EconomiaEnergiaIranMaterie prime
L’incubo dei barili fantasma: milioni di tonnellate di petrolio iraniano bloccati in mare
Milioni di barili di petrolio iraniano galleggiano senza meta nei mari asiatici: le raffinerie rifiutano gli acquisti per paura del ritorno delle sanzioni di Trump e per la saturazione delle scorte.

Una flotta silenziosa e gigantesca galleggia senza meta sui mari asiatici. Decine di superpetroliere cariche fino all’orlo formano una fila disordinata e quasi interminabile. Aspettano che qualche raffineria decida di comprare il loro carico. L’Iran si trova oggi in una corsa contro il tempo drammatica e paradossale. Teheran ha una finestra di soli 60 giorni concessa da Washington per vendere il proprio greggio alla luce del sole. Questa scadenza scadrà a metà agosto. Eppure, nessuno sembra volere quel petrolio. I mercati restano freddi e i magazzini asiatici sono già pieni.
Una flotta fantasma senza una destinazione economica
I numeri descrivono una vera e propria paralisi logistica ed economica. Secondo i dati di Kpler e Vortexa, una massa oscillante tra i 58 e i 68 milioni di barili di petrolio iraniano si trova attualmente in mare. Di questi, oltre 20 milioni di barili sono fermi da più di una settimana nelle acque dell’Asia meridionale. Si tratta di un aumento del 18% in soli sette giorni. Per dare un’idea sono circa 30 giorni della produzione di un gigante petrolifero come gli Emirati Arabi, che galleggiano.
Il dato più allarmante per le casse di Teheran è che oltre il 90% di questi carichi non ha una destinazione finale dichiarata. Sulle rotte navali i comandanti indicano semplicemente “in attesa di ordini” o fanno rotta verso Singapore. Questo indica la volontà di effettuare trasbordi clandestini da nave a nave nello Stretto di Malacca per nascondere l’origine del greggio.
I tre nodi che frenano i compratori asiatici
Il blocco non è dovuto alla mancanza di produzione, ma a una serie di ostacoli geopolitici e commerciali difficili da superare per i raffinatori asiatici.
- I serbatoi pieni in Asia: Durante la fase più acuta della crisi dello Stretto di Ormuz, i grandi acquirenti asiatici hanno fatto scorte massicce di emergenza. Cina, India e Corea del Sud hanno i serbatoi pieni e non hanno urgenza di acquistare nuovi volumi a breve termine, nonostante i prezzi convenienti. Anche la capacità fisica ha un limite.
- La frenata delle raffinerie cinesi: La Cina è sempre stata il principale cliente dell’Iran. Tuttavia, l’attività delle raffinerie indipendenti cinesi è scesa ai minimi storici degli ultimi nove anni. Le grandi aziende statali di Pechino preferiscono restare alla finestra. Temono che le banche non riescano a finanziare le operazioni a causa delle sanzioni occidentali ancora attive.
- La prudenza strategica dell’India: La scorsa settimana il ministro del Petrolio indiano, Hardeep Puri, ha incontrato il suo omologo iraniano a Nuova Delhi. L’incontro si è concluso con un nulla di fatto. Le aziende statali indiane hanno forniture assicurate fino alla fine di agosto. Inoltre, chiedono garanzie chiare a Washington sui canali di pagamento in dollari per evitare sanzioni mirate. Per ora preferiscono comprare quello russo, anche perché Mosca compra il carburante indiano.
Il rischio del ritorno di Donald Trump in versione dura
Su tutta la vicenda pesa l’incertezza politica degli Stati Uniti. Il Segretario del Tesoro americano, Scott Bessent, ha confermato che i compratori mondiali restano molto diffidenti. Se i negoziati diplomatici tra Washington e Teheran dovessero fallire, le sanzioni tornerebbero immediatamente in vigore.
Esiste anche il forte rischio concreto che il presidente Donald Trump decida di chiudere la finestra di tolleranza in anticipo. Nessun operatore economico vuole rischiare di trovarsi con un carico multimiliardario bloccato a metà viaggio da un nuovo embargo totale. Inoltre, le restrizioni dell’Unione Europea e del Regno Unito restano valide. Questo rende quasi impossibile trovare assicurazioni marittime disposte a coprire i viaggi della flotta iraniana.
L’impatto economico sulle casse di Teheran
Il settore petrolifero iraniano esce da una crisi profonda. Le sanzioni passate avevano ridotto la produzione a soli 2,3 milioni di barili al giorno, con esportazioni minime da 230.000 barili.
La leadership politica iraniana cerca di mostrare ottimismo. Il presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha dichiarato che il Paese ha esportato più di 40 milioni di barili dalla fine del blocco navale. Secondo Teheran, i prezzi di vendita sarebbero superiori del 20% rispetto al periodo del conflitto.
I dati degli analisti di Société Générale offrono però un quadro diverso. Nel 2025 l’export di greggio iraniano ha rappresentato circa il 15% del PIL del Paese, pari a circa 57 miliardi di dollari. Una piena normalizzazione, con la fine dello sconto sul prezzo del 15% applicato per trovare compratori sul mercato nero, potrebbe garantire entrate extra per 37 miliardi di dollars. Se i barili rimangono bloccati in mare, Teheran perderà queste risorse vitali, indebolendo la sua posizione nelle trattative con gli Stati Uniti. In questo momenti co sono oltre 4 miliardi di dollari bloccati in mare.








You must be logged in to post a comment Login