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Per un nuovo Stato sociale: ricostruire la Costituzione economica italiana

L’Italia è stretta tra tecnocrazia e sussidi. La soluzione è nel ritorno alla “Costituzione Economica”: uno Stato che investe nel lavoro e nell’industria invece di limitarsi a tagliare o assistere.

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Per troppi anni il dibattito pubblico italiano è stato imprigionato dentro una falsa alternativa: da una parte il liberismo tecnocratico fondato esclusivamente sui vincoli contabili, dall’altra l’assistenzialismo elevato a modello sociale. Due visioni apparentemente opposte, ma accomunate dallo stesso limite: l’incapacità di costruire sviluppo duraturo, coesione nazionale e vera giustizia sociale.

In mezzo, progressivamente marginalizzata, è rimasta la più autentica tradizione costituzionale italiana: quella dello Stato sociale come strumento di emancipazione economica, tutela del lavoro, crescita produttiva e riequilibrio sociale.

Occorre ripartire da qui.

Non dalla nostalgia ideologica del passato, non dalla cultura del sussidio permanente, non dalla distribuzione indiscriminata di risorse pubbliche prive di una strategia economica, ma dal recupero di un principio fondamentale scolpito nella nostra Costituzione: la Repubblica ha il dovere di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano concretamente la libertà e l’uguaglianza dei cittadini.

Non si tratta di una semplice affermazione morale. È il cuore stesso dell’architettura costituzionale italiana.

L’articolo 3 afferma che la Repubblica deve intervenire per rendere effettivi i diritti. Gli articoli successivi delineano una vera e propria “Costituzione economica”: il diritto al lavoro, la tutela della salute, l’accesso all’istruzione, la protezione del risparmio, la funzione sociale dell’impresa, la programmazione economica, la possibilità dell’intervento pubblico nei settori strategici.

Quella visione non nacque casualmente. Fu il risultato di una precisa cultura politica ed economica maturata dopo la tragedia della guerra, con l’obiettivo di costruire uno Stato capace di garantire sviluppo, stabilità e coesione sociale.

In quella stagione storica l’influenza keynesiana fu decisiva. Non è casuale che l’impianto della Costituzione economica italiana sia nato anche sotto l’influenza di quella cultura economica e sociale alla quale contribuì Federico Caffè, chiamato dai padri fondatori come riferimento consulenziale nella definizione di una visione economica fondata sul lavoro, sulla coesione sociale e sulla funzione strategica dell’intervento pubblico.

La Repubblica immaginata dai costituenti non era fondata sull’assistenzialismo passivo, ma su uno Stato capace di promuovere occupazione, sviluppo industriale, mobilità sociale e tutela del risparmio. Una concezione profondamente diversa da quella affermatasi successivamente nell’Unione Europea, dove il primato della stabilità monetaria e dei vincoli finanziari ha progressivamente ridotto gli spazi di intervento pubblico.

Non si trattava di statalismo ideologico. Si trattava di equilibrio. Di una presenza intelligente dello Stato capace di accompagnare lo sviluppo economico senza soffocare l’iniziativa privata, sostenendo gli investimenti strategici, la crescita produttiva e la qualità del lavoro.

Ed è esattamente questo equilibrio che l’Italia ha progressivamente perduto.

Negli ultimi decenni il parametro dominante è diventato il contenimento della spesa pubblica indipendentemente dalla qualità della spesa stessa. L’intervento pubblico è stato descritto come un’anomalia, mentre il mercato veniva presentato come unico regolatore efficiente della società. Il risultato, però, è sotto gli occhi di tutti: crescita debole, impoverimento del ceto medio, precarizzazione del lavoro, desertificazione industriale, crisi demografica e progressivo indebolimento dei servizi pubblici essenziali.

A questo si è aggiunta l’evoluzione dell’Unione Europea successiva a Maastricht, costruita prevalentemente attorno alla stabilità monetaria e ai vincoli di bilancio. Una costruzione nella quale la politica economica degli Stati è stata progressivamente subordinata a regole tecnocratiche sempre più rigide.

Con l’ingresso nella moneta unica e con l’adesione ai meccanismi del sistema monetario europeo, gli Stati hanno inoltre rinunciato allo strumento della flessibilità del cambio. In un sistema di cambi sostanzialmente fissi, infatti, la competitività non può più essere recuperata attraverso l’aggiustamento monetario e viene quindi scaricata sulla cosiddetta “svalutazione interna”: compressione dei salari, riduzione del potere d’acquisto, precarizzazione del lavoro e contenimento della domanda interna.

In altre parole, il costo dell’aggiustamento economico viene trasferito direttamente sui cittadini e sui lavoratori, che diventano la variabile attraverso cui il sistema tenta di recuperare competitività.

È qui che emerge la contraddizione più evidente tra l’impianto originario della Costituzione italiana e l’evoluzione delle politiche economiche europee degli ultimi decenni. Perché mentre la nostra Costituzione pone il lavoro e la tutela sociale al centro della vita economica, il modello imposto dall’austerità ha spesso finito per comprimere proprio quei diritti che la Repubblica avrebbe invece il dovere di garantire.

