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Mosse nucleari in Africa: come la Russia si prende l’uranio e il futuro energetico della Tanzania

Dall’estrazione nel maxi-giacimento di Mkuju River ai mini-reattori SMR: ecco la strategia con cui Mosca blinda l’energia e le riserve critiche dell’Africa Orientale, lasciando l’Occidente a guardare.

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Mosca si muove in modo molto preciso per sviluppare le proprie forniture energetiche anche da altre localizzazioni. Nel cuore dell’Africa Orientale la Russia sta blindando un’alleanza strategica che parte dall’estrazione dell’uranio per arrivare alla fornitura di reattori nucleari di ultima generazione, legando a sé l’industria e l’energia della Tanzania per i prossimi cinquant’anni.

Il perno operativo di questa penetrazione industriale è Rosatom, il colosso statale russo dell’atomo. Attraverso la sua controllata Mantra Tanzania, la federazione russa ha messo le mani sul giacimento di Mkuju River, situato nella regione meridionale di Ruvuma. Parliamo di uno dei depositi più ricchi dell’intero continente africano, con una riserva stimata in oltre 58.500 tonnellate di uranio.

Dopo l’avvio di un impianto pilota per i test di lavorazione nel luglio 2025, la tabella di marcia è già tracciata. Il complesso estrattivo principale entrerà in funzione nel 2029, con una capacità annua prevista fino a 3.000 tonnellate di minerale. Ma considerare questa operazione come una semplice fornitura di materie prime significherebbe non capire il modello d’affari russo.

Dalla roccia al kilowatt: il pacchetto completo di Mosca

La vera svolta geopolitica ed economica risiede nel fatto che la Tanzania non vuole limitarsi a fare il fornitore passivo di roccia radioattiva. Il governo di Dodoma, guidato dalla presidente Samia Suluhu Hassan, ha compreso che vendere uranio grezzo per poi comprare energia costosa all’estero è una sciocchezza economica degna del vecchio colonialismo.

Ecco perché le trattative con Rosatom hanno rapidamente cambiato marcia, allargandosi a due fronti decisivi:

  • Reattori modulari piccoli (SMR): impianti compatti e flessibili, ideali per alimentare poli minerari o zone industriali isolate senza dover costruire reti ad altissima tensione lunghe migliaia di chilometri.
  • Unità nucleari galleggianti: centrali montate su chiatte navali che possono attraccare vicino ai grandi porti costieri come Dar es Salaam o alle isole, garantendo corrente costante e rapida per le reti urbane in espansione.
  • Grandi impianti tradizionali: un’opzione sul tavolo per il decennio del 2030, legata alla maturazione del sistema industriale tanzaniano.
Progetto / IniziativaDettagli chiaveOrizzonte temporale
Giacimento Mkuju RiverRiserve stimate: 58.500 tonnellate; produzione target: 3.000 t/annoA regime dal 2029
Tecnologie SMR e chiatte galleggiantiMini-reattori per l’industria ed energia pulita di baseFase di studio e accordo
Grande centrale convenzionaleImpianto ad alta potenza per la rete nazionaleValutazione per il 2030-2035
Russia Africa Women’s ForumFocus su competenze STEM, medicina nucleare e forza lavoro22 Ottobre 2026

Lo yellow cake , l’ossido d’uranio base del combustibile nucleare

Non solo macchine, ma cervelli: la presa sui professionisti locali

La dipendenza tecnologica si costruisce a scuola prima che nei cantieri. I russi lo sanno bene e applicano il classico “soft power” industriale. Il 22 ottobre 2026 Dar es Salaam ospita il Russia Africa Women’s Forum, un evento che vede schierata la Commissione tanzaniana per l’energia atomica (TAEC) a fianco di Rosatom e delle associazioni professionali russe.

L’obiettivo ufficiale è promuovere le materie scientifiche (STEM) e la medicina nucleare fra le giovani donne e gli studenti universitari. Quello sostanziale è formare in anticipo ingegneri, tecnici e quadri direttivi locali che impareranno la scienza dell’atomo sui manuali e con le tecnologie di Mosca. Iniziative come Atoms Empowering Africa e Global HackAtom servono esattamente a questo: creare una classe dirigente tanzaniana abituata a pensare in russo quando si parla di kilowattora.

Le conseguenze economiche concrete

Per la Tanzania, l’intesa rappresenta un salto di qualità enorme. Il Paese soffre di una cronica carenza di elettricità di base (baseload power), senza la quale nessuna vera manifattura può prosperare. L’energia idroelettrica è soggetta alle siccità, mentre il gas fossile da solo non copre i picchi di fabbisogno delle nuove città.

Gli SMR possono risolvere il problema a un costo di investimento iniziale frazionabile, evitando il fallimentare debito monstre dei giganteschi reattori di vecchia generazione. Sul piano del moltiplicatore economico, l’estrazione mineraria unita alla lavorazione chimica locale crea posti di lavoro stabili e qualificati, trattenendo sul territorio una quota rilevante del valore aggiunto.

Mosca, dal canto suo, ottiene due risultati vitali. Il primo è una solida riserva strategica di uranio per alimentare la propria gigantesca filiera di arricchimento del combustibile, in un momento in cui l’Occidente cerca invano di sfilarsi dalla dipendenza nucleare russa. Il secondo è un cliente blindato per i prossimi decenni: chi compra una centrale nucleare compra anche la manutenzione, il combustibile, i ricambi e la gestione delle scorie dal fornitore originario.

Mentre a Bruxelles e Washington si spendono fiumi di inchiostro su presunte influenze da arginare, i russi firmano contratti, scavano la terra e offrono alle economie emergenti ciò di cui hanno disperatamente bisogno: energia tangibile e sviluppo industriale.

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