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La prima metaniera forza il blocco di Hormuz: uno spiraglio per il mercato del GNL. Ma ci sono alternative allo Stretto?
Dopo mesi di blocco dovuto alle tensioni in Medio Oriente, la metaniera Mubaraz attraversa lo Stretto di Hormuz. Un’impresa “oscura” che riaccende i riflettori sulla crisi del GNL, sui danni in Qatar e sull’impatto esplosivo sui prezzi globali. Però esistono alternative?

La prima nave metaniera ad attraversare lo Stretto di Hormuz dalla fine di febbraio ha superato il punto di strozzatura e si sta attualmente avvicinando alle coste indiane, secondo quanto riportato da Bloomberg, che cita i dati di monitoraggio delle navi.
La nave, la Mubaraz, batte bandiera liberiana. Secondo i dati di MarineTraffic, si trova ancora nel Golfo Persico, ma il sito web riferisce che le ultime informazioni in suo possesso risalgono alla fine di marzo. In base ai dati citati da Bloomberg, la Mubaraz ha caricato il GNL sull’isola di Das, negli Emirati Arabi Uniti, e ha attraversato con successo lo Stretto di Hormuz, dopo essere rimasta inattiva nel Golfo Persico fino al 31 marzo.
In quella data, la Mubaraz ha smesso di trasmettere la propria posizione, cosa che è diventata prassi comune per le navi che attraversano lo Stretto di Hormuz da quando, alla fine di febbraio, è iniziata la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran. Secondo il rapporto di Bloomberg, la petroliera sta segnalando un porto cinese come destinazione finale. Dovrebbe raggiungerla a metà maggio.
La chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz ha bloccato tutte le forniture di GNL del Qatar e degli Emirati Arabi Uniti. Inoltre, la capacità di GNL del Qatar è stata gravemente danneggiata dagli attacchi missilistici iraniani, che hanno costretto l’azienda statale QatarEnergy a dichiarare forza maggiore sui contratti e a iniziare a quantificare le perdite.
Nell’ultimo mese, le importazioni asiatiche di GNL sono crollate al livello più basso da quando la pandemia di Covid ha fatto crollare la domanda nel giugno 2020, poiché la guerra in Medio Oriente ha bloccato l’approvvigionamento e spinto i prezzi
Le alternative possibili
Il gas che esce dai giacimenti (come il gigantesco North Field del Qatar e , magari, in futuro, anche dall’iraniano South Field) deve essere liquefatto per poter viaggiare sulle navi metaniere verso Cina, India o Europa. Finora la ricerca della massimizzazione del ROI ha imposto di costruire questi colossali impianti di liquefazione esattamente sopra i giacimenti, ovvero dentro il Golfo Persico. Più economico nel breve periodo, un disastro strategico nel lungo.
I progetti sul tavolo: Fattibilità e Costi
Se si volesse applicare una reale sicurezza strategica, bypassando Hormuz, i paesi del Golfo dovrebbero avviare opere infrastrutturali di scala faraonica. Due sono gli scenari geopoliticamente ed economicamente più rilevanti:
La rotta Emiratina (Abu Dhabi – Fujairah): Questa è l’opzione tecnicamente più rapida. Gli EAU potrebbero costruire un mega-gasdotto parallelo all’oleodotto esistente verso l’emirato di Fujairah (sull’Oceano Indiano). Il problema è che trasportare gas grezzo per centinaia di chilometri attraverso i Monti Hajar per poi dover costruire un terminale di liquefazione GNL ex novo a Fujairah richiederebbe investimenti stimabili tra i 15 e i 20 miliardi di dollari. Non a caso, recentemente la statale ADNOC ha scelto di costruire il suo nuovo impianto GNL a Ruwais (dentro il Golfo), privilegiando il risparmio sui costi alla sicurezza geopolitica.
La rotta Trans-Arabica (Qatar/Arabia – Oman): L’Oman è geograficamente benedetto: è un paese stabile con una lunga costa direttamente sull’Oceano Indiano, dotata di porti profondi (come Duqm e Sur) e terminali GNL già operativi, ma limitati. L’idea di un gasdotto che porti il gas qatariota o saudita in Oman prevede di attraversare oltre 1.000 chilometri di deserto del Rub’ al-Khali (“Il Quarto Vuoto”). Un’opera di ingegneria estrema, con stazioni di compressione in mezzo al nulla, il cui costo per le sole tubature supererebbe i 10 miliardi di dollari, a cui sommarne altrettanti per l’espansione dei terminali di esportazione omani.
L’espansione dei tubi
L’illusione che le catene di approvvigionamento just-in-time possano gestire shock sistemici si è infranta contro la dura scogliera di Hormuz.
La costruzione di queste infrastrutture di bypass non può essere lasciata ai calcoli di rendimento trimestrale delle multinazionali. Richiede una massiccia iniezione di capitali pubblici. Per i governi di Riyadh, Abu Dhabi e Muscat, si tratterebbe di una vera e propria assicurazione contro crisi future, ma il costo sarebbe veramente molto elevato. Bisogna dire che si taglierebbe anche notevolmente il percorso navale verso il carico.
Tuttavia, questi costi infrastrutturali si riverserebbero inevitabilmente sul prezzo finale del GNL. La fine del rischio geopolitico significa la fine dell’energia a basso costo. Un bypass di Hormuz garantirebbe all’Asia la sicurezza degli approvvigionamenti, ma certificherebbe un aumento strutturale dell’inflazione energetica, riducendo i margini di profitto dell’industria manifatturiera globale per gli anni a venire.








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