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Perché Macron manda l’esercito in Arabia Saudita? Benzina e droni, mix esplosivo

Con il petrolio oltre 100 dollari e i droni che colpiscono i porti dell’Arabia Saudita, la Francia schiera truppe e missili a Yanbu: una manovra per frenare il caro benzina senza tagliare le tasse e per conquistare una storica commessa di caccia militari.

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Con il greggio schizzato sopra quota 100 dollari al barile e gli attacchi dei ribelli yemeniti che minacciano di paralizzare gli ultimi sbocchi petroliferi del Medio Oriente, la Francia sceglie la via delle armi. Emmanuel Macron ha annunciato a sorpresa l’invio immediato di soldati, radar avanzati e sistemi missilistici per proteggere il porto strategico di Yanbu, sulle sponde saudite del Mar Rosso.

Una decisione fulminea che proietta le forze francesi direttamente su una linea di tiro incandescente. La Casa Reale di Riad è sotto la pressione costante dei droni e dei missili lanciati dallo Yemen, con rotte marittime ormai compromesse e lo spettro di uno shock energetico globale che bussa alle porte dell’Europa.

Dietro la missione non c’è solo la difesa formale dei flussi marittimi. Macron cerca di raggiungere duplici obiettivi : spegnere sul nascere la rabbia popolare per il caro carburanti in patria senza rinunciare al ricco gettito fiscale dei distributori, e cogliere al volo l’occasione di vendere decine di caccia Rafale e sistemi antiaerei a una monarchia saudita sempre più delusa dalla protezione americana.

La trappola di Yanbu: il bypass che rischia di saltare

Per comprendere l’urgenza di Parigi bisogna guardare la mappa degli oleodotti. Con lo Stretto di Hormuz sotto pressione e il passaggio di Bab el-Mandeb controllato dalle forze ribelli, l’Arabia Saudita stava aggirando il blocco marittimo grazie a una gigantesca condotta costruita negli anni Ottanta: l’oleodotto Est-Ovest.

Questa infrastruttura attraversa il deserto per oltre 1.200 chilometri, pompando il greggio dai giacimenti orientali di Abqaiq fino a Yanbu, affacciata sul Mar Rosso. Da lì partono le petroliere dirette in Occidente.

Il piano ha retto fino a quando i missili hanno cominciato a piovere anche sui terminali di Yanbu, costringendo la compagnia Saudi Aramco a rallentare le operazioni e facendo impennare le quotazioni del petrolio ben oltre la soglia psicologica dei 100 dollari. Se cade anche questo sbocco, l’offerta mondiale subisce una contrazione immediata e i mercati entrano nel panico.

Porto di Yanbu

Il fronte interno: colpire “alla fonte” per non tagliare le tasse

In Francia il prezzo alla pompa è tornato a livelli di allarme sociale. Per le famiglie a basso reddito e per chi usa l’auto per lavorare ogni giorno, l’aumento dei carburanti agisce come una tassa indiretta che prosciuga il potere d’acquisto e deprime la domanda interna.

Le opposizioni politiche hanno subito approfittato del malcontento:

  • A destra, il Rassemblement National chiede il taglio drastico delle imposte e dell’IVA sui carburanti per dare respiro immediato a lavoratori e imprese.
  • A sinistra, La France Insoumise pretende il blocco dei prezzi per decreto, accusando il governo di trascinare il Paese in un’avventura bellica senza mandato parlamentare.

Macron si trova con le spalle al muro: le casse dello Stato francese sono gravate da un disavanzo pesante e rinunciare al gettito delle accise complicherebbe la tenuta dei conti pubblici.

La sua risposta è stata politica e comunicativa: sostenere che la soluzione non è toccare la fiscalità interna, ma “agire alla fonte” per ripristinare l’offerta mondiale di greggio. Mandare i militari a Yanbu diventa così l’argomento con cui l’Eliseo tenta di giustificare ai cittadini il rifiuto di abbassare le accise: se proteggiamo i pozzi arabi, sostiene Parigi, il greggio scenderà e il pieno costerà meno da solo.

Il grande affare della difesa: la caccia ai petrodollari

Accanto al dossier carburanti c’è una motivazione industriale assai più tangibile. L’Arabia Saudita è storicamente uno dei maggiori acquirenti mondiali di armamenti, ma i rapporti tra il principe ereditario Mohammed bin Salman e Washington si sono raffreddati negli ultimi anni.

Riad si sente poco tutelata dagli scudi antimissile americani e cerca partner affidabili che non pongano troppe condizioni politiche:

SettoreRichiesta sauditaOfferta francese in campo
Difesa aereaCopertura immediata per raffinerie e portiBatterie missilistiche Mamba (SAMP/T) e radar
Aviazione militareRinnovo flotta e alternative a USA/UKTrattativa per 54 caccia multiruolo Rafale (Dassault)
Sorveglianza marittimaProtezione coste del Mar RossoFregate della Marine Nationale e basi a Gibuti/EAU

La Francia schiera i propri sistemi Mamba sul terreno e mette in allerta i caccia Rafale dislocati nella vicina base di Al Dhafra, negli Emirati Arabi Uniti. Questa presenza non è beneficenza: serve a dimostrare al cliente saudita l’efficacia operativa delle armi francesi sul campo. Chiudere una commessa per oltre cinquanta Rafale significherebbe garantire lavoro, fatturato e investimenti alla filiera industriale francese per i prossimi quindici anni.

I rischi concreti per l’economia e la sicurezza

L’operazione presenta evidenti rischi pratici. Yanbu si trova a tiro di droni a basso costo ma ad alto potenziale distruttivo. Se una batteria francese dovesse fallire un’intercettazione, o peggio se dovessero registrarsi vittime tra i militari transalpini, la Francia si ritroverebbe ufficialmente trascinata come parte belligerante in una guerra regionale. Ovviamente un intervento diretto contro gli Houthi coinvolgerebbe la Francia in un conflitto insidioso, dal quale perfino gli USA si tengono alla larga.

Sul piano economico, inoltre, la scommessa di Macron appare fragile. Il prezzo del barile non dipende unicamente dalla sicurezza di un singolo terminal, ma da speculazioni finanziarie, premi assicurativi sul trasporto marittimo e decisioni di cartello sui tagli di produzione. Anche con le batterie Mamba attive, i consumatori europei difficilmente vedranno riduzioni immediate alla pompa se i mercati continueranno a prezzare il rischio di allargamento del conflitto.

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