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Plaza Accord, quando Washington voleva un dollaro più debole. Oggi il rischio è l’esatto contrario

Nel 1985 il Plaza Accord svalutò un dollaro troppo forte per salvare l’industria USA. Oggi, nel 2026, il rischio è inverso: un dollaro debole che minaccia la tenuta dell’enorme debito americano e l’inflazione. L’analisi macroeconomica.

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Il 22 settembre 1985, nello storico The Plaza Hotel affacciato su Central Park, i ministri delle Finanze e i governatori delle banche centrali di Stati Uniti, Giappone, Germania Ovest, Francia e Regno Unito firmarono uno degli accordi monetari più importanti del dopoguerra: il Plaza Accord. Non fu una semplice dichiarazione diplomatica, ma un intervento politico coordinato per correggere uno squilibrio che stava diventando pericoloso: il dollaro era troppo forte e stava danneggiando la stessa economia americana.

Vale la pena ricordarlo oggi, perché lo scenario internazionale si sta muovendo nella direzione opposta. Se allora Washington chiedeva un ridimensionamento del biglietto verde, oggi il timore crescente dei mercati riguarda semmai un dollaro troppo debole. E tra i due fenomeni passa la differenza che separa un problema di competitività industriale da un problema di fiducia sistemica.

Per capire il senso del Plaza bisogna tornare ai primi anni Ottanta. Gli Stati Uniti uscivano dal decennio dell’alta inflazione e la Federal Reserve, dopo la cura Volcker, aveva portato i tassi a livelli molto elevati. I capitali globali si riversarono così verso gli asset americani. Il dollaro salì con forza contro yen, marco tedesco, franco francese e sterlina. Da simbolo della potenza americana, quella forza stava però diventando un boomerang.

Un cambio troppo apprezzato produce infatti effetti immediati. Le merci americane diventano più care sui mercati internazionali. Le esportazioni rallentano. Le importazioni diventano invece più convenienti. I consumatori ne beneficiano nel breve periodo, ma il sistema produttivo soffre. Le imprese manifatturiere perdono quote di mercato, si comprimono i margini industriali e il deficit commerciale si allarga.

Esattamente ciò che stava accadendo negli Stati Uniti. Il malcontento dell’industria cresceva, il Congresso moltiplicava le pressioni protezionistiche, il Giappone veniva accusato di concorrenza sleale e la Germania di beneficiare di un marco sottovalutato rispetto alla potenza export tedesca. In altre parole, il rischio non era solo economico ma politico: se il cambio non fosse stato corretto, Washington avrebbe potuto reagire con dazi, quote e chiusure commerciali.

Il Plaza Accord nacque per evitare questo scenario. I cinque grandi decisero di inviare ai mercati un messaggio inequivocabile: il dollaro doveva scendere in modo ordinato. Attraverso vendite coordinate di dollari e una convergenza di politiche economiche, il biglietto verde cominciò effettivamente a indebolirsi nei mesi successivi.

Fu un successo? In parte sì. L’eccesso di sopravvalutazione fu corretto e la tensione commerciale si allentò temporaneamente. Ma non fu una bacchetta magica. Gli squilibri esterni americani non scomparvero immediatamente, perché il problema non era soltanto valutario. C’erano anche differenze di risparmio, consumo, politica fiscale e struttura industriale. Inoltre il forte apprezzamento dello yen contribuì, secondo molti analisti, alla successiva bolla finanziaria giapponese di fine anni Ottanta. Ed è qui che il Plaza resta attualissimo: il cambio può aiutare, ma non sostituisce le riforme reali.

Oggi però il quadro è rovesciato. Il dibattito internazionale non riguarda più un dollaro eccessivamente forte, bensì la possibilità di un dollaro troppo debole o comunque strutturalmente meno solido rispetto al passato. Questo non significa assistere al tramonto automatico della valuta americana, che resta il perno del sistema monetario globale. Significa però che la fragilità del biglietto verde oggi avrebbe implicazioni molto diverse rispetto al 1985.

Un dollaro debole, infatti, può certamente favorire l’export statunitense e sostenere i profitti esteri delle multinazionali americane. Ma presenta costi che quarant’anni fa erano meno centrali.

Il primo è l’inflazione importata. Se il dollaro perde valore, energia, materie prime e beni acquistati dall’estero costano di più. In un’economia abituata a consumare molto e a importare enormi quantità di merci, l’effetto sui prezzi può essere rilevante.

Il secondo costo riguarda i tassi d’interesse. Se gli investitori internazionali percepiscono un indebolimento strutturale del dollaro, possono chiedere rendimenti più elevati per continuare a finanziare il debito americano. E con un debito pubblico ormai gigantesco, anche piccoli aumenti dei rendimenti hanno effetti significativi sui conti federali.

Il terzo costo è reputazionale. Nel 1985 il mondo vedeva gli Stati Uniti come una potenza economicamente dominante che correggeva un eccesso di forza monetaria. Oggi un dollaro debole rischia invece di essere letto come il sintomo di squilibri fiscali persistenti, polarizzazione politica interna, incertezza strategica e minore capacità di guida dell’ordine economico globale.

C’è poi un ulteriore elemento da non sottovalutare. Nel 1985 il coordinamento tra alleati occidentali era ancora relativamente semplice. Oggi il contesto è molto più frammentato. La Cina pesa enormemente nel commercio mondiale, l’Europa è attraversata da divergenze interne, i Paesi emergenti cercano maggiore autonomia strategica e la geopolitica prevale spesso sulla cooperazione economica.

Tradotto in termini pratici: organizzare oggi un nuovo Plaza Accord sarebbe infinitamente più difficile. Non esiste più un G5 capace da solo di orientare il mercato globale dei cambi con un comunicato e qualche intervento concertato.

Per questo il parallelismo storico va maneggiato con cura. Nel 1985 il dollaro troppo forte penalizzava soprattutto la manifattura americana. Nel 2026 un dollaro troppo debole penalizzerebbe soprattutto la stabilità finanziaria americana. Allora il problema era vendere automobili, acciaio, macchinari. Oggi il problema è finanziare senza traumi un debito colossale mantenendo intatta la fiducia nel Treasury e nel ruolo centrale del dollaro.

La lezione finale del Plaza è dunque molto più profonda di quanto si racconti. Le valute non sono mai soltanto valute. Sono il riflesso dei rapporti di forza economici, politici e strategici. Quando salgono troppo o scendono troppo, stanno segnalando che qualcosa nel sistema si è sbilanciato.

Nel 1985 il dollaro troppo forte raccontava un’America vincente nella finanza ma in difficoltà nell’industria. Oggi un dollaro troppo debole racconterebbe un’America ancora dominante, ma osservata con crescente diffidenza sulla sostenibilità del proprio modello economico.

Ed è una differenza enorme. Perché un Paese può sempre correggere un eccesso di cambio. Molto più complicato è correggere una perdita di fiducia.

Antonio Maria Rinaldi

Il Plaza, oggi

Antonio Maria Rinaldi è stato direttore generale di SOFID,  capogruppo finanziaria di ENI e presidente di Trevi Holding, oltre che Professore di Finanza aziendale presso l’Università di Pescara e di Politica Economica presso la Link University. Europarlamentare dal 2019 al 2024.

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