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Le crisi non hanno indebolito l’Europa. L’hanno smascherata.

L’Europa affonda sotto il peso di burocrazia e costi energetici: perché le crisi recenti hanno solo accelerato un declino industriale annunciato.

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Negli ultimi quindici anni l’economia europea ha attraversato una successione di crisi profondamente diverse tra loro. Alcune sono maturate all’interno della stessa costruzione dell’Unione economica e monetaria, come la crisi dei debiti sovrani, che mise in evidenza le fragilità di una moneta unica priva, nella sua configurazione originaria, di un’autentica unione fiscale, di un bilancio federale e di meccanismi comuni di stabilizzazione. Altre hanno avuto origine all’esterno: la pandemia, la disarticolazione delle catene globali del valore, il conflitto russo-ucraino, la crisi energetica, il ritorno dell’inflazione, il rapido irrigidimento della politica monetaria e, più recentemente, la crescente competizione geopolitica e commerciale.

Considerare questi eventi come episodi indipendenti significa tuttavia fraintendere la natura della trasformazione in atto. L’economia mondiale non sta attraversando una semplice fase congiunturale sfavorevole; sta entrando in un nuovo equilibrio nel quale sicurezza energetica, autonomia tecnologica, politica industriale, controllo delle materie prime strategiche e competizione geopolitica sono tornati a essere elementi centrali della crescita economica.

La tesi di questo articolo è che il progressivo indebolimento relativo dell’economia europea non sia principalmente il risultato di tali crisi. Esse agiscono piuttosto come fattori di stress che rendono evidenti vulnerabilità strutturali maturate nel tempo. L’aspetto più preoccupante non è quindi l’esistenza degli shock – inevitabili in qualunque economia aperta – bensì la difficoltà con cui l’attuale architettura istituzionale dell’Unione riesce ad adattarsi alla velocità dei cambiamenti dell’economia mondiale.

La storia economica insegna che nessun sistema istituzionale è immutabile. Le istituzioni producono crescita quando evolvono con sufficiente rapidità rispetto alle trasformazioni tecnologiche, produttive e geopolitiche. Quando questo adattamento rallenta, il costo non si manifesta immediatamente attraverso una crisi irreversibile, ma mediante una graduale riduzione della crescita potenziale, della produttività e della capacità di attrarre investimenti.

È precisamente questa la dinamica che oggi caratterizza l’Europa.

La crisi dei debiti sovrani rappresentò il primo segnale evidente. Essa non fu soltanto il risultato di squilibri fiscali nazionali, ma anche la conseguenza di un’Unione monetaria nella quale la politica monetaria era stata pienamente centralizzata mentre importanti strumenti di stabilizzazione economica rimanevano affidati ai singoli Stati. L’intervento successivo della Banca Centrale Europea riuscì a preservare l’integrità dell’euro, ma non eliminò il problema di fondo: l’asimmetria tra una moneta unica e un’integrazione economica, fiscale e finanziaria ancora incompleta.

Gli eventi successivi hanno progressivamente confermato questo schema.

La pandemia ha imposto la sospensione delle regole fiscali europee e la creazione di strumenti straordinari come il Next Generation EU. La crisi energetica ha evidenziato quanto la dipendenza dalle importazioni di gas e materie prime strategiche potesse trasformarsi rapidamente in un problema di competitività industriale. Le tensioni geopolitiche più recenti hanno infine riportato al centro temi che per decenni sembravano appartenere esclusivamente alla politica estera: sicurezza economica, autonomia tecnologica, controllo delle filiere produttive e politica industriale.

Il filo conduttore è sempre lo stesso. Ogni crisi accelera cambiamenti che erano già necessari prima della crisi stessa.

Per questo motivo attribuire esclusivamente alla geopolitica il rallentamento europeo significa confondere la causa con il meccanismo di trasmissione. Le guerre, le tensioni commerciali o gli shock energetici non producono automaticamente una perdita permanente di competitività. Essa dipende soprattutto dalla capacità con cui le istituzioni economiche riescono ad assorbire tali shock, riallocare capitale e lavoro verso i settori più produttivi e modificare tempestivamente gli strumenti di politica economica.

Il confronto internazionale rende questo aspetto particolarmente evidente.

Gli Stati Uniti hanno reagito agli ultimi grandi shock combinando politica monetaria, espansione fiscale, incentivi agli investimenti, sostegno all’innovazione e sviluppo della produzione energetica domestica. La Cina ha utilizzato la propria capacità di pianificazione per concentrare risorse pubbliche e private nei comparti considerati strategici. L’Unione europea, al contrario, deve necessariamente conciliare ventisette interessi nazionali, competenze istituzionali distribuite tra livelli diversi di governo e procedure decisionali che richiedono tempi fisiologicamente più lunghi.

