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Ma chi ha il copyright della destra e della sinistra?

L’identità politica si conquista con i fatti, non si autocertifica. E il voto utile non può compensare la coerenza perduta.

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C’è qualcosa che non torna nel dibattito politico di questi tempi. Sempre più spesso ascoltiamo partiti e leader rivendicare con assoluta sicurezza: «La vera destra siamo noi», «il centro siamo noi», «la vera sinistra siamo noi». E, quando arrivano le elezioni, compare puntualmente anche l’appello al cosiddetto “voto utile”: votate noi, altrimenti vinceranno gli altri.

Scusatemi, ma chi lo ha stabilito?

Esiste forse un copyright della destra, del centro o della sinistra? Qualcuno è andato alla SIAE, ha depositato il marchio e ne ha ottenuto l’utilizzo esclusivo? La domanda è volutamente provocatoria, ma il problema politico è molto serio.

Nessun partito può autocertificare la propria identità politica. Non basta dichiararsi di destra per esserlo, così come non basta definirsi di sinistra, di centro, liberali, conservatori, popolari o socialisti. Le etichette possono essere scritte sui simboli e ripetute all’infinito nei comizi e nelle interviste. Ma restano etichette.

Sono i fatti a riempirle di contenuto.

L’identità politica si conquista giorno dopo giorno attraverso le scelte compiute, i provvedimenti sostenuti, le battaglie combattute e soprattutto attraverso la coerenza con gli impegni assunti davanti agli elettori nei programmi elettorali. Questo vale quando si governa e vale, allo stesso modo, quando si sta all’opposizione.

Ed è proprio per questo che l’appello al “voto utile” merita qualche riflessione in più.

Il ragionamento è noto: anche se non siete soddisfatti di noi, anche se non abbiamo mantenuto ciò che avevamo promesso, anche se non vi riconoscete più completamente nelle nostre scelte, dovete comunque votarci perché, altrimenti, favorite la parte avversa. Ma un partito il voto deve prima di tutto meritarselo.

Non può invocare il “voto utile” per compensare ciò che non è riuscito a dimostrare con la propria azione politica. Non può chiedere all’elettore di dimenticare la distanza tra programmi e comportamenti soltanto perché dall’altra parte esiste un avversario da temere. Perché in democrazia gli spazi politici non sono assegnati una volta per tutte.

Quando una forza politica smette di rappresentare efficacemente una parte del proprio elettorato, quello spazio non rimane vuoto per diritto acquisito. Prima o poi qualcun altro lo occupa. Nascono altre forze, crescono altri soggetti, si spostano consensi. È il normale funzionamento della competizione democratica.

Ed è qui che emerge il vero paradosso.

Se l’argomento principale per convincere un elettore a votarti non è più «votami per ciò che ho fatto e per ciò che intendo fare», ma diventa «votami perché altrimenti vince quello che ti piace ancora meno», allora forse bisognerebbe interrogarsi non sull’elettore, ma sulla propria capacità di rappresentarlo.

La paura dell’avversario non può diventare il sostituto della coerenza.

E soprattutto non può trasformarsi in una sorta di rendita elettorale permanente: noi siamo la destra, dunque chi è di destra deve votare noi; noi siamo la sinistra, dunque chi è di sinistra deve votare noi. Come se esistesse un vincolo di proprietà sull’elettorato. Non esiste.

Gli elettori non appartengono ai partiti. Semmai dovrebbero essere i partiti a dimostrare, ogni giorno, di meritare la fiducia degli elettori.

Per questo trovo singolare la continua gara a stabilire chi sia la “vera” destra, il “vero” centro o la “vera” sinistra. Se sei davvero riconoscibile per ciò che fai, non hai bisogno di ripetere continuamente ciò che sei. E se devi ricorrere all’argomento del voto utile per trattenere chi non si riconosce più nelle tue scelte, forse il problema non è la scarsa fedeltà dell’elettore.

Forse è la scarsa coerenza dell’offerta politica. Il voto utile può certamente essere una valutazione legittima del singolo elettore. Ma deve essere l’elettore a decidere se per lui quel voto sia utile, non il partito a pretenderlo come una cambiale in bianco.

Altrimenti si arriva inevitabilmente alla vecchia logica del «turarsi il naso» attribuita a Indro Montanelli: votare qualcuno non perché abbia convinto, ma perché si considera l’alternativa peggiore. Ma davvero, dopo tanti anni, la politica pensa ancora che possa bastare questo?

I cittadini chiedono coerenza, credibilità e rispetto degli impegni. Se non li trovano in chi tradizionalmente occupava una determinata area politica, possono cercarli altrove. E qualcun altro sarà pronto a occupare lo spazio lasciato libero. È questa la parte che molti sembrano non voler comprendere.

Destra, centro e sinistra non sono marchi registrati. Gli elettori non sono proprietà privata. E il voto utile non può essere l’assicurazione sulla vita di chi non è riuscito a meritarsi il voto con i fatti.

L’identità politica non si eredita, non si deposita alla SIAE e non si autocertifica. Si dimostra. E il consenso, prima di invocarlo, bisogna meritarselo.

Antonio Maria Rinaldi

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