EconomiaScienza
L’Intelligenza Artificiale e i licenziamenti: cosa dicono davvero i capi d’azienda (e perché sbagliano i conti)

L’ironia del progresso tecnologico è vecchia come il mondo: ci promettono nuove macchine per lavorare meno e vivere meglio, ma alla fine il rischio concreto è quello di restare del tutto senza lavoro. Un recente studio di Mercer, noto come Global Talent Trends 2026, offre numeri che non lasciano spazio a dubbi. La ricerca ha coinvolto 825 amministratori delegati (CEO) e 1.650 responsabili delle risorse umane a livello globale. Il risultato? Un impressionante 99% dei dirigenti intervistati prevede che l’Intelligenza Artificiale (IA) porterà a tagli del personale entro i prossimi due anni.
La questione è molto pratica e tangibile: il 98% sta già organizzando cambiamenti nella struttura delle proprie aziende per adattarsi a questa nuova realtà. Solo un 32% degli amministratori delegati crede davvero che si possa trovare un equilibrio perfetto tra il lavoro umano e quello delle macchine. Al contrario, quasi due terzi sono convinti che inserire l’automazione al posto delle persone sia il modo più rapido e sicuro per far rendere gli investimenti aziendali.
I giovani nel mirino dei tagli
Questi numeri sono una doccia fredda, specialmente per chi si affaccia ora nel mondo del lavoro. I giovani neolaureati e i lavoratori alle prime armi rischiano di pagare il prezzo più alto. Un rapporto della Federal Reserve di New York ha avvertito che il mercato del lavoro per la fascia di età tra i 22 e i 27 anni è peggiorato in modo evidente.
La società di consulenza Oliver Wyman conferma questa tendenza drammatica. Il numero di CEO intenzionati a ridurre le posizioni aziendali di base (i ruoli “junior”) è saltato dal 17% del 2025 al 43% di quest’anno.
Qui sorge un problema economico enorme. Il nostro sistema si regge sulla spesa delle famiglie e sui consumi. Se si tagliano le gambe alla nuova generazione di lavoratori, impedendo loro di guadagnare uno stipendio dignitoso, si distrugge la base stessa della domanda. Chi comprerà i beni e i servizi prodotti in modo così veloce ed efficiente dalle macchine, se le persone non avranno più un reddito da spendere?
- I casi reali e i dubbi sui costi Non stiamo parlando di fantascienza, ma del presente. Molte grandi aziende indicano apertamente l’IA come motivo dei recenti licenziamenti:
- Meta ha tagliato migliaia di posti di lavoro citando l’innovazione tecnologica.
- Amazon ha continuato a ridurre il personale degli uffici puntando sull’automazione.
- Pinterest e Dow Chemical hanno confermato scelte simili per ridurre i costi.
Tuttavia, c’è un rovescio della medaglia che molti manager stanno ignorando. Un rapporto di JPMorgan fa notare che l’uso reale dell’IA, sia negli uffici che nelle case, non è poi così alto come si legge sui giornali. Poco più del 12% delle persone la usa ogni giorno. Inoltre, i costi per far funzionare queste tecnologie sono stellari. Uber, ad esempio, ha bruciato tutto il suo budget previsto per l’IA in soli quattro mesi. Ora i dirigenti dell’azienda si chiedono se quei soldi abbiano davvero portato miglioramenti utili per i clienti e per le casse aziendali.
In conclusione, sembra che molte aziende stiano usando l’Intelligenza Artificiale come un comodo pretesto per tagliare le spese e compiacere i mercati finanziari. Ma si tratta di una visione a corto raggio. L’economia reale ha bisogno di consumatori in carne e ossa, non solo di algoritmi perfetti. Se si riducono gli stipendi e si eliminano i posti di lavoro dei giovani, il mercato globale rischia di fermarsi, vittima della sua stessa ricerca di risparmio a tutti i costi.







You must be logged in to post a comment Login