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Petrolio e Gas, la Norvegia fa il pieno: +68% di ricavi grazie alla crisi. E l’Europa paga.
La crisi in Medio Oriente fa volare i conti di Oslo: incassi record da gas e petrolio mentre i prezzi schizzano alle stelle. Il paradosso di un’Europa a secco di energia che rinuncia alle proprie estrazioni, condannandosi a pagare il conto alla pragmatica Norvegia.

Mentre l’Europa continentale si dibatte tra rigidità ideologiche e carenze strutturali, la pragmatica Norvegia continua a fare l’unica cosa che conta davvero per sostenere l’economia reale e la bilancia dei pagamenti: produrre energia. La chiusura dello Stretto di Hormuz e il recente scoppio del conflitto iraniano hanno generato un prevedibile shock dell’offerta a livello globale, e Oslo ha tempestivamente incassato il dividendo.
I numeri del mese di marzo sono impietosi per chi deve importare, e trionfali per chi ha mantenuto la capacità di esportare:
- Export di greggio: balzo del 67,9% su base annua, toccando la quota record di 57,4 miliardi di corone (circa 6,1 miliardi di dollari).
- Volumi e Prezzi: esportati 56,6 milioni di barili (quasi 2 milioni al giorno), venduti a una media di 1.014 corone al barile, il massimo da settembre 2023.
- Gas Naturale: ricavi in crescita del 19%, spinti a oltre 69 miliardi di corone.
- Surplus commerciale: volato a 97,5 miliardi di corone, il livello più alto da inizio 2023.
Ci troviamo di fronte a un colossale travaso di ricchezza dall’Europa importatrice alle casse sovrane scandinave. Un paradosso che non è sfuggito a Donald Trump, il quale ha centrato il punto su Truth Social con la sua consueta ruvida ironia: “L’Europa è disperata per l’energia, eppure il Regno Unito si rifiuta di aprire il Mare del Nord […]. La Norvegia vende il suo petrolio al Regno Unito al doppio del prezzo. Stanno facendo una fortuna”.
Ed è proprio così. Mentre il Regno Unito e l’Europa bloccano le trivellazioni domestiche rincorrendo target di decrescita, la Norvegia, pur consapevole del declino strutturale dei vecchi giacimenti nel Mare del Nord, non si ferma. Al contrario, sposta il baricentro geopolitico delle sue estrazioni investendo massicciamente nel Mare di Barents (dove l’80% degli idrocarburi è ancora da esplorare) e nel Mare di Norvegia.
Ricadute economiche: Stiamo assistendo a un classico schema di spiazzamento competitivo. Se le nazioni manifatturiere europee continueranno a pagare l’energia con questo “sovrapprezzo geopolitico”, i margini dell’industria pesante continentale crolleranno inesorabilmente, portando a ulteriore deindustrializzazione. Oslo, dal canto suo, applica un sano pragmatismo economico: investe nell’offerta reale, protegge l’indipendenza nazionale e massimizza la rendita. Noi, nel frattempo, paghiamo la bolletta.







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