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L’Europa predica bene e razzola male: sacrifica le imprese italiane ma continua a finanziare Mosca acquistando il suo gas

Mentre le sanzioni europee bloccano l’export delle imprese italiane, Francia, Spagna e Belgio acquistano GNL russo a livelli record. Tutti i numeri di un paradosso economico che costa miliardi al Made in Italy.

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L’editoriale pubblicato ieri da Maurizio Belpietro su La Verità coglie una contraddizione che, al di là delle appartenenze politiche, dovrebbe interrogare chiunque abbia a cuore la credibilità delle istituzioni europee. Da una parte Bruxelles continua ad approvare nuovi pacchetti di sanzioni contro la Russia, presentandoli come strumenti indispensabili per indebolire economicamente il Cremlino; dall’altra, come emerge dai dati richiamati anche dal Financial Times, l’Unione europea continua ad acquistare ingenti quantità di gas naturale liquefatto russo, trasferendo a Mosca miliardi di euro.

È difficile immaginare una contraddizione più evidente. Se la strategia consiste nell’isolare economicamente la Russia, qualcuno dovrebbe spiegare come sia compatibile con il continuo finanziamento di una delle sue principali fonti di entrata. Ma il punto, a mio giudizio, è ancora più profondo e riguarda il metodo con cui l’Unione europea ha affrontato questa vicenda.

C’è infatti una domanda alla quale la Commissione europea non ha mai dato una risposta convincente: prima di imporre il più vasto regime di sanzioni economiche della propria storia, ha valutato quale sarebbe stato il costo per le imprese europee? La domanda non è ideologica. È una domanda di buona amministrazione. La Commissione europea, quando presenta direttive o regolamenti destinati ad incidere sull’economia del mercato unico, accompagna normalmente le proprie iniziative con dettagliate valutazioni d’impatto (Impact Assessment), nelle quali vengono analizzati costi, benefici, effetti sulla competitività, sull’occupazione, sulle imprese e sui consumatori. È uno dei principi fondamentali della cosiddetta Better Regulation, che Bruxelles rivendica come modello di qualità normativa.

Eppure, nel caso delle sanzioni contro la Russia, non risulta sia stata resa pubblica una tradizionale valutazione economica complessiva ex ante che quantificasse il prezzo che avrebbero pagato il sistema produttivo europeo, le esportazioni, le piccole e medie imprese e i diversi Stati membri. La Commissione ha spiegato le ragioni geopolitiche delle misure, ma non ha illustrato con altrettanta trasparenza quale sarebbe stato il costo economico per l’Europa. Per qualsiasi altra iniziativa legislativa di simile portata Bruxelles avrebbe probabilmente preteso un’analisi dettagliata degli effetti economici; in questo caso, invece, si è ritenuto sufficiente richiamare le finalità politiche e strategiche delle sanzioni.

È una lacuna tutt’altro che secondaria. Perché qualsiasi impresa privata, prima di assumere una decisione destinata a modificare radicalmente il proprio mercato, effettua una rigorosa analisi costi-benefici. È quindi legittimo chiedersi come sia stato possibile adottare un provvedimento destinato ad incidere su centinaia di miliardi di euro di interscambio commerciale senza rendere pubblica una valutazione economica preventiva di pari livello. Il conto, infatti, qualcuno lo ha pagato.

L’Italia era tra i principali partner commerciali della Federazione Russa. Non importava soltanto materie prime energetiche, ma esportava soprattutto macchinari, impianti industriali, componentistica, meccanica di precisione, arredamento, moda, beni di lusso e agroalimentare. Dietro quei numeri non c’erano semplicemente statistiche commerciali, ma migliaia di piccole e medie imprese che avevano investito anni, spesso decenni, per costruire rapporti commerciali solidi, conquistare quote di mercato e affermare il Made in Italy. Con le sanzioni una parte consistente di questo patrimonio è stata improvvisamente compromessa.

Va riconosciuto un dato che raramente viene ricordato. Le imprese italiane si sono adeguate immediatamente alle decisioni europee. Hanno rispettato le restrizioni anche quando ciò significava rinunciare a clienti consolidati e a mercati costruiti con pazienza nel corso degli anni. Alcune hanno cercato di continuare ad operare attraverso intermediari e triangolazioni consentite dalle normative internazionali, ma spesso pagando un prezzo elevatissimo: margini ridotti, maggiori rischi, contratti non rispettati, ritardi nei pagamenti e perdita di competitività. In molti casi il principale beneficiario economico è stato l’intermediario, mentre il produttore italiano ha sopportato quasi interamente il costo dell’operazione.

Ed è proprio a questo punto che emerge un’altra anomalia della vicenda. Le analisi economiche più approfondite sono arrivate dopo l’introduzione delle sanzioni, non prima. E questo rappresenta, probabilmente, il limite più evidente dell’intera strategia europea. Uno dei lavori più significativi, commissionato dallo stesso Parlamento europeo, conclude che la riallocazione dei flussi commerciali verso altri mercati non è stata nemmeno lontanamente sufficiente a compensare la perdita delle esportazioni europee verso la Russia. In altre parole, molte imprese europee hanno perso un mercato costruito nel corso di anni senza riuscire a sostituirlo integralmente con nuovi sbocchi commerciali.

