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Ipocrisia di Bruxelles: chiude i rubinetti a Mosca e lascia aperti quelli delle altre autocrazie

Bruxelles rinuncia al gas russo in nome dei diritti civili, ma si affida ad altre autocrazie per l’energia. Scopri come questa doppia morale sta facendo esplodere le bollette e distruggendo le nostre fabbriche.

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L’Unione Europea continua a presentarsi come una potenza fondata sui valori: democrazia, diritti civili, libertà individuali, tutela dello Stato di diritto, rispetto del diritto internazionale. È dentro questa cornice politica e morale che Bruxelles ha progressivamente indotto i Paesi membri a interrompere — almeno formalmente e in larga parte — le forniture energetiche provenienti dalla Russia dopo la guerra in Ucraina.

La motivazione ufficiale è nota: Mosca viene considerata un sistema politico autoritario, dominato da oligarchie, accusato di comprimere le libertà politiche e civili e di violare principi che l’Unione Europea dichiara di considerare fondanti della propria identità.

Ma è proprio qui che emerge una contraddizione sempre più difficile da spiegare.

Perché se il criterio adottato fosse davvero quello democratico e valoriale, allora Bruxelles dovrebbe coerentemente spingere gli Stati membri a interrompere o quantomeno ridurre drasticamente anche i rapporti energetici con numerosi altri Paesi da cui oggi l’Europa continua invece ad acquistare petrolio e gas senza particolari remore morali.

E infatti molti Stati, classificati dalle principali organizzazioni internazionali come sistemi “non liberi” o caratterizzati da profonde limitazioni delle libertà politiche e civili — repressione dell’opposizione, controllo dell’informazione, restrizioni alla stampa indipendente, concentrazione del potere politico — continuano tranquillamente a commerciare petrolio e gas con i Paesi dell’Unione Europea. Anzi, dopo il 2022, Bruxelles ha di fatto incoraggiato l’aumento di questi approvvigionamenti proprio per compensare la riduzione delle forniture provenienti dalla Russia.

Ed è qui che la narrativa europea entra in crisi. Perché se le ragioni delle sanzioni fossero realmente riconducibili alla natura autoritaria del sistema russo, allora la stessa logica dovrebbe valere anche per altri regimi che presentano caratteristiche analoghe sul piano politico e civile.

Se invece il principio non viene applicato agli altri, allora significa che esiste un’evidente applicazione selettiva dei principi che l’Unione Europea sostiene di voler difendere.

Ed è precisamente questo il punto che Bruxelles evita accuratamente di affrontare. Perché i fatti raccontano una realtà molto diversa.

Un’autocrazia ostile viene demonizzata. Un’autocrazia utile viene tollerata.
Un regime concorrente viene sanzionato. Un regime funzionale agli approvvigionamenti energetici europei viene invece definito “partner strategico”.

È difficile sostenere seriamente che il discrimine sia il rispetto dei diritti civili o la qualità democratica dei governi coinvolti.

L’obiezione più frequente è che la Russia avrebbe oltrepassato una linea invalicabile con l’invasione dell’Ucraina. Certamente la guerra rappresenta un elemento decisivo. Ma anche qui l’incoerenza europea resta evidente. Negli ultimi decenni l’Occidente ha continuato a intrattenere rapporti economici, finanziari e strategici con Stati coinvolti in conflitti, interventi militari controversi o gravi violazioni dei diritti umani, senza mai arrivare a un livello di isolamento politico ed economico comparabile a quello imposto a Mosca.

Ed è proprio questa evidente applicazione selettiva dei principi a rendere fragile l’intera costruzione morale europea.

Il punto, inoltre, non è soltanto politico o ideologico. È anche economico. E il prezzo di questa incoerenza viene scaricato quasi interamente su cittadini e imprese europee.

La sostituzione delle forniture russe con fonti energetiche alternative più costose ha contribuito all’aumento strutturale dei costi energetici, alla perdita di competitività industriale e all’incremento delle pressioni inflazionistiche. La manifattura europea — soprattutto quella energivora — si trova oggi a competere con economie che beneficiano di costi energetici inferiori, mentre famiglie e imprese sopportano bollette più elevate in nome di una politica che continua comunque a dipendere da regimi autoritari.

In sostanza, l’Europa non ha eliminato la dipendenza dalle autocrazie. Ha soltanto cambiato quelle considerate politicamente accettabili.

Ed è questo il vero nodo della questione: l’Unione Europea rivendica una superiorità morale universale, ma applica i propri principi in modo selettivo, intermittente e strettamente subordinato alla convenienza strategica del momento.

Perché alla fine il costo reale di questa incoerenza non lo pagano le istituzioni europee né le élite politiche che la giustificano. Lo pagano cittadini e imprese, attraverso bollette più alte, minore competitività industriale, crescita economica più debole e un progressivo impoverimento del sistema produttivo europeo.

E quando i principi vengono applicati in modo selettivo, mentre il prezzo delle scelte ricade sull’economia reale, il rischio è che la politica dei valori finisca per trasformarsi semplicemente in un lusso ideologico pagato dai contribuenti europei.

Antonio Maria Rinaldi
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