La pandemia ha soltanto reso evidente ciò che era già chiaro da tempo: senza uno Stato forte non esiste sicurezza economica, non esiste sovranità industriale, non esiste resilienza sociale.

Tuttavia, parlare oggi di Stato sociale provoca immediatamente equivoci ideologici. Da una parte c’è chi lo identifica automaticamente con assistenzialismo improduttivo; dall’altra chi riduce ogni politica sociale alla semplice distribuzione di sussidi.

Entrambe le visioni sono profondamente sbagliate.

Uno Stato sociale moderno non consiste nel mantenere artificialmente persone fuori dal mercato del lavoro attraverso trasferimenti permanenti. Non è il reddito sganciato dalla produzione. Non è la dipendenza economica elevata a sistema.

Per questa ragione, le politiche fondate esclusivamente su sussidi privi di una strategia industriale, occupazionale e sociale finiscono spesso per trasformarsi in meri strumenti di consenso elettorale immediato: misure pensate più per raccogliere voti nel breve periodo che per affrontare strutturalmente i problemi del Paese.

L’assistenza fine a sé stessa non crea sviluppo, non aumenta la produttività, non rilancia gli investimenti e non restituisce competitività al sistema economico. Al contrario, rischia di alimentare dipendenza economica e ulteriore debito pubblico senza produrre crescita reale.

Uno Stato sociale serio deve invece creare le condizioni affinché ogni cittadino possa partecipare pienamente alla vita economica e sociale della nazione. Deve promuovere emancipazione economica, mobilità sociale e valorizzazione del lavoro produttivo.

È in questa prospettiva che acquistano centralità quei diritti che la Costituzione considera pilastri fondamentali della Repubblica.

Significa garantire un sistema sanitario pubblico realmente accessibile, senza liste d’attesa incompatibili con il diritto alla cura.

Significa investire nella scuola e nell’università come strumenti di formazione e mobilità sociale, non come semplici capitoli di spesa da comprimere.

Significa sostenere la natalità attraverso politiche concrete: casa, stabilità lavorativa, servizi per le famiglie e fiscalità coerente.

Significa difendere il lavoro stabile e qualificato contro la precarizzazione sistematica.

Significa proteggere il risparmio, che la Costituzione considera un bene pubblico e non una semplice variabile finanziaria.

Significa intervenire nei settori strategici — energia, credito, infrastrutture, innovazione, industria — quando gli interessi nazionali lo richiedono.

Significa ridurre i divari territoriali che continuano a dividere il Paese.

Significa sostenere le imprese produttive attraverso investimenti pubblici, accesso al credito e una politica industriale di lungo periodo.

Questo è il punto decisivo: lo Stato sociale non deve limitarsi a redistribuire ricchezza; deve contribuire a crearla.

L’Italia del dopoguerra, quella del miracolo economico, non crebbe malgrado l’intervento pubblico, ma anche grazie ad esso. Le grandi infrastrutture, il credito industriale, le partecipazioni statali, la programmazione economica, gli investimenti pubblici e l’espansione dell’istruzione furono strumenti decisivi di modernizzazione nazionale.

Naturalmente vi furono errori, inefficienze e degenerazioni clientelari. Ma la risposta non poteva essere — come invece è avvenuto — la demolizione indiscriminata del ruolo economico dello Stato.

Perché uno Stato assente non produce automaticamente maggiore efficienza. Molto spesso produce soltanto maggiore disuguaglianza.

Il problema, dunque, non è la cooperazione europea fra nazioni sovrane. Il problema è l’impostazione ideologica che ha trasformato l’Unione Europea in un sistema fondato prevalentemente sulla disciplina monetaria, sull’austerità e sulla subordinazione della politica agli automatismi tecnocratici. Una costruzione nella quale il lavoro è stato progressivamente sacrificato alla stabilità finanziaria e nella quale la politica economica ha ceduto spazio alla burocrazia.

Per questo oggi serve una nuova stagione politica e culturale.

Non per tornare nostalgicamente al passato, ma per recuperare il nucleo essenziale della nostra tradizione costituzionale: l’economia deve essere al servizio della società e non il contrario.

Occorre uno Stato capace di programmare, indirizzare, proteggere e investire. Uno Stato autorevole ma non invasivo. Forte ma non oppressivo. Presente dove il mercato fallisce o dove gli interessi strategici nazionali impongono una visione di lungo periodo.

La vera modernità non consiste nello smantellare lo Stato sociale in nome dei mercati, ma nel ricostruire una Repubblica capace di proteggere il lavoro, sostenere l’impresa produttiva e garantire diritti effettivi ai cittadini.

È questa la lezione della nostra Costituzione. Ed è questa la sfida politica che l’Italia non può più rinviare.

Antonio Maria Rinaldi
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