. L’Iraq ha annunciato una commissione d’indagine per accertare chi abbia lanciato i droni dal proprio territorio, mentre il Qatar si è limitato a una formale condanna di rito.

La Turchia, interpellata al telefono dal ministro degli Esteri saudita Faisal bin Farhan, offre colloqui e sostegno diplomatico, ma nessun impegno operativo concreto. Il Pakistan, su cui Riyad ha contato spesso in passato come partner militare di riserva, si tiene a debita distanza e non invia truppe. Per ora esprime solidarietà e basta.

Riyad ha dichiarato pubblicamente che non risponderà all’attacco per dare tempo a Baghdad di gestire la situazione interna. Una scelta presentata come gesto di prudenza diplomatica, ma che nei fatti riflette la debolezza di un Paese che non può aprire un nuovo fronte bellico mentre le sue entrate principali sono azzerate. Senza un intervento protettivo esterno in grado di riaprire i mari, la monarchia saudita resta ostaggio della propria geografia e dei droni a basso costo dei suoi vicini.

Se non interverranno notizie positive e presto lunedì i mercati petroliferi apriranno in forte rialzo.

 

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