Economia
Ex Ilva, Jindal non si ritira e Flacks rilancia. Dopo lo stop della Corte di Milano il governo prepara la controffensiva per salvare Taranto

La sentenza della Corte d’Appello di Milano è arrivata nel momento peggiore possibile: proprio mentre la procedura per la vendita dell’ex Ilva sembrava finalmente entrare nella fase decisiva. I giudici hanno stabilito che l’area a caldo di Taranto dovrà fermarsi entro novanta giorni se non saranno integralmente rimosse le parti contenenti amianto e se non saranno adottate misure sufficienti a ricondurre le emissioni di polveri sottili entro livelli ritenuti sicuri. Un provvedimento che, se applicato senza una soluzione tecnica e industriale, rischia di spegnere il cuore produttivo dell’impianto e di rendere molto più complessa qualsiasi operazione di cessione.
A Roma la decisione è stata accolta con forte preoccupazione. Negli ambienti governativi viene considerata una pronuncia capace di produrre conseguenze ben oltre il perimetro giudiziario: un conto è imporre prescrizioni ambientali e interventi rigorosi, un altro è mettere un potenziale acquirente nella condizione di rilevare un sito industriale già privato della propria continuità produttiva. In queste condizioni, sostengono fonti vicine al dossier, il rischio è quello di difendere formalmente il diritto alla salute e contemporaneamente compromettere l’unico percorso realistico per finanziare bonifiche, decarbonizzazione e tutela dell’occupazione.
Il primo segnale che Palazzo Chigi e il ministero delle Imprese attendevano è comunque arrivato. Jindal ha confermato il proprio interesse per l’intero polo siderurgico, comprese le aree a caldo e a freddo, nonostante la nuova incertezza prodotta dalla sentenza. Il progetto indiano, secondo quanto emerso nei mesi scorsi, prevedeva il mantenimento temporaneo di due altiforni durante la transizione e la realizzazione successiva di impianti elettrici e di un nuovo forno a basse emissioni, con l’obiettivo di garantire continuità produttiva mentre procede la trasformazione tecnologico.
Anche Flacks non sembra intenzionato a uscire dalla partita. Il fondo americano aveva già affermato nei mesi scorsi che gli ostacoli giudiziari non avrebbero modificato la propria visione strategica sull’ex Ilva. Il 21 luglio ha inoltre rilanciato il proprio piano, sostenendo che la sua proposta sarebbe migliore di quella di Jindal e avvertendo del rischio di uno choc occupazionale qualora la procedura non arrivasse rapidamente a una conclusione. Flacks ha dichiarato di voler rilanciare lo stabilimento, salvaguardare il lavoro e affrontare la questione ambientale attraverso un piano industriale già illustrato ai commissari e al governo.
La notizia politicamente più rilevante è quindi questa: la gara non è morta. Almeno per ora. Ed è proprio su questo dato che il governo intende costruire la propria strategia nelle prossime settimane. Secondo quanto filtra da ambienti ministeriali, il primo obiettivo sarà evitare che i novanta giorni stabiliti dalla Corte si trasformino in un conto alla rovescia verso la chiusura. I commissari dovranno verificare rapidamente quali interventi possano essere realizzati sugli impianti, quali prescrizioni possano essere recepite e quali garanzie tecniche possano essere presentate per dimostrare che la prosecuzione temporanea della produzione non comporta rischi incompatibili con la tutela della salute.
Parallelamente sarà valutata ogni possibile iniziativa sul piano giudiziario. Un eventuale ricorso non sospenderebbe automaticamente gli effetti della decisione e non potrebbe quindi sostituire gli interventi industriali richiesti. Potrebbe però diventare uno degli strumenti attraverso i quali contestare una pronuncia che, secondo la lettura politica del governo, rischia di ignorare le conseguenze economiche e strategiche della sospensione dell’area a caldo.
Nei corridoi del ministero si ragiona su una linea molto chiara: non contrapporre ambiente e lavoro, ma dimostrare che la chiusura immediata impedirebbe proprio quella trasformazione ambientale che tutti dichiarano di volere.
Un impianto spento non diventa automaticamente un impianto bonificato. Diventa, molto più probabilmente, un’enorme area industriale da mettere in sicurezza a carico dello Stato, con migliaia di lavoratori senza prospettive e con la filiera siderurgica nazionale costretta a dipendere ancora di più dalle importazioni.
Per questa ragione il governo ha confermato nuove risorse per garantire la continuità operativa. Dopo i finanziamenti già concessi, è stato disposto un ulteriore intervento da 100 milioni di euro, indispensabile per affrontare l’emergenza e mantenere in funzione gli impianti durante la fase di transizione.
Ma il vero passaggio non sarà l’ennesimo prestito pubblico. Sarà la scelta dell’investitore.
La procedura, secondo quanto si apprende, dovrà adesso essere accelerata. I commissari sono chiamati a confrontare in maniera definitiva le proposte di Jindal e Flacks, valutando non soltanto il prezzo offerto, ma soprattutto la solidità finanziaria, gli investimenti ambientali, i livelli occupazionali garantiti e la capacità di assicurare produzione durante la decarbonizzazione.
