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La sovranità a bilancio condizionato: Meloni tra Bruxelles, nuovo debito e promesse tradite
La manovra 2027 mostra i limiti di un sovranismo che negozia deroghe alle regole europee senza provare a cambiarle. Ma il problema non è soltanto quanto deficit ci viene consentito: è quale crescita siamo in grado di generare e chi beneficia realmente della nostra spesa pubblica.

La sovranità a bilancio condizionato: Meloni tra Bruxelles, nuovo debito e promesse tradite
La manovra 2027 mostra i limiti di un sovranismo che negozia deroghe alle regole europee senza provare a cambiarle. Ma il problema non è soltanto quanto deficit ci viene consentito: è quale crescita siamo in grado di generare e chi beneficia realmente della nostra spesa pubblica.
C’è una contraddizione che la manovra 2027 rende ormai difficile nascondere. Il governo Meloni, arrivato al potere promettendo di restituire all’Italia la sovranità delle proprie scelte economiche, continua a negoziare con Bruxelles quanto possa indebitarsi e per quali finalità. Il sovranismo proclamato all’opposizione sembra essersi trasformato, una volta al governo, nella ricerca di deroghe alle stesse regole europee che si prometteva di contestare.
E non si tratta di una contrapposizione ideologica. Si tratta di prendere atto di un modello europeo che, attraverso vincoli di bilancio e indirizzi energetici e industriali, ha contribuito a comprimere le prospettive di crescita italiana, senza impedire il progressivo indebolimento di importanti settori produttivi. Una politica nazionale dovrebbe partire proprio da questa constatazione, anziché limitarsi ad amministrarne le conseguenze.
I numeri della manovra sono eloquenti: deficit previsto al 3,4% del PIL nel 2027, al 3,2% nel 2028 e al 2,3% nel 2029, con un debito pubblico al 138,5% del PIL nel 2027. La maggiore flessibilità richiesta per difesa e sicurezza energetica, pari complessivamente a circa 29 miliardi nel biennio 2027-2028, non rappresenta un trasferimento europeo né una risorsa gratuita. Significa semplicemente poter contrarre maggiore debito nazionale per finalità considerate ammissibili da Bruxelles. L’Europa non ci regala nulla: ci consente, a determinate condizioni, di indebitarci ulteriormente.
Ma il vero problema è un altro: quale crescita produce quella spesa? Se una quota rilevante degli acquisti per la difesa o per la transizione energetica si traduce in forniture estere, lo stimolo alla domanda alimenta soprattutto economie diverse dalla nostra. La dipendenza dalla Cina in importanti filiere delle tecnologie energetiche e dagli Stati Uniti in segmenti strategici delle forniture militari impone una valutazione che non può essere elusa. Il moltiplicatore fiscale non si misura dalle intenzioni politiche, ma dal reddito, dall’occupazione e dalla capacità produttiva effettivamente generati.
Non ogni importazione è improduttiva, naturalmente. Ma un investimento strategico dovrebbe rafforzare anche il controllo nazionale delle tecnologie, delle filiere e del valore aggiunto. Altrimenti rischiamo di finanziare, con debito italiano, la crescita industriale altrui, lasciando alle nostre imprese soltanto attività marginali di assemblaggio e logistica.
È dunque legittimo chiedersi perché la spesa militare possa beneficiare di margini di flessibilità che non vengono automaticamente riconosciuti a infrastrutture industriali, reti logistiche o investimenti capaci di ridurre strutturalmente il costo dell’energia. La sicurezza nazionale non si esaurisce negli armamenti: comprende la capacità di produrre, esportare, garantire energia competitiva e mantenere occupazione qualificata. Un Paese che perde la propria base industriale perde anche una parte della propria sovranità politica.
La flessibilità temporanea, inoltre, non cancella il debito contratto. Se la maggiore spesa non produce crescita sufficiente, domani potrà tradursi in nuovi aggiustamenti, maggiori imposte o minori risorse per sanità, istruzione e servizi essenziali. La sostenibilità del rapporto debito/PIL dipende anche dalla crescita del denominatore, non soltanto dal contenimento del numeratore. Una politica che comprime sistematicamente la domanda e gli investimenti per rispettare parametri contabili rischia di compromettere proprio la sostenibilità che dichiara di perseguire.
Anche le coperture meritano attenzione. La manovra prevede interventi lordi per circa 23,5 miliardi nel 2027, con poco più di 10 miliardi di coperture e un peggioramento del saldo vicino a 13 miliardi. Il contributo richiesto al settore finanziario, stimato in circa 5 miliardi, impone di distinguere nuove entrate effettive da anticipazioni di gettito e misure temporanee. Occorre inoltre valutare quanto degli oneri su banche e assicurazioni possa ricadere su credito, imprese e risparmiatori. Non basta annunciare chi pagherà formalmente: bisogna capire chi ne sopporterà il costo economico.
Sarebbe però troppo comodo attribuire ogni responsabilità a Bruxelles. Il governo italiano partecipa alle decisioni europee e conserva poteri significativi sulla spesa nazionale. Nessuno gli impedisce di eliminare agevolazioni inefficaci, rivedere programmi improduttivi o presentare una diversa strategia industriale. E nessuno lo obbliga a descrivere come una vittoria politica la semplice possibilità di contrarre altro debito.
