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L’inflazione spacca l’Europa: il miraggio della normalità e il letto di Procuste della BCE
L’energia e il Medio Oriente riaccendono l’inflazione, ma l’Europa è spaccata. Tra il miraggio di Bruxelles e il rischio rincari per il 2027, ecco perché la prossima mossa della BCE colpirà i portafogli in modo diverso.

L’inflazione nell’area euro rialza la testa. A marzo i prezzi sono tornati a crescere del 2,5% su base annua, spinti principalmente dalle tensioni in Medio Oriente e dai riflessi sui mercati energetici mondiali. Tuttavia, dietro questo numero medio, si nasconde un’Europa profondamente frammentata, dove le nazioni subiscono i rincari in modo molto diverso.
Se in Italia e in Francia la crescita dei prezzi rimane per ora contenuta, altrove i numeri sono decisamente meno rassicuranti.
Le due velocità dell’inflazione europea
Osservando i dati armonizzati a livello europeo, le distanze tra i paesi membri saltano subito all’occhio:
- Spagna: 3,3%
- Germania: 2,8%
- Italia: 1,7%
- Francia: 1,7%
Queste differenze nascono in gran parte dal cosiddetto “effetto base”, un semplice meccanismo matematico. Se i prezzi spagnoli erano scesi molto un anno fa, il loro ritorno a livelli normali oggi si traduce in una percentuale di crescita che appare più elevata rispetto, ad esempio, a quella francese.
Ma la matematica non spiega tutto. Il vero colpevole è, ancora una volta, l’energia. Il costo dei carburanti non ha colpito i paesi europei con la stessa intensità. Come fanno notare diversi analisti, l’impatto dei rincari petroliferi è molto più violento nelle nazioni dove le accise e le tasse sui carburanti sono più basse, come il Lussemburgo, perché l’aumento della materia prima si scarica immediatamente sul prezzo alla pompa. Altri governi, invece, hanno scelto di intervenire per spalmare o frenare questi aumenti improvvisi, come, ad esempio l’Italia.
Il miraggio di Bruxelles e l’economia reale
Anche togliendo dal calcolo l’energia, le differenze restano marcate. L’idea di una “normalizzazione” economica, tanto celebrata dalla Commissione Europea, si scontra con la realtà dei fatti.
Guardando l’inflazione “di base” (senza energia e prodotti freschi), troviamo la Croazia al 3,8%, la Grecia al 2,9% e l’Irlanda al 2,7%, contro l’1,4% della Francia o il 2,0% dell’Italia. Come si spiega? Nell’economia reale contano le strutture dei singoli paesi. La Francia, ad esempio, vanta una rete di grande distribuzione alimentare molto competitiva, dove la guerra dei prezzi tra le catene di supermercati e una forte produzione agricola interna riescono a tenere bassi i costi del cibo. La Croazia sta godendo il dubbio piacere di una recente entrata nell’Area Euro. Dinamiche che i modelli teorici di Bruxelles faticano a inquadrare.
Le ricadute future: cosa ci aspetta
Gli istituti di statistica europei sembrano sollevati dal fatto che l’inflazione, per ora, sia limitata all’energia e non abbia “infettato” il resto dell’economia, ma gli effetti collaterali sono dietro l’angolo. Intanto l’inflazione nell’area euro, nel suo complesso, si impenna:
Il forte aumento dei prezzi dei fertilizzanti rischia di tagliare la produzione agricola in vista dei raccolti del 2027. A questo si aggiungono i costi crescenti degli imballaggi in plastica e, soprattutto, dei trasporti. Le aziende industriali e la grande distribuzione non potranno assorbire questi costi riducendo i propri margini all’infinito: prima o poi, li scaricheranno sui consumatori finali. Questo porterà una fiammata inflattiva prolungata e di medio periodo.
In questo quadro complesso, ora la BCE verrà a decidere sui tassi, ma la decisione, comunque, sarà sbagliata come un letto di Procuste che sarà troppo corto per alcuni e troppo lungo per altri.









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