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L’Iraq volta le spalle allo Stretto di Hormuz: il greggio sceglie la via della Siria

Il grande tradimento di Hormuz: perché l’Iraq non crede più alla pace nel Golfo e sposta il petrolio in Siria. Nonostante la riapertura dello stretto, i produttori fuggono verso il Mediterraneo per salvare le loro economie.

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Nessuno ama farsi cogliere impreparato due volte. Soprattutto se sei uno dei maggiori produttori di petrolio al mondo e l’intera sopravvivenza della tua nazione dipende da una singola, strettissima lingua di mare. L’Iraq ha imparato la dura lezione: la recente chiusura dello Stretto di Hormuz ha bloccato la sua principale rotta per l’estero, riempiendo i serbatoi fino all’orlo e mandando in tilt l’intero sistema.

Ora, Bagdad ha deciso: di Hormuz non ci si fida più.

Secondo i dati raccolti dall’agenzia Reuters, i funzionari iracheni hanno preso una decisione molto pratica: la strategia usata in emergenza diventa fissa. L’Iraq continuerà a inviare petrolio greggio e nafta attraverso il porto siriano di Baniyas, sul Mar Mediterraneo. Il governo ha scelto di ignorare il presunto e tanto sbandierato ritorno alla normalità nel Golfo Persico. Chi si fida è perduto.

Questo cambio di rotta ha un peso enorme. In tempi normali, l’Iraq esporta circa 3,6 milioni di barili di petrolio al giorno. Di questi, ben 3,4 milioni passavano dai terminali del sud, finendo direttamente nel Golfo. Quando Hormuz si è fermato all’inizio dell’anno, un colosso dell’OPEC si è trovato improvvisamente esposto a un blocco quasi totale. Un rischio che per decenni era considerato solo teoria sui libri di geopolitica.

La nuova via e la sicurezza dell’economia

Le esportazioni via mare attraverso la Siria inizieranno già a luglio, con un ritmo iniziale di circa 50.000 barili al giorno. Nel frattempo, c’è già una flotta di camion che trasporta olio combustibile a Baniyas per venderlo ai mercati europei e africani. La Siria, ovviamente, ringrazia per questa iniezione di affari e sta ampliando i moli e le strutture di scarico per gestire questa nuova marea nera.

Per l’Iraq, questa non è solo una mossa politica. È pura sopravvivenza economica. Quando le vendite di petrolio si fermano, i soldi nelle casse dello Stato crollano. Senza queste entrate, il governo non ha le risorse per pagare gli stipendi, sostenere i consumi dei cittadini o fare investimenti interni. Costruire una rotta alternativa verso il Mediterraneo assicura un flusso di denaro vitale per tenere in piedi l’occupazione e la domanda nel Paese, evitando una crisi sociale profonda.

Questa ricerca disperata di sicurezza sta contagiando tutto il Medio Oriente. I grandi produttori sono stanchi di dipendere da un unico passaggio:

  • Arabia Saudita: durante il blocco, ha spinto al limite il suo oleodotto Est-Ovest.
  • Emirati Arabi Uniti: stanno accelerando per costruire nuovi porti fuori dallo Stretto.
  • Iraq: oltre alla Siria, studia a fondo nuove strade verso la Turchia.

La fragilità delle promesse di pace

I mercati finanziari avevano fatto festa per la riapertura di Hormuz, ma la realtà ha spento subito i sorrisi. I colloqui di pace previsti in Svizzera sono stati bloccati prima ancora di iniziare. Come se non bastasse, le forze armate iraniane (IRGC) hanno intimato alle navi di restare lontane dallo Stretto, accusando gli Stati Uniti di non rispettare gli accordi appena firmati. Anche se Trump afferma che lo stretto è aperto e senza pedaggi, non c’è fiducia nelle parole dei politici. Meglio avere il Piano B verso il Mediterraneo.

Le aziende che gestiscono le petroliere, di fronte a questi chiari segnali di pericolo, non hanno nessuna voglia di buttarsi in acque così agitate. Il risultato pratico è evidente: l’intera regione cerca disperatamente vie alternative. Nessuno vuole più farsi ricattare da un singolo tratto di mare.

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