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Chi avrà il coraggio di riscrivere Maastricht?

L’Europa rischia il collasso sotto il peso di regole economiche scritte 35 anni fa. Dalla tecnologia alla BCE, ecco perché il Trattato di Maastricht è diventato il più grande ostacolo alla nostra crescita, e perché va riscritto prima che sia troppo tardi.

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Esiste una domanda che da troppo tempo viene accuratamente evitata nel dibattito europeo. Una domanda che dovrebbe essere del tutto naturale in qualunque sistema politico maturo e che invece, nell’Unione Europea, sembra essere diventata un tabù: è ancora ragionevole che l’Europa del XXI secolo continui a essere governata da un impianto istituzionale concepito oltre trentacinque anni fa, in un mondo che non esiste più?

La Storia insegna che nessun trattato è eterno. Ogni costruzione politica nasce per rispondere a equilibri economici, sociali e geopolitici determinati. Quando quelle condizioni cambiano, anche le regole devono cambiare. È accaduto in ogni epoca e in ogni parte del mondo. Le costituzioni vengono modificate, gli accordi internazionali aggiornati, i modelli economici adattati alle nuove esigenze. Nessuna grande potenza considera immutabili gli strumenti che si è data per perseguire i propri obiettivi strategici. Eppure l’Unione Europea sembra rappresentare un’eccezione. Nonostante le profonde trasformazioni intervenute negli ultimi decenni, l’impianto originario costruito attorno al Trattato di Maastricht continua a essere considerato sostanzialmente intoccabile.

Quando si parla di Maastricht e Lisbona si tende spesso a immaginare due momenti distinti della costruzione europea. In realtà il Trattato di Lisbona ha principalmente ridefinito il funzionamento delle istituzioni e razionalizzato alcuni meccanismi decisionali, senza modificare la filosofia di fondo sulla quale si regge l’Unione. I principi economici, monetari e istituzionali introdotti da Maastricht continuano ancora oggi a rappresentare il cuore della costruzione europea. Per questo motivo, quando si parla della necessità di una revisione profonda dell’assetto dell’Unione, il riferimento non può che essere innanzitutto a Maastricht e alla visione politica ed economica che da esso discende.

Quel Trattato nacque in un contesto storico irripetibile. La Guerra Fredda era appena terminata, l’Unione Sovietica si stava dissolvendo, la riunificazione tedesca stava modificando gli equilibri continentali e la globalizzazione veniva percepita come un processo destinato a produrre convergenza economica, stabilità politica e progressiva riduzione delle differenze tra gli Stati. Maastricht fu il risultato di un preciso compromesso geopolitico tra Francia e Germania: da una parte la necessità francese di incardinare la nuova Germania riunificata in una struttura sovranazionale, dall’altra l’esigenza tedesca di preservare, all’interno della futura moneta unica, i principi della propria cultura economica fondata sulla stabilità monetaria e sulla disciplina fiscale.

Il problema è che quel compromesso venne progressivamente esteso a economie profondamente diverse per struttura produttiva, debito storico, modello industriale, mercato del lavoro, caratteristiche demografiche e capacità di investimento. Si immaginò che l’uniformità delle regole avrebbe favorito una convergenza spontanea. A distanza di oltre trentacinque anni è legittimo domandarsi se tale obiettivo sia stato realmente raggiunto o se, al contrario, molte delle divergenze originarie non siano state in parte consolidate proprio dall’impianto che avrebbe dovuto superarle.

A ciò si aggiunse un’altra trasformazione decisiva. L’allargamento verso Est rispose principalmente a esigenze geopolitiche. Integrare nell’Unione Paesi che per quasi mezzo secolo avevano gravitato nell’orbita sovietica rappresentava un obiettivo strategico comprensibile e per molti aspetti inevitabile. Tuttavia quella scelta modificò profondamente la natura stessa dell’Unione senza che vi fosse una corrispondente revisione delle sue fondamenta. Crescevano il numero dei membri, aumentavano le differenze economiche e produttive, si ampliavano le asimmetrie e le esigenze nazionali, ma le regole fondamentali rimanevano sostanzialmente immutate.

