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Economia

Pressione fiscale e fiscal drag, i dati smentiscono la narrazione della sinistra**

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La pressione fiscale è aumentata. Il dato è reale, ma non dimostra ciò che Partito democratico, Movimento 5 Stelle e Cgil cercano di far credere: che il governo Meloni abbia semplicemente alzato le tasse a lavoratori e famiglie. Quella percentuale descrive il rapporto tra tutte le entrate fiscali e contributive e il Pil; non misura quanto paga ogni singolo contribuente e non distingue tra l’aumento prodotto da nuove imposte e quello generato dalla crescita dell’occupazione, dei redditi dichiarati e della base imponibile.

Secondo i dati Istat aggiornati, nel 2025 la pressione fiscale si è attestata al 42,9% del Pil, contro il 42,2% dell’anno precedente. La sinistra parte da questo incremento di 0,7 punti per sostenere che le promesse di riduzione delle tasse siano state tradite. Ma nello stesso anno le unità di lavoro sono aumentate dell’1,3% e i redditi da lavoro dipendente del 3,8%. Significa che più persone hanno lavorato, percepito un reddito e versato Irpef e contributi. Se il gettito cresce più rapidamente del Pil nominale, la pressione fiscale aumenta anche senza un ritocco delle aliquote a carico della generalità dei cittadini.

È il paradosso che l’opposizione evita di spiegare. Un disoccupato che trova lavoro comincia a pagare imposte e contributi: le entrate dello Stato aumentano, ma non per questo quella persona è stata colpita da un aumento delle tasse. È aumentato il numero dei contribuenti. Allo stesso modo, la crescita delle retribuzioni nominali e l’emersione di nuovi redditi ampliano la base imponibile e fanno salire il gettito complessivo.

Questo non significa negare che il prelievo italiano resti elevato. Significa leggere correttamente l’indicatore. La pressione fiscale aggregata mette insieme Irpef, Ires, Iva, accise, imposte locali e contributi previdenziali. Presentarla come se fosse l’aliquota applicata alla busta paga di ogni lavoratore è una semplificazione politicamente efficace, ma economicamente scorretta.

Il fiscal drag non è stato ignorato

La seconda accusa riguarda il fiscal drag, il drenaggio fiscale che si verifica quando l’inflazione fa aumentare nominalmente stipendi e pensioni, mentre scaglioni, soglie e detrazioni restano fermi. In questo modo il contribuente può pagare più tasse pur non avendo ottenuto un vero aumento del proprio potere d’acquisto.

Il fenomeno esiste e non va minimizzato. Ma è fuorviante sostenere che il governo abbia incassato il fiscal drag senza restituire nulla. La Cgil ha parlato di 25 miliardi sottratti a lavoratori e pensionati, una cifra ripresa anche dall’opposizione. Le analisi economiche disponibili raccontano però una realtà differente: il drenaggio prodotto dall’inflazione è stato in larga parte, e per le fasce medio-basse più che integralmente, compensato dalle riduzioni dell’Irpef, dal taglio del cuneo e dagli interventi contributivi.

Uno studio dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani, basato anche su un lavoro coordinato dalla BCE, calcola che tra il 2019 e il 2023 il fiscal drag su lavoratori dipendenti e pensionati sia stato di circa 12,2 miliardi, non 25. Soprattutto, conclude che questa perdita sia stata più che compensata dalle riforme fiscali introdotte dal 2020, con benefici concentrati sui redditi inferiori a 35 mila euro. La cifra di 25 miliardi deriva invece da una definizione più ampia e dall’estensione del calcolo all’intera platea dei contribuenti.

La conferma di Banca d’Italia

A togliere ogni alibi alla propaganda è soprattutto Banca d’Italia. Nel rapporto dedicato al drenaggio fiscale e al potere d’acquisto delle famiglie tra il 2022 e il 2025, Via Nazionale spiega che le politiche discrezionali hanno più che compensato, in media, il fiscal drag e l’erosione dei trasferimenti.

Le famiglie appartenenti ai tre quinti centrali della distribuzione del reddito hanno più che recuperato la perdita di potere d’acquisto provocata dallo shock inflazionistico. Per il quinto con i redditi più bassi, la crescita del reddito disponibile è stata sostanzialmente in linea con l’inflazione. Il recupero è stato invece incompleto per il quinto più ricco. La redistribuzione, dunque, è avvenuta soprattutto a favore dei redditi bassi e intermedi, non delle fasce più abbienti.

Lo stesso governatore Fabio Panetta ha ricordato che dal 2021 gli sgravi fiscali, rivolti prevalentemente ai redditi medio-bassi, hanno aumentato le retribuzioni nette di circa cinque punti percentuali. L’aumento dell’occupazione, che ha coinvolto in particolare i nuclei familiari più fragili, e i trasferimenti pubblici hanno poi contribuito a riportare il reddito reale disponibile delle famiglie sui livelli precedenti alla crisi energetica.