Questa caratteristica costituisce uno degli elementi di equilibrio del progetto europeo, ma rappresenta anche un vincolo quando l’ambiente economico internazionale cambia più rapidamente della capacità delle istituzioni di adeguarsi.

È in questo divario temporale che si colloca la principale questione economica europea. L’energia costituisce forse l’esempio più significativo.

Essa non rappresenta semplicemente una voce di costo, ma uno dei fattori fondamentali della funzione di produzione di un’economia avanzata. Industria manifatturiera, logistica, trasporti, infrastrutture digitali e sistemi di intelligenza artificiale dipendono tutti dalla disponibilità di energia affidabile e competitiva.

Quando il prezzo dell’energia aumenta, non cresce soltanto il costo delle importazioni. Peggiorano le ragioni di scambio dell’economia (cioè il rapporto tra il prezzo delle esportazioni e quello delle importazioni), si riduce il reddito reale disponibile, diminuisce la redditività degli investimenti produttivi e aumenta l’incentivo a localizzare nuove attività industriali in aree caratterizzate da costi energetici inferiori.

Questo è il vero costo economico della dipendenza energetica.

Non consiste esclusivamente nell’aumento delle bollette, ma nel costo opportunità degli investimenti che non vengono realizzati, delle produzioni che si trasferiscono altrove e della minore capacità di accrescere la produttività nel lungo periodo.

È per questa ragione che il dibattito pubblico tende spesso a concentrarsi sugli effetti immediati degli shock, mentre trascura le conseguenze più rilevanti, che si manifestano lentamente attraverso una riduzione della crescita potenziale.

Ed è proprio qui che la geopolitica incontra un’Europa ancora incompiuta. L’analisi diventa ancora più evidente osservando il ruolo della politica monetaria.

Per oltre un decennio il dibattito economico si è concentrato prevalentemente sulla gestione della domanda aggregata. La crisi inflazionistica degli ultimi anni ha tuttavia riportato al centro un principio fondamentale della macroeconomia: non tutte le inflazioni hanno la stessa origine e, di conseguenza, non tutte possono essere affrontate con gli stessi strumenti.

Una parte rilevante dell’inflazione europea è derivata da shock di offerta, cioè da fattori che hanno aumentato i costi di produzione indipendentemente dalla dinamica della domanda: energia, materie prime, logistica, frammentazione delle catene globali del valore e tensioni geopolitiche. In questo contesto la Banca Centrale Europea si è trovata ad affrontare un problema particolarmente complesso.

L’aumento dei tassi di interesse rappresenta uno strumento efficace per contenere un’inflazione alimentata da un eccesso di domanda, poiché riduce il credito, rallenta consumi e investimenti e contribuisce a ricondurre le aspettative di inflazione entro livelli coerenti con la stabilità dei prezzi. Quando, invece, l’origine dell’inflazione risiede prevalentemente nell’offerta, l’efficacia della politica monetaria diviene inevitabilmente più limitata.

Ciò non significa che la BCE abbia agito erroneamente. Significa, piuttosto, che essa ha operato entro i confini del proprio mandato, utilizzando l’unico strumento realmente disponibile. Una banca centrale può contenere gli effetti monetari di uno shock reale; non può eliminarne le cause. Non può aumentare la produzione mondiale di gas naturale, ricostruire catene logistiche interrotte o ridurre tensioni geopolitiche. Può evitare che tali shock si trasformino in un processo inflazionistico permanente. Il problema quindi risiede in uno statuto della BCE notevolmente imperfetto anche e soprattutto se si paragona a tutte le Bance Centrali del mondo.

Il problema economico nasce quando la politica monetaria è chiamata a compensare debolezze che hanno origine altrove. In tali circostanze il rischio è che il costo della stabilizzazione ricada prevalentemente sugli investimenti produttivi, sull’accumulazione di capitale e, in ultima analisi, sul tasso di crescita potenziale dell’economia.

È in questo quadro che riemerge il tema della stagflazione (situazione nella quale la crescita economica ristagna o rallenta sensibilmente mentre l’inflazione permane su livelli elevati). Si tratta dello scenario più difficile da gestire perché gli strumenti utilizzati per sostenere la crescita tendono ad alimentare l’inflazione, mentre quelli impiegati per contenere l’inflazione finiscono per rallentare ulteriormente l’attività economica.

La questione decisiva, tuttavia, non è se l’Europa possa attraversare una fase di stagflazione. È comprendere perché ogni shock di offerta produca effetti relativamente più intensi rispetto ad altre grandi economie.