Nel frattempo il mondo stava cambiando a una velocità probabilmente senza precedenti nella storia moderna. Nessun elemento dimostra meglio l’obsolescenza dell’attuale impianto europeo della rivoluzione tecnologica intervenuta negli ultimi trentacinque anni. Quando Maastricht venne firmato, Internet era confinato a pochi ambienti specialistici, i telefoni cellulari erano ancora un bene per pochi, l’intelligenza artificiale apparteneva alla ricerca accademica e la globalizzazione digitale semplicemente non esisteva. La Cina rappresentava una quota marginale dell’economia mondiale, le grandi piattaforme tecnologiche non erano ancora nate e le catene globali del valore avevano una dimensione incomparabilmente più ridotta rispetto a quella attuale.

Da allora il mondo ha vissuto una trasformazione che probabilmente non trova precedenti nella storia economica moderna. In poco più di tre decenni siamo passati da un sistema prevalentemente analogico a un sistema interamente digitale. Sono cambiati i processi produttivi, le modalità di consumo, le comunicazioni, la finanza, la logistica, il commercio internazionale e perfino la natura stessa del potere economico. Interi settori industriali sono nati dal nulla. Altri sono stati completamente rivoluzionati. Le piattaforme digitali hanno acquisito un peso economico superiore a quello di molti Stati. I dati sono diventati una risorsa strategica. L’intelligenza artificiale sta ridefinendo il concetto stesso di produttività e di competitività.

Eppure l’Europa continua a essere governata da un impianto istituzionale concepito quando questa rivoluzione non soltanto non era compiuta, ma era difficilmente immaginabile. In altre parole, una realtà pienamente digitale continua a essere amministrata attraverso regole concepite per un mondo analogico.

Ma esiste una questione ancora più importante. Dopo oltre trentacinque anni disponiamo finalmente di ciò che all’epoca della firma di Maastricht non poteva esistere: una verifica storica dei risultati. Possiamo osservare gli effetti prodotti dall’impianto originario dell’Unione. Possiamo confrontare la traiettoria europea con quella delle altre grandi economie mondiali. Possiamo valutare crescita, produttività, investimenti, innovazione e competitività.

Di fronte a questi dati, la domanda diventa inevitabile. È possibile che nessuna componente del panorama politico europeo si sia mai interrogata seriamente sul fatto che una parte delle difficoltà dell’Europa possa derivare proprio dall’impostazione originaria di Maastricht? È possibile che nessun partito, nessun movimento e nessuna famiglia politica europea abbia mai ritenuto necessario aprire un dibattito organico sulla revisione delle regole fondamentali dell’Unione? È possibile che l’unica grande area economica del pianeta che continua a considerare sostanzialmente intoccabili regole elaborate oltre trentacinque anni fa sia proprio quella che più frequentemente denuncia problemi di competitività, crescita, innovazione e capacità di adattamento?

Per oltre tre decenni i parametri di Maastricht sono stati trattati come riferimenti quasi intoccabili. Nel frattempo il resto del mondo ha modificato politiche industriali, strategie commerciali, strumenti monetari e modelli di sviluppo ogni volta che le circostanze lo hanno richiesto. Nessuna grande potenza considera le proprie regole immutabili. Nessuna grande potenza economica trasforma i propri strumenti in dogmi. Solo in Europa si continua spesso a discutere come se parametri elaborati all’inizio degli anni Novanta dovessero essere applicati con una fedeltà quasi religiosa, indipendentemente dai risultati prodotti e dalle trasformazioni intervenute nel frattempo.

Ancora più sorprendente è l’atteggiamento di una parte consistente del fronte europeista. Di fronte a qualunque difficoltà, la risposta sembra essere invariabilmente la stessa: serve più Europa. Ma questa affermazione elude la questione fondamentale. Non si tratta di stabilire se serva più o meno Europa. Si tratta di capire quale Europa. Un’Europa costruita su Trattati concepiti all’inizio degli anni Novanta può davvero affrontare le sfide di un mondo dominato dall’intelligenza artificiale, dalla competizione tecnologica globale, dalla sicurezza energetica, dalla geopolitica delle materie prime e dalla crescente rivalità tra grandi potenze? Invocare semplicemente più Europa senza interrogarsi sulla natura dell’Europa che si vuole costruire rischia di trasformare uno slogan in un alibi politico.