Questi dati non significano che tutti abbiano recuperato allo stesso modo. I salari lordi italiani rimangono deboli e una parte del ceto medio-alto è rimasta più esposta al drenaggio fiscale. Ma smentiscono l’immagine di un governo che avrebbe usato l’inflazione per aumentare indistintamente le tasse sui redditi più bassi.

Il nuovo fiscal drag è un rischio, non un incasso già avvenuto

Un altro elemento viene spesso confuso nel dibattito. Le stime circolate negli ultimi giorni su un fiscal drag compreso tra 8,1 e 12,74 miliardi nel biennio 2026-2027 sono simulazioni legate a diversi possibili livelli d’inflazione. Non rappresentano tasse già prelevate né somme già disponibili per il governo.

Nello scenario centrale, costruito su un’inflazione cumulata del 5,2%, il drenaggio arriverebbe a 8,1 miliardi; soltanto nell’ipotesi più severa, con prezzi in crescita dell’8,2%, toccherebbe 12,74 miliardi. È quindi corretto chiedere interventi per evitare un nuovo drenaggio, ma non trasformare lo scenario peggiore in una tassa già incassata.

A confermare questa lettura sono anche economisti che non possono essere considerati vicini al governo. Marco Leonardi, professore di Economia politica all’Università Statale di Milano ed ex consigliere economico di Palazzo Chigi, ha scritto che «le misure fiscali degli ultimi anni hanno effettivamente restituito il fiscal drag ai redditi più bassi, sotto i 35 mila euro». Leonardi precisa che il recupero non ha riguardato nella stessa misura i redditi compresi tra 35 mila e 50 mila euro, sui quali continua a pesare maggiormente il drenaggio fiscale.

È una precisazione che non indebolisce, ma rafforza il dato centrale: non è vero che il governo abbia incassato il fiscal drag senza restituirlo ai lavoratori. Le misure sul cuneo contributivo e sull’Irpef hanno protetto soprattutto i redditi medio-bassi, mentre resta aperto il problema del ceto medio. La questione corretta, dunque, non è se vi sia stato un recupero, ma fino a quale fascia di reddito quel recupero sia arrivato.

Anche Carlo Cottarelli ha spiegato che l’aumento della pressione fiscale non dipende da un’unica causa. Oltre al fiscal drag, l’economista ha indicato il maggiore gettito prodotto dalla tassazione dei rendimenti finanziari e dall’andamento positivo della Borsa, insieme alla possibile «onda lunga della riduzione dell’evasione fiscale», favorita dalla fatturazione elettronica e dalla diffusione dei pagamenti digitali. La crescita delle entrate, pertanto, non può essere automaticamente trasformata nella prova di nuove tasse generalizzate sulle famiglie.

Un’ulteriore spiegazione arriva dagli economisti Massimo Bordignon e Leonzio Rizzo. I redditi da lavoro sopportano un prelievo mediamente più elevato rispetto ad altre componenti del reddito nazionale: quando aumentano l’occupazione e la massa salariale, crescono sia il Pil sia le entrate, ma queste ultime possono avanzare più rapidamente. È questo effetto di composizione, insieme al fiscal drag, a contribuire all’aumento della pressione fiscale aggregata. Non significa che la crescita dell’occupazione faccia salire automaticamente l’indicatore, ma che l’espansione della componente più tassata del reddito può spingere il gettito più del Pil.

Le valutazioni degli esperti convergono quindi su un quadro assai più articolato rispetto allo slogan della sinistra. La pressione fiscale è aumentata, ma l’incremento riflette occupazione, crescita nominale dei redditi, fiscal drag, minore evasione e maggiori entrate finanziarie. Nello stesso periodo gli interventi fiscali hanno compensato il drenaggio soprattutto sotto i 35 mila euro, lasciando invece ancora esposta una parte del ceto medio. È su questa fascia che dovrebbe concentrarsi la prossima riduzione dell’Irpef.

La questione politica vera riguarda ciò che il governo farà se l’inflazione tornerà a spingere verso l’alto il prelievo. Ma è una discussione sul futuro, distinta dalla valutazione delle misure già adottate. E su queste ultime Banca d’Italia e le analisi coordinate dalla BCE sono chiare: il fiscal drag passato è stato compensato soprattutto per i redditi medio-bassi.

La sinistra utilizza dunque un dato vero per costruire una conclusione sbagliata. La pressione fiscale è aumentata, ma anche perché sono aumentati l’occupazione, i redditi da lavoro e i contribuenti. Il fiscal drag ha prodotto un prelievo aggiuntivo, ma gli interventi su Irpef e contributi lo hanno più che recuperato per gran parte delle famiglie meno abbienti e del ceto medio.

Il sistema fiscale italiano resta pesante e deve essere ulteriormente alleggerito. Ma tra riconoscere questo problema e sostenere che il governo abbia aumentato indiscriminatamente le tasse c’è una differenza sostanziale. Ed è proprio questa differenza che i numeri ufficiali rendono impossibile ignorare.

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