A chi critica viene allora rivolta la consueta domanda: che cosa avreste fatto? La risposta è precisa. Un governo realmente sovranista avrebbe dovuto cambiare l’oggetto del negoziato europeo, proponendo un trattamento specifico per gli investimenti produttivi strategici: energia, infrastrutture, logistica, tecnologia e capacità industriale nazionale. Non una licenza a spendere senza limiti, ma progetti verificabili, con effetti misurabili sulla crescita e sulla sostenibilità del debito.
Per ottenere risultati sarebbe stato necessario costruire alleanze europee e utilizzare il peso negoziale dell’Italia. Il Patto di stabilità non può essere modificato unilateralmente, poiché le principali decisioni sono adottate a maggioranza qualificata. Ma sul quadro finanziario pluriennale e sulle risorse proprie l’Italia dispone di un potere di veto, trattandosi di decisioni soggette all’unanimità. Una leva politica da utilizzare responsabilmente, collegando il confronto sulle regole fiscali alle grandi scelte finanziarie dell’Unione. Non per minacciare veti simbolici, ma per aprire una trattativa concreta.
Esiste poi una questione istituzionale che un sovranismo credibile non può ignorare: il rapporto fra ordinamento europeo e Costituzione italiana. Il primato del diritto UE opera nell’ambito delle competenze attribuite all’Unione, mentre la giurisprudenza costituzionale riconosce controlimiti fondati sui principi supremi e sui diritti inviolabili. Gli articoli 36, 43 e 47 della Costituzione richiamano, rispettivamente, la dignità della retribuzione, la possibilità di intervento pubblico in settori di interesse generale e la tutela del risparmio. Non autorizzano a disapplicare indiscriminatamente le regole europee, ma impongono di interrogarsi su quali strumenti nazionali possano ancora garantire lavoro dignitoso, controllo delle infrastrutture essenziali e tutela dell’interesse collettivo.
Sul piano interno, la priorità avrebbe dovuto essere una diversa qualità della spesa. Non tagli indiscriminati, che possono deprimere ulteriormente il PIL, ma eliminazione degli sprechi, valutazione dell’efficacia degli investimenti — PNRR compreso — e riallocazione delle risorse verso produttività, riduzione strutturale del costo fiscale del lavoro e rafforzamento delle filiere nazionali. Il successo di un investimento pubblico non si misura soltanto dalla capacità di spendere entro una scadenza, ma dal valore economico che lascia al Paese.
In questa strategia rientrano anche salari e demografia. La competitività non può fondarsi indefinitamente sulla compressione delle retribuzioni e della domanda interna. Occorrono investimenti, innovazione e condizioni che consentano alle famiglie di formarsi. Anche un assegno di maternità strutturale, accompagnato da servizi adeguati, meriterebbe una valutazione seria: natalità, forza lavoro e sostenibilità previdenziale sono questioni economiche, non soltanto sociali.
Sull’energia serve poi una politica industriale, non l’ennesima sequenza di bonus temporanei. Reti, accumuli, contratti di lungo periodo, autorizzazioni e revisione degli oneri devono concorrere a ridurre stabilmente il divario dei costi energetici rispetto ai concorrenti europei. Senza energia competitiva, parlare di rilancio manifatturiero significa ignorare una delle condizioni essenziali per realizzarlo.
Esistono perfino margini già previsti dalla normativa europea. L’articolo 2, punto 2, del regolamento (UE) 2024/1263 esclude dall’indicatore della spesa netta il cofinanziamento pubblico nazionale dei programmi finanziati dall’Unione. Non significa che tali spese scompaiano dal deficit o dal debito, ma che ricevono un trattamento specifico nella sorveglianza fiscale. È una possibilità da valorizzare nella programmazione degli investimenti, intervenendo soprattutto quando si definiscono le priorità europee, non quando le decisioni sono già state prese.
Non nego che il governo Meloni abbia cercato maggiore flessibilità a Bruxelles. Ma ottenere una deroga non equivale a cambiare una regola. E soprattutto non equivale a proporre un diverso modello di sviluppo. Su questo terreno diventa inevitabile il confronto politico: al netto delle differenti condizioni storiche, quanto si distingue realmente l’impostazione economica attuale da quella dei governi Monti e Draghi, se il metodo continua a consistere nell’accettare il percorso europeo e negoziare soltanto gli spazi residui?
Il limite della manovra 2027 non è dunque soltanto nei vincoli europei, ma nella rinuncia a una discontinuità sufficientemente riconoscibile. Un governo autenticamente sovranista avrebbe dovuto presentare una proposta alternativa, costruire alleanze per cambiare le regole e spiegare agli italiani quali investimenti privilegiare, con quali coperture e con quali risultati attesi.
La sovranità non si conquista ottenendo da Bruxelles il permesso di fare altro debito. Si esercita decidendo quale futuro economico costruire, quali capacità produttive difendere e quali interessi nazionali rappresentare. Altrimenti si rischia di governare secondo le stesse regole di Monti e Draghi, limitandosi a raccontarle agli italiani con parole diverse.






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