La risposta conduce nuovamente alla produttività.

Nel lungo periodo il benessere di un sistema economico dipende dalla capacità di produrre maggiore valore aggiunto con la medesima quantità di capitale e lavoro. Gli economisti sintetizzano questo fenomeno attraverso la produttività totale dei fattori, indicatore che misura l’efficienza complessiva del sistema produttivo.

È proprio su questo terreno che il divario europeo rispetto agli Stati Uniti è progressivamente aumentato.

L’economia americana ha beneficiato di una maggiore disponibilità di capitale di rischio, di mercati finanziari più integrati, di una più elevata capacità di trasformare ricerca in innovazione industriale e di costi energetici relativamente contenuti. La Cina ha perseguito una strategia diversa, fondata su una forte integrazione tra pianificazione pubblica, investimenti infrastrutturali e sviluppo delle filiere considerate strategiche.

L’Europa continua invece a confrontarsi con una duplice frammentazione. Da un lato quella dei mercati dei capitali, che limita l’allocazione efficiente del risparmio verso gli investimenti innovativi. Dall’altro quella delle politiche industriali ed energetiche, che rende più difficile sviluppare economie di scala comparabili con quelle dei principali concorrenti internazionali.

Questa osservazione non implica che l’Europa debba replicare il modello americano o quello cinese. Significa, più semplicemente, riconoscere che il contesto internazionale nel quale furono concepite molte delle regole economiche europee è profondamente cambiato.

Negli anni Novanta la globalizzazione premiava soprattutto l’efficienza allocativa, la riduzione delle barriere commerciali e la libera circolazione dei capitali. Oggi tali obiettivi rimangono importanti, ma convivono con esigenze nuove: sicurezza economica, autonomia tecnologica, resilienza delle filiere produttive e accesso alle materie prime critiche.

In altre parole, il paradigma economico internazionale è mutato più rapidamente dell’architettura istituzionale europea.

È qui che emerge la questione centrale.

Ogni grande crisi ha richiesto la costruzione di strumenti che, nella maggior parte dei casi, sono stati elaborati dopo che la crisi aveva già manifestato i propri effetti. L’integrazione europea continua quindi a procedere attraverso una logica prevalentemente reattiva, mentre il nuovo contesto internazionale richiede una capacità crescente di anticipazione.

Questa differenza temporale ha conseguenze economiche rilevanti.

Le decisioni di investimento delle imprese vengono assunte guardando agli orizzonti di medio-lungo periodo. Se il quadro regolatorio, energetico o industriale appare meno prevedibile rispetto a quello di altre aree economiche, il capitale tende naturalmente a dirigersi verso gli ecosistemi ritenuti più stabili e redditizi.

Il costo di tale processo non è immediatamente percepibile. Non si manifesta attraverso un improvviso collasso produttivo, bensì mediante una progressiva riduzione degli investimenti, della capacità innovativa e della crescita della produttività. È un fenomeno lento, ma proprio per questo più difficile da contrastare.

L’Europa dispone ancora di straordinari punti di forza: un elevato livello tecnologico, un capitale umano di qualità, un ampio mercato interno, una solida base manifatturiera e istituzioni democratiche che rappresentano un patrimonio irrinunciabile. Nessuno di questi elementi, tuttavia, garantisce automaticamente il mantenimento della competitività internazionale.

Nell’economia contemporanea la competitività dipende sempre più dalla rapidità con cui le istituzioni riescono ad adattarsi ai cambiamenti tecnologici, geopolitici e produttivi.

È questo il vero insegnamento delle crisi degli ultimi quindici anni.

Esse non hanno creato le fragilità europee. Le hanno rese progressivamente più visibili e, soprattutto, più costose.

La sfida che attende l’Unione non consiste quindi semplicemente nel superare il prossimo shock internazionale. Consiste nel ridurre il divario tra la velocità con cui evolve l’economia mondiale e quella con cui l’Europa modifica i propri strumenti di governo economico.

In definitiva, il futuro dell’economia europea non dipenderà soltanto dalla disponibilità di capitale, dall’innovazione tecnologica o dall’accesso all’energia. Dipenderà, soprattutto, dalla capacità delle sue istituzioni di evolvere con la stessa rapidità con cui cambia il mondo. Se questo divario verrà colmato, le crisi torneranno a essere eventi ciclici. Se invece continuerà ad ampliarsi, ogni nuovo shock non farà che confermare un declino relativo già in atto.

È questa, più della singola emergenza del momento, la vera questione economica sulla quale l’Europa è chiamata a misurare il proprio futuro.

Antonio Maria Rinaldi

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