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La tempesta perfetta del debito: la crisi in Iran fa esplodere i rendimenti globali
rendimenti dei titoli di Stato USA e UK toccano i massimi dal 2007. La guerra in Iran blocca il petrolio, le Borse crollano e l’incubo stagflazione si fa reale.

L’illusione del denaro facile si è definitivamente infranta contro lo scoglio della geopolitica. I timori di uno shock inflazionistico duraturo, innescato dalla guerra in Iran e dal blocco dello Stretto di Hormuz, hanno scatenato un’ondata di vendite sui titoli di Stato globali. Il risultato? I costi di finanziamento per gli Stati sono schizzati a livelli che non si vedevano da prima della Grande Crisi Finanziaria del 2008.
Siamo di fronte a una tempesta perfetta. L’aumento del prezzo del petrolio si sta combinando con la reazione quasi pavloviana e incontrollata delle banche centrali, pronte ad alzare i tassi d’interesse pur di rincorrere un’inflazione trainata dall’offerta, non dalla domanda.
Il collasso dei bond: i numeri della crisi
Per capire la gravità della situazione, basta guardare i rendimenti dei titoli di Stato a 30 anni, il vero termometro della fiducia a lungo termine degli investitori:
- Stati Uniti: Il rendimento del Treasury a 30 anni ha chiuso la settimana al 5,12%, il livello più alto dal luglio 2007. L’ennesimo dato disastroso sull’inflazione all’ingrosso (il peggiore dal 2022) ha spinto i mercati a prezzare una probabilità del 50% di un nuovo rialzo dei tassi da parte della Fed entro fine anno. Tra l’altro la “Colomba” messa da Trump nel board della Fed, Stephen Miran, lascerà il posto questo mese.
- Giappone: Per la prima volta nella storia, il rendimento a 30 anni ha sfondato la barriera del 4%. Un evento sismico per un Paese abituato a tassi a zero.
- Regno Unito: Qui la crisi globale si somma a un disastro locale. I Gilt britannici a 30 anni sono volati al 5,85%, il massimo di questo secolo. Il Regno Unito è vittima di un cortocircuito letale: un’inflazione ostinata mescolata a una profonda incertezza politica che spaventa i capitali. Il fatto che il prossimo primo ministro britannico possa essere perfino più a sinistra di Starmer sta spaventando i mercati, unito all’incertezza generale della situazione.
L’effetto a catena sulle Borse è stato immediato: l’S&P 500 ha ceduto l’1,2%, il Nasdaq l’1,5% e lo Stoxx Europe 600 l’1,5%. Se i tassi salgono troppo, il debito delle aziende diventa insostenibile, innescando una spirale di fallimenti.
Il nodo del petrolio e il malato tedesco
Alla radice di tutto c’è l’oro nero. Il greggio Brent ha superato i 109 dollari al barile, segnando un +50% dall’inizio dell’attacco israelo-americano in Iran. Lo Stretto di Hormuz resta chiuso e il recente vertice tra Donald Trump e Xi Jinping non ha prodotto alcuna via d’uscita. Senza l’aiuto di Pechino, i flussi energetici globali restano strozzati. Come ha ben sintetizzato Emmanuel Cau di Barclays: “Ora si tratta solo di petrolio. Se il petrolio non scende, il mercato non può salire”. Il petrolio non può scendere, almeno per ora, se non si risolve il nodo Hormuz.
A questo scenario già cupo, in Europa, si aggiunge la gravissima crisi politico-economica tedesca. La Germania, ex motore d’Europa, è paralizzata, appesantita da costi energetici insostenibili e da una leadership politica debole. Questo rende il lavoro della BCE un vero incubo: dover combattere l’inflazione in un continente che flirta apertamente con la recessione.
Le ricadute economiche reali
Cosa significa questo per l’economia di tutti i giorni? Quando i rendimenti del debito pubblico salgono al 5%, lo spazio per la spesa statale si restringe drammaticamente. I governi dovranno drenare enormi risorse solo per pagare gli interessi, togliendo fondi a sanità, infrastrutture e aiuti alle imprese proprio nel momento in cui l’economia deve affrontare lo shock energetico.
Aumentare i tassi d’interesse per combattere un’inflazione causata dalla mancanza di petrolio (e non da un eccesso di consumi) rischia solo di uccidere la crescita, senza risolvere il problema alla radice. È la ricetta perfetta per la stagflazione: prezzi alti, economia ferma e debito sempre più caro. Eppure sarà quello che probabilmente faranno la BCE e, forse, persino la Federal Reserve.









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