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L’Arabia Saudita scappa da Hormuz: grandi investimenti per blindare il petrolio dal blocco

Il Regno di Riyadh pianifica una rete di oleodotti colossale: l’obiettivo è ignorare lo Stretto di Hormuz e mettere in sicurezza le forniture mondiali di greggio.

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L’Arabia Saudita guarda oltre lo Stretto di Hormuz e decide di non fidarsi molto della pace attuale, preparandosi per il futuro

Secondo Reuters, il Regno sta valutando di ampliare la capacità del proprio oleodotto est-ovest fino a 2 milioni di barili al giorno. Si tratta di una mossa che consentirebbe a una maggiore quantità di petrolio saudita — e potenzialmente anche dei paesi confinanti del Golfo — di raggiungere i mercati globali senza passare attraverso il punto di strozzatura più vulnerabile dal punto di vista strategico al mondo.

Le discussioni sono ancora in fase preliminare.

Dopo cinque mesi di guerra, interruzioni del traffico delle petroliere e minacce iraniane alla navigazione commerciale, i produttori del Golfo considerano lo Stretto come un ostacolo da superare.

oleodotto est ovest

L’attuale oleodotto est-ovest, costruito nei primi anni ’80, è in grado di trasportare fino a 7 milioni di barili al giorno dai giacimenti petroliferi orientali del Regno al terminale di esportazione sul Mar Rosso a Yanbu. Durante la crisi di Hormuz, è diventato l’infrastruttura energetica più preziosa dell’Arabia Saudita, consentendo a milioni di barili di aggirare completamente il Golfo Persico.

Ora Riyadh sembra pronta a raddoppiare la posta in gioco.

Secondo Reuters, l’Arabia Saudita ha già avviato discussioni preliminari con i produttori vicini, tra cui il Kuwait, in merito all’espansione del sistema. Il Kuwait non dispone di rotte di esportazione alternative, mentre l’oleodotto iracheno verso la Turchia continua a essere afflitto da interruzioni e controversie politiche e , comunque, dovrebbe essere congiunto con la produzione kuwaitiana. Il Qatar, nel frattempo, starebbe valutando se anche le sue esportazioni di GNL potrebbero trarre vantaggio da rotte alternative attraverso l’Arabia Saudita, magari esportando tramite gasdotto per poi liquefare altrove.

Il progetto richiederebbe anni e costerebbe miliardi di dollari, ma gli eventi recenti hanno cambiato radicalmente i calcoli. Nessuno si fida dell’equilibrio atttuale. L’Iraq ha già affermato che, comunque, continuerà le esportazioni tramite la Siria.

Il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz si è ripreso dopo l’accordo quadro tra Stati Uniti e Iran di giugno, ma il traffico commerciale rimane ben al di sotto dei livelli prebellici. Gli operatori indipendenti di petroliere continuano a dover affrontare costi elevati per l’assicurazione contro i rischi di guerra, mentre l’Iran ha ripetutamente ribadito la propria intenzione di regolamentare i movimenti delle navi e ha avanzato l’idea di far pagare alle navi i servizi nella via navigabile una volta concluse le trattative.

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