La questione, infatti, non riguarda soltanto la moneta unica o i parametri fiscali. Riguarda l’intero modello economico, industriale, sociale e istituzionale che da Maastricht è derivato. Riguarda il rapporto tra crescita e regole, tra competitività e burocrazia, tra investimenti e vincoli, tra autonomia strategica e dipendenze esterne. Riguarda, in definitiva, la capacità dell’Europa di continuare a essere un soggetto rilevante nel nuovo ordine economico mondiale.

In questo contesto non può essere ignorato nemmeno il tema della Banca Centrale Europea. Anche il suo mandato riflette la filosofia economica dominante all’epoca di Maastricht, attribuendo una centralità pressoché esclusiva alla stabilità dei prezzi. Un’impostazione comprensibile nel contesto storico in cui venne concepita, ma che oggi appare sempre più limitata se confrontata con le funzioni attribuite alle principali banche centrali del mondo. La Federal Reserve statunitense, ad esempio, affianca alla stabilità monetaria l’obiettivo della piena occupazione. Altre grandi banche centrali dispongono di strumenti più ampi per sostenere crescita, sviluppo e stabilità complessiva del sistema economico.

L’Europa continua invece a confrontarsi con sfide industriali, tecnologiche e geopolitiche globali disponendo di una banca centrale che, per molti aspetti, appare come un surrogato incompleto di ciò che una moderna banca centrale dovrebbe essere. Una vera revisione dei Trattati dovrebbe affrontare anche questa questione, dotando l’Unione di una banca centrale pienamente coerente con le esigenze dell’economia contemporanea e capace di perseguire, accanto alla stabilità monetaria, obiettivi più ampi di crescita sostenibile, piena occupazione, sviluppo e prosperità diffusa. Perché una costruzione politica che dichiara di voler mettere al centro cittadini e imprese non può considerare il lavoro, l’occupazione e lo sviluppo economico obiettivi secondari rispetto agli equilibri contabili.

Per questo la vera sfida politica dei prossimi anni non dovrebbe essere l’ennesimo regolamento o l’ennesimo compromesso tecnico. La vera sfida dovrebbe essere aprire finalmente il dibattito che per troppo tempo è stato rinviato: quello sulla revisione radicale dei Trattati che governano l’Unione. Non una revisione marginale, non un semplice aggiustamento procedurale, ma una riflessione profonda sui presupposti stessi dell’attuale costruzione europea.

La domanda, a questo punto, diventa inevitabile: chi avrà la forza politica, la credibilità e la lungimiranza storica per compiere questo passo? Chi riuscirà ad aprire per primo una discussione seria sulla revisione di Maastricht non potrà rivendicare semplicemente una modifica normativa. Potrà rivendicare qualcosa di molto più importante: aver contribuito a restituire all’Europa un ruolo che negli ultimi decenni si è progressivamente indebolito nel confronto con le altre grandi aree economiche del pianeta. Potrà soprattutto sostenere di aver creato le condizioni per offrire nuove opportunità di crescita alle imprese europee, maggiori prospettive di sviluppo ai cittadini e strumenti più adeguati per affrontare le grandi trasformazioni economiche, tecnologiche e sociali del nostro tempo. Perché la questione non riguarda soltanto i Trattati. Riguarda il futuro stesso dell’Europa e la sua capacità di tornare protagonista della storia anziché limitarsi ad amministrarne le conseguenze.

L’Europa continua a presentarsi come una grande costruzione politica, economica e istituzionale. Ma la grandezza di una costruzione non si misura soltanto dalle sue dimensioni. Si misura soprattutto dalla solidità delle fondamenta sulle quali poggia e dalla capacità di adattarle quando il terreno cambia. Per troppo tempo si è preferito intervenire sulle sovrastrutture, aggiungendo norme, regolamenti e procedure, evitando di affrontare il problema delle fondamenta. Eppure è proprio lì che si concentra oggi la vera questione europea.

L’Europa appare sempre più come un gigante dai piedi d’argilla: imponente nella sua dimensione economica, normativa e istituzionale, ma fragile nelle fondamenta che ne sostengono l’equilibrio. Se non avrà il coraggio di rimettere in discussione i presupposti sui quali è stata costruita e di avviare una revisione profonda dei Trattati che la governano, il rischio non sarà semplicemente quello di perdere competitività o influenza. Sarà quello che accomuna tutte le costruzioni incapaci di adattarsi alla realtà che cambia: prima o poi, inevitabilmente, crollare sotto il peso delle proprie contraddizioni.

Antonio Maria Rinaldi

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