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Scommessa nucleare da 120 miliardi tra Usa e Corea del Sud: un piano colossale che rischia di schiantarsi sul debito americano

Maxi-intesa nucleare da 120 miliardi di dollari tra Stati Uniti e Corea del Sud per otto nuovi reattori: ma l’esplosione del debito americano e il costo del denaro minacciano di bloccare l’intero piano.

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Washington e Seul lanciano un’operazione senza precedenti per costruire otto grandi reattori nucleari sul suolo americano entro il 2030. Un annuncio monumentale che arriva però nel momento peggiore per i conti pubblici statunitensi: con un debito federale che ha sfondato il tetto record di 40.000 miliardi di dollari e tassi di interesse ai massimi da decenni, questo programma miliardario rischia di trasformarsi in un incubo finanziario prima ancora che si apra il primo cantiere.

Il Dipartimento del Commercio americano e il governo sudcoreano hanno formalizzato un patto strategico che impegna risorse ingenti. L’intesa mira a garantire energia di base continua per sostenere la reindustrializzazione e i centri dati per l’intelligenza artificiale, mettendo insieme le tecnologie americane con la formidabile capacità costruttiva coreana.

Tuttavia, tra gli annunci trionfali e la realtà industriale c’è una voragine fatta di vincoli di bilancio, mercati finanziari diffidenti e una filiera produttiva domestica ormai prosciugata da decenni di dismissioni.

I numeri e i protagonisti dell’intesa bilaterale

L’accordo prevede una mobilitazione finanziaria complessiva di 120 miliardi di dollari su un quadro più ampio stimato in circa 200 miliardi. Al tavolo siedono i due governi insieme a Westinghouse Electric Company, al colosso statale Korea Electric Power Corporation (KEPCO) e alla sua controllata Korea Hydro & Nuclear Power (KHNP).

AP 1000

Il piano industriale si articola su punti molto precisi:

  • Otto reattori di grande potenza: la costruzione di sei unità AP1000 progettate da Westinghouse e di due unità APR1400 di concezione sudcoreana, entrambe già provviste della certificazione di sicurezza rilasciata dalla Nuclear Regulatory Commission (NRC).
  • Ripartizione dei capitali: 100 miliardi di dollari destinati ai costi vivi di cantiere (i cosiddetti costi “overnight”) e 20 miliardi congelati come riserva per imprevisti e rincari.
  • Anticipo immediato: il trasferimento di 10 miliardi di dollari entro fine anno per acquistare subito i componenti pesanti a lungo ciclo di fabbricazione.
  • Assetto proprietario: l’ingresso di aziende sudcoreane con una quota qualificata di minoranza nel capitale azionario di Westinghouse, così da spartire i profitti industriali futuri.

L’ostacolo insormontabile del debito a stelle e strisce

I numeri sulla carta sono spettacolari, ma il contesto macroeconomico americano racconta tutta un’altra storia. Il debito pubblico degli Stati Uniti ha superato i 40.000 miliardi di dollari, spinto da deficit strutturali continui.

Oggi il Tesoro americano paga rendimenti salatissimi per finanziarsi: il titolo a un anno viaggia intorno al 4,58%, mentre il rendimento del decennale ha superato il 5,3%, toccando i vertici più alti dal 2022. In una situazione simile, chiedere al Congresso di stanziare oltre 100 miliardi di dollari o di concedere garanzie statali sui prestiti equivale a gettare un macigno in uno stagno già agitato.

I parlamentari repubblicani e democratici sono terrorizzati dalla spesa per interessi passivi. Pensare che Capitol Hill approvi a cuor leggero un assegno in bianco per otto centrali atomiche appare, nell’attuale clima politico, un puro esercizio di fantasia.

Il silenzio delle utility e il terrore di Wall Street

C’è poi un dettaglio non trascurabile che salta subito all’occhio dei tecnici: nel comunicato ufficiale non compare la firma di alcuna azienda elettrica privata americana.

Le utility quotate a Wall Street ricordano benissimo il salasso del cantiere di Vogtle in Georgia, dove i costi per due AP1000 sono raddoppiati e i tempi si sono allungati di sette anni. Ricordano anche il disastro del sito V.C. Summer in South Carolina, abbandonato a metà dopo aver bruciato miliardi di dollari.

Oggi nessun amministratore delegato, con la retribuzione legata all’andamento del titolo in Borsa, vuole annunciare un nuovo impianto nucleare. Gli speculatori ribassisti si getterebbero sul titolo azionario della società il giorno dopo.

Inoltre, le commissioni statali per i servizi pubblici (le PUC) vigilano con severità: per legge pretendono che le compagnie energetiche effettuino investimenti prudenti, e non permetteranno mai di scaricare sulle bollette dei cittadini il rischio di progetti privi perfino di un sito definitivo.

Reattori APR 1400

Perché Washington bussa alla porta di Seul?

La verità di fondo è puramente industriale. Gli Stati Uniti hanno perso la capacità manifatturiera pesante per forgiare i grandi contenitori a pressione in acciaio speciale, le turbine e i circuiti di vapore. Il motivo dei problemi per la centrale di Vogtle è soprattutto nela mancanza di questa capacità produttiva.

La Corea del Sud possiede invece cantieri navali, acciaierie e una manodopera specializzata che funziona come un orologio svizzero, come ha dimostrato completando con successo i quattro reattori della centrale di Barakah negli Emirati Arabi Uniti.

Il paradosso economico è evidente: per rilanciare la propria indipendenza energetica, Washington deve affidarsi ai capitali e alle fabbriche dell’Estremo Oriente,perché non è più in grado di realizzare un grande reattore nucleare in modo industrialmente competitivo.. Buona parte dei fondi stanziati dal Dipartimento dell’Energia non creerà manifattura negli Stati Uniti, ma finirà per comprare macchinari pesanti in Corea e in Giappone.

Ora però, trovata l’intesa, bisogna convincere le aziende energetiche a partecipare all’accordo e a pagare per l’energia prodotta da questi reattori nucleari.  Ci vorranno contratti molto seri, con forti garanzie sui tempi di consegna e i costi, per operare questo, diciamo così, miracolo.

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