Jindal offre certamente un vantaggio industriale: è un grande gruppo siderurgico internazionale e possiede le competenze necessarie per gestire un impianto complesso come Taranto. La proposta indiana appare costruita intorno alla continuità del ciclo produttivo e a una transizione graduale verso tecnologie meno emissive.
Flacks, invece, si presenta come specialista nel rilancio di attività industriali in difficoltà. La sua proposta punterebbe su una ristrutturazione più marcata, sostenuta da partner e manager internazionali. Il fondo americano ha però dovuto rispondere nei mesi scorsi alle richieste di integrazione riguardanti garanzie finanziarie, piano industriale, occupazione e investimenti ambientali.
Il retroscena è che, prima della decisione della Corte, nel governo si stava facendo strada l’idea di poter arrivare a una scelta in tempi relativamente brevi. La concorrenza tra i due pretendenti avrebbe dovuto consentire ai commissari di chiedere ulteriori miglioramenti e garanzie.
Qualunque investitore, infatti, potrebbe chiedere di rivedere il piano industriale, il valore degli asset e gli impegni finanziari alla luce della possibile chiusura dell’area a caldo. Un impianto in produzione, anche a regime ridotto, ha un valore. Un impianto fermo, da bonificare e successivamente riavviare, rappresenta invece un rischio industriale e finanziario completamente diverso.
È per questo che la conferma dell’interesse di Jindal assume un significato strategico. Il gruppo indiano sta dicendo, implicitamente, di considerare ancora recuperabile il sito di Taranto. E Flacks, dopo aver rilanciato il proprio piano soltanto pochi giorni prima della pronuncia, difficilmente potrebbe ritirarsi senza rinunciare alla posizione costruita in mesi di trattativa.
I pretendenti chiederanno certezze sulla possibilità di produrre, sui tempi delle bonifiche, sulle autorizzazioni, sull’approvvigionamento energetico e sul contributo pubblico alla decarbonizzazione. Potrebbero chiedere inoltre una ripartizione più netta dei costi ambientali accumulati durante le precedenti gestioni. Il governo dovrà evitare una svendita, ma allo stesso tempo non potrà pretendere che un privato assuma da solo tutti i rischi del passato. La soluzione più realistica potrebbe essere un accordo articolato: ingresso dell’investitore industriale, impegni pubblici sulle infrastrutture e sulle bonifiche pregresse, garanzie occupazionali progressive e un cronoprogramma vincolante per l’abbandono graduale del carbone.
Fonti parlamentari vicine alla maggioranza descrivono una forte irritazione per una decisione giudiziaria considerata incapace di valutare la dimensione nazionale della vicenda. Non perché la salute dei cittadini possa essere subordinata alla produzione, ma perché la tutela sanitaria non può essere ridotta a un ordine di spegnimento privo di una strategia industriale alternativa.
L’ex Ilva non è un’acciaieria qualsiasi. È un’infrastruttura strategica per l’automotive, la meccanica, le costruzioni, la cantieristica e la difesa. La sua chiusura renderebbe l’Italia ancora più dipendente dall’acciaio prodotto all’estero, anche in Paesi con standard ambientali inferiori a quelli europei.
Il paradosso sarebbe evidente: chiudere Taranto in nome dell’ambiente per poi importare acciaio realizzato attraverso processi più inquinanti. Dopo la sentenza, il ministro Adolfo Urso ha avviato un aggiornamento del dossier anche con i territori interessati dagli altri siti del gruppo, a partire da Cornigliano. Perché lo spegnimento di Taranto non avrebbe conseguenze soltanto sulla Puglia: verrebbe meno l’acciaio necessario ad alimentare gli stabilimenti del Nord e l’intera rete industriale rischierebbe di essere travolta.
La road map, dunque, potrebbe procedere su quattro binari. Il primo è industriale: individuare immediatamente gli interventi necessari per rispettare le prescrizioni della Corte e mantenere almeno una produzione minima. Il secondo è finanziario: utilizzare il prestito-ponte non per rinviare il problema, ma per accompagnare lo stabilimento fino all’ingresso del nuovo investitore. Il terzo è negoziale: ottenere da Jindal e Flacks proposte definitive e vincolanti, con garanzie concrete su investimenti, occupazione e decarbonizzazione. Il quarto è politico e giudiziario: intervenire affinché il principio della tutela ambientale non venga tradotto nella chiusura irreversibile del più importante polo siderurgico italiano.
La partita resta dunque aperta. E forse, paradossalmente, la decisione della Corte potrebbe costringere tutti ad accelerare. Jindal ha confermato di esserci. Flacks aveva già rilanciato e difficilmente abbandonerà senza giocare le proprie carte. Il governo sa che non esistono più margini per rinviare. Ora bisogna scegliere.
Continuare a gestire l’ex Ilva attraverso prestiti pubblici e provvedimenti emergenziali significherebbe accompagnarla lentamente verso la fine. Concludere la vendita e imporre un piano credibile di risanamento significherebbe invece trasformare una crisi decennale nella più importante operazione di politica industriale della legislatura. La sentenza di Milano ha reso tutto più difficile. Ma non ha ancora spento Taranto. E soprattutto non ha spento l’interesse di chi ritiene che quella fabbrica possa ancora avere un futuro.










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