Non si tratta di una conclusione isolata. Anche numerosi studi accademici e analisi elaborate da istituti economici indipendenti sono giunti a valutazioni analoghe: le sanzioni hanno certamente prodotto effetti sull’economia russa, ma hanno imposto costi significativi anche ai Paesi che le hanno adottate, colpendo in misura particolare le economie più orientate all’export, le filiere manifatturiere e soprattutto il tessuto delle piccole e medie imprese. È un dato che oggi appare difficilmente contestabile e che avrebbe meritato di essere valutato con attenzione prima dell’adozione delle misure, non quando ormai gli effetti erano già pienamente manifesti.

La domanda, allora, diventa inevitabile. Se questi effetti erano prevedibili, perché non sono stati quantificati pubblicamente prima? Se invece non erano prevedibili, perché la Commissione europea non ha ritenuto necessario predisporre una vera valutazione economica preventiva? È questo il punto sul quale Bruxelles continua a sorvolare. Una politica economica seria dovrebbe sempre confrontare benefici attesi e costi prevedibili, soprattutto quando le decisioni incidono direttamente sulla vita delle imprese, sull’occupazione e sulla competitività dell’intero continente. In questo caso, invece, si è privilegiata la dimensione politica e simbolica, lasciando agli studi successivi il compito di misurare i danni prodotti da decisioni già assunte.

Ed è qui che la narrazione europea si scontra con la realtà dei fatti. Mentre alle imprese veniva chiesto di rinunciare ai propri mercati in nome della fermezza nei confronti di Mosca, la stessa Unione europea continuava ad acquistare gas russo. Secondo quanto riportato dal Financial Times, nel primo semestre del 2026 le importazioni europee di gas naturale liquefatto proveniente dalla Russia hanno raggiunto livelli record, per un valore di circa 6 miliardi di euro. I principali acquirenti sono stati Francia, Belgio e Spagna, Paesi che hanno continuato ad approvvigionarsi di GNL russo pur sostenendo la linea della massima fermezza nei confronti del Cremlino.

È proprio questa circostanza a rendere l’intera vicenda difficilmente comprensibile agli occhi degli imprenditori europei. Alle imprese è stato chiesto di rinunciare a clienti conquistati con decenni di lavoro, ai lavoratori di accettare le inevitabili conseguenze economiche delle sanzioni, alle piccole e medie imprese di rinunciare a quote di mercato costruite attraverso investimenti, innovazione e presenza diretta sui mercati esteri. Successivamente si scopre però che alcuni dei principali Stati membri dell’Unione continuano a trasferire miliardi di euro proprio a quel Paese che le sanzioni avrebbero dovuto economicamente isolare.

È una contraddizione politica prima ancora che economica. Se il gas russo era ancora indispensabile per garantire la sicurezza energetica di alcuni Paesi europei, allora sarebbe stato doveroso riconoscere fin dall’inizio che il quadro era molto più complesso della narrazione proposta dall’Unione europea. Sarebbe stato altrettanto doveroso valutare preventivamente quale prezzo avrebbe pagato il sistema produttivo europeo e se quel prezzo fosse realmente proporzionato ai risultati attesi. Nulla di tutto questo è stato fatto con la trasparenza che una decisione di tale portata avrebbe richiesto.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Da una parte migliaia di imprese europee hanno perso mercati costruiti nel corso di decenni, molte delle quali non li recupereranno facilmente; dall’altra la Russia ha continuato a beneficiare, almeno in parte, delle entrate derivanti dalle esportazioni energetiche verso l’Europa. È quindi legittimo interrogarsi sull’effettiva coerenza della strategia adottata e, soprattutto, sulla credibilità di un’Unione europea che pretende rigore assoluto dai propri operatori economici salvo poi derogare, nei fatti, a quei medesimi principi quando sono in gioco gli interessi energetici di alcuni Stati membri.

Una politica estera può certamente richiedere sacrifici. Ma quei sacrifici devono essere coerenti, equamente distribuiti e fondati su analisi economiche rigorose. Diversamente si rischia di trasformare una scelta geopolitica in un pesante costo competitivo per le proprie imprese senza conseguire pienamente gli obiettivi dichiarati. È esattamente la sensazione che oggi hanno molti imprenditori italiani: aver pagato un prezzo elevatissimo per una strategia che, alla prova dei fatti, appare attraversata da profonde contraddizioni.

L’Europa ha chiesto alle proprie imprese di fare sacrifici in nome di un principio. Poi, quando si è trattato di garantire gli approvvigionamenti energetici, quello stesso principio è diventato improvvisamente molto più flessibile. Ha sacrificato le imprese italiane, ma ha continuato a finanziare Mosca acquistando il suo gas.

È difficile trovare una sintesi più efficace. L’Europa ha predicato bene. Ma ha razzolato male.

Antonio Maria Rinaldi

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