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L’identità digitale europea avanza: l’app per verificare l’età sul modello Green Pass è solo l’inizio

La Commissione Ue lancia l’app per verificare l’età online sul modello Green Pass. Dietro la tutela dei minori avanza l’identità digitale europea: ecco i rischi sistemici per la privacy e le ricadute economiche per le PMI.

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La Commissione europea accelera ancora una volta sul terreno più delicato di tutti: quello del controllo digitale dei cittadini. L’annuncio di un’applicazione per la verifica dell’età online, presentata da Ursula von der Leyen, viene venduto come uno strumento innocuo, quasi banale, finalizzato alla protezione dei minori. Ma dietro questa narrazione rassicurante si intravede un passaggio ben più profondo e strutturale: la costruzione di un’infrastruttura di identità digitale europea destinata, nel tempo, a estendersi ben oltre gli obiettivi dichiarati.

Il meccanismo è apparentemente semplice: l’utente scarica l’app, associa un documento d’identità e utilizza una credenziale digitale per dimostrare la propria età quando richiesto. Il tutto – assicurano da Bruxelles – nel rispetto della privacy e in forma completamente anonima. Una promessa che, però, solleva più interrogativi che certezze.

Perché la questione centrale è una: può davvero esistere un sistema di verifica dell’identità – anche limitato all’età – che sia al contempo totalmente anonimo e non tracciabile? La risposta, sul piano tecnico, è tutt’altro che scontata. Qualsiasi sistema di questo tipo implica la creazione di una credenziale certificata, validata da un’autorità. E ogni credenziale, per essere affidabile, deve poggiare su un’infrastruttura che inevitabilmente introduce punti di controllo, registrazione e potenziale monitoraggio.

Non è un caso che la stessa presidente della Commissione abbia richiamato esplicitamente il modello utilizzato durante la pandemia da COVID-19, cioè il sistema che ha dato origine al Green Pass. Quel precedente, lungi dall’essere neutro, rappresenta un passaggio decisivo: uno strumento nato come emergenziale si è trasformato rapidamente in un elemento centrale della vita quotidiana, condizionando accesso a servizi, mobilità e attività economiche. Il riferimento non è quindi solo tecnico, ma profondamente politico.

Oggi si parla di protezione dei minori. Domani, tuttavia, nulla impedisce che la stessa infrastruttura venga utilizzata per altri scopi: accesso ai servizi pubblici, identificazione digitale completa, interazione con piattaforme private, fino a possibili forme di profilazione o limitazione indiretta dei comportamenti online. È il fenomeno noto come “mission creep”: tecnologie introdotte con una finalità circoscritta che, una volta operative, tendono ad espandere progressivamente il proprio raggio d’azione.

A rendere il quadro ancora più delicato è la volontà dichiarata della Commissione di evitare soluzioni nazionali differenziate. L’obiettivo è un sistema unico europeo, interoperabile e standardizzato. In altre parole, una centralizzazione tecnologica che supera le sovranità nazionali non attraverso decisioni politiche esplicite, ma mediante l’imposizione di standard tecnici comuni. È una dinamica ormai ricorrente: l’integrazione europea procede più rapidamente attraverso le infrastrutture che attraverso il consenso democratico.

Il punto non è negare l’esigenza di tutelare i minori online, che è reale e condivisibile. Il problema è il mezzo scelto. Costruire un sistema di credenziali digitali generalizzato per affrontare un problema specifico significa creare una soluzione sproporzionata rispetto all’obiettivo, con implicazioni che vanno ben oltre la questione iniziale.

In questo contesto, le rassicurazioni sulla privacy appaiono insufficienti. La storia recente dimostra che la garanzia formale di anonimato non esclude la possibilità di utilizzi diversi nel tempo, soprattutto quando cambia il contesto politico o normativo. Una volta che l’infrastruttura esiste, il suo impiego può essere ridefinito senza che i cittadini abbiano reale possibilità di opporsi.

Il rischio, dunque, non è immediato ma sistemico. Non si tratta di un’app in sé, ma del modello che essa inaugura: un’Europa che costruisce strumenti digitali sempre più pervasivi, normalizzandone l’uso attraverso finalità apparentemente innocue. E che, passo dopo passo, sposta l’equilibrio tra libertà individuale e controllo verso quest’ultimo.

In definitiva, l’app per la verifica dell’età sul modello Green Pass non è un dettaglio tecnico. È un tassello di una trasformazione più ampia, in cui l’identità digitale diventa la chiave di accesso alla vita economica e sociale. E come ogni chiave, può aprire porte – ma anche chiuderle.

Antonio Maria Rinaldi

Antonio Maria Rinaldi è stato direttore generale di SOFID,  capogruppo finanziaria di ENI e presidente di Trevi Holding, oltre che Professore di Finanza aziendale presso l’Università di Pescara e di Politica Economica presso la Link University. Europarlamentare dal 2019 al 2024.

 

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