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La taglia da 20 milioni e il paradosso di un programma nucleare “obliterato”
Gli Usa offrono 20 milioni per informazioni sul nucleare iraniano. Ma Trump lo aveva detto: “Obliterato”

C’è un paradosso che vale più di mille analisi. Gli Stati Uniti, attraverso il Comando Centrale (CENTCOM), hanno annunciato un programma di ricompense: fino a 20 milioni di dollari (e la possibilità di un trasferimento per chi collabora) per ottenere informazioni sul programma nucleare iraniano. Oggetto della caccia: strutture, attrezzature e scienziati. Un’iniziativa del Dipartimento di Stato, nell’ambito del programma Rewards for Justice, che esiste dal 1984 e ha già pagato oltre 250 milioni di dollari a più di 125 persone.
Fino a qui, nulla di strano: le intelligence di tutto il mondo comprano informazioni. Il problema sorge quando si mette questo annuncio accanto alla narrazione ufficiale che la Casa Bianca va ripetendo da mesi. Il presidente Donald Trump, dopo l’operazione militare “Midnight Hammer” del giugno 2025, ha più volte dichiarato che i siti chiave di Fordow, Natanz e Isfahan sono stati “completamente e totalmente obliterati”. La narrativa è chiara: il programma nucleare iraniano non esiste più, è stato distrutto.
E allora perché offrire 20 milioni di dollari per informazioni su qualcosa che non c’è più? La risposta, evidentemente, è che non è vero che non c’è più. O, quantomeno, che la sua eliminazione è tutt’altro che completa. Lo ammettono, con un malcelato imbarazzo, le stesse fonti ufficiali quando parlano di “valutazioni successive” che indicano “battute d’arresto significative” ma non l’eliminazione totale. Lo ha ammesso lo stesso Trump quando, pochi giorni fa, ha parlato della necessità di “occuparsi” di uno o due obiettivi rimanenti, citando la cosiddetta “Pickaxe Mountain”, e gli iraniani pare prendano la cosa seriamente. Il paradosso è servito: si celebra la distruzione totale e, nello stesso tempo, si mette una taglia su ciò che sarebbe già polverizzato.
La realtà che emerge dai dati è più complessa e, per certi versi, più inquietante. L’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA) ha ripetutamente riferito che l’Iran arricchisce uranio al 60%, un livello che è “a un breve passo tecnico” dal 90% richiesto per una bomba. Teheran è l’unico Stato non dotato di armi nucleari a produrre uranio a un livello così elevato. Gli esperti stimano che, se ulteriormente arricchito, questo materiale potrebbe essere sufficiente per diverse armi nucleari. E non è tutto: la mancanza di conformità dell’Iran agli obblighi di salvaguardia con l’IAEA ha portato l’agenzia a perdere la cosiddetta “continuità di conoscenza” sulla produzione e sull’inventario di componenti chiave come le centrifughe. In parole povere: nessuno sa più esattamente cosa l’Iran abbia, dove lo tenga e quanto sia avanzato il suo programma.
Pickaxe mountain
La taglia da 20 milioni diventa, quindi, un’ammissione di impotenza strategica. Non si offre una ricompensa del genere quando si ha il controllo della situazione. La si offre quando le proprie fonti sono cieche, quando le ispezioni sono bloccate e quando la narrativa della “vittoria totale” non regge più il confronto con i fatti. È il tentativo di comprare, con il denaro, quella conoscenza che le bombe non sono riuscite a garantire.
C’è poi un altro aspetto, tipico della comunicazione di questa amministrazione: la spettacolarizzazione della geopolitica. L’annuncio della taglia, diffuso via social, segue di poche ore un “attacco minore” degli Stati Uniti sull’isola di Qeshm, nel Stretto di Hormuz, definito da Trump stesso come la distruzione di “un piccolo dispositivo antiaereo” in “circa 15 minuti”. Da un lato si minimizzano le azioni militari, dall’altro si amplificano le taglie milionarie. Il risultato è una politica estera che sembra oscillare tra la sbruffonata e la confessione.
La verità, come spesso accade, è che la realtà è più sfumata delle dichiarazioni trionfalistiche. L’Iran continua a sfidare gli ispettori, a portare avanti l’arricchimento e a sostenere attacchi tramite i suoi proxy nella regione. L’offerta di 20 milioni di dollari per informazioni sul suo programma nucleare non è un segno di forza, ma la conferma che il problema è ancora lì, irrisolto. E che forse, a Washington, qualcuno ha finalmente iniziato a prenderne atto.







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