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La morsa sul Mar Rosso si chiude: gli Houthi avanzano, il greggio vola e Trump nega i bombardamenti a Riad
Gli Houthi prendono il controllo della costa di Bab al-Mandeb e minacciano l’oleodotto strategico saudita: petrolio sopra i 108 dollari e Trump nega l’aiuto militare a Riad.

L’incubo logistico ed energetico globale ha appena fatto un salto di qualità. Con la conquista della città costiera di Mocha, le milizie yemenite Houthi controllano ormai l’intera costa occidentale dello Yemen e mettono le mani sul collo della bottiglia mondiale del commercio marittimo: lo stretto di Bab al-Mandeb.
La situazione è precipitata in poche ore. Mentre i prezzi del petrolio schizzano verso l’alto e il traffico commerciale nel canale di Suez rischia la paralisi totale, a Washington accade l’imprevisto: il presidente Donald Trump ha risposto picche alle suppliche disperate della corte saudita.
La rotta di Mocha e il caos tra alleati
La presa di Mocha segna un passo avanti notevole per le milizie sciite e uno schiaffo per quelle filo-saudite che controllavano l’area sino a ieri Questa città portuale storica permetteva a Riad di presidiare l’accesso al Mar Rosso meridionale. Ora quelle postazioni sono svanite e lo stretto che conduce a Suez è sotto il controllo dei ribelli.
I combattenti Houthi hanno spinto le truppe regolari yemenite e i loro alleati verso sud, in direzione di Dhubab, proprio di fronte all’isola strategica di Perim. La ritirata è stata disordinata e segnata da tensioni grottesche: le forze in fuga sono state persino bloccate da altre milizie rivali anti-Houthi, ma fedeli agli Emirati Arabi Uniti. Questo dimostra quanto sia fragile e diviso il fronte appoggiato dalle monarchie del Golfo.

Milizie houthi a Mocha
Nel frattempo, a Teheran i Guardiani della Rivoluzione hanno abbattuto un drone marino statunitense nello Stretto di Hormuz. Ufficialmente l’Iran nega la regia delle mosse degli Houthi, ma fonti locali confermano l’invio di comandanti e armi sofisticate a Sana’a.
Il mistero dell’oleodotto Petroline: fuoco nel deserto
A rendere il quadro ancora più drammatico per l’Arabia Saudita è una colonna di fumo nero visibile a sud-est di Medina. I satelliti della NASA (sistema FIRMS) hanno rilevato anomalie termiche lungo il tragitto della condotta “East-West”, nota come Petroline.
Questa infrastruttura da quasi 7 milioni di barili al giorno è il salvavita della monarchia. Serve a pompare il petrolio dai giacimenti orientali fino al porto di Yanbu, sul Mar Rosso, per evitare del tutto lo Stretto di Hormuz ed esportare il petrolio almeno verso Suez.

Fumno proveniente dall’oleodotto Est Ovest
Se la condotta fosse davvero danneggiata, l’Arabia Saudita si troverebbe con entrambe le uscite bloccate:
- Hormuz è quasi intransitabile per i rischi di guerra con l’Iran.
- Yanbu diventa inutile se la condotta a monte salta o se le petroliere non possono uscire da Bab al-Mandeb verso l’Asia.
Le statistiche dell’OPEC mostrano che l’estrazione saudita era già scesa a 6,24 milioni di barili al giorno in agosto da oltre 10 milioni di barili . Un colpo alla condotta metterebbe in ginocchio le casse statali del Regno.
I mercati tremano: la tabella dei prezzi
I mercati non hanno aspettato conferme ufficiali per reagire. La paura di una carenza materiale di barili ha spinto le quotazioni ai massimi degli ultimi mesi.
| Parametro energetico | Valore registrato | Impatto settimanale |
| Brent Crude | 108,68 $ / barile | Forte rialzo |
| WTI (USA) | 103,45 $ / barile | Oltre soglia psicologica |
| Murban (Emirati) | 122,00 $ / barile | Picco sui carichi asiatici |
| Transiti a Hormuz | 7 navi al giorno | Crollo rispetto alla media di 14 |
| Transiti Bab al-Mandeb | Ridotti del 60% | Rotte dirottate verso l’Africa |
Per i consumatori europei e per le nostre imprese manifatturiere significa una sola cosa: ritorno immediato di rincari sui carburanti, sulle bollette e sui noli marittimi per tutte le merci provenienti dall’Asia. Questo soprattutto per
La doccia fredda di Trump a Mohammed bin Salman
Di fronte all’avanzata Houthi, il principe ereditario Mohammed bin Salman (MBS) ha preso il telefono giovedì. Ha chiamato Donald Trump per due volte consecutive con una richiesta perentoria: gli Stati Uniti devono bombardare subito le postazioni Houthi per salvare la costa.
La risposta della Casa Bianca è stata un secco rifiuto. Washington fornirà intelligence e coordinate radar, ma non intende spendere denaro dei contribuenti né rischiare aerei in una nuova campagna di raid nello Yemen.
La ragione di fondo è semplice e riflette il pragmatismo crudo della nuova dottrina americana. Trump concentra le forze militari sul dossier iraniano a Hormuz e rinfaccia apertamente a Riad di non aver mai fatto la propria parte con sufficiente decisione nella contesa contro l’Iran. La protezione militare automatica garantita dagli USA per decenni non esiste più senza pagare un prezzo più politico che economico.
Il vicolo cieco della monarchia saudita
La politica estera di Riad si trova ora davanti a una serie di problemi e di scelte complesse. Il tanto celebrato “Patto della Mecca” non ha prodotto risultati pratici sul terreno e la tregua del 2022 è ormai carta straccia.
Senza l’ombrello aereo americano, la corte saudita ha a disposizione soltanto pessime opzioni:
- Piegarsi alle richieste di Trump: entrare più apertamente nella guerra contro Teheran, rompendo completamente ogni contatto economico e commerciale come hanno fatto gli Emirati Arabi Uniti, rischiando però ritorsioni devastanti sulle proprie raffinerie.
- Cercare una ricucitura con gli Emirati: superare le liti intestine nello Yemen meridionale per costruire un fronte unito, operazione difficile visti i diversi interessi sui porti e il fatto che, in precedenza, fra milizie filo saudite e filo emiratine, ci sono stati degli scontri.
- Bussare alla porta dell’Europa: chiedere navi o sistemi di difesa a Bruxelles o ai singoli Stati europei, con tempi burocratici biblici e scarsa efficacia militare. L’Italia ha ritirato il proprio aereo radar, che operava proprio in quellarea, un paio di settimane fa per questioni logistiche.

L’aereo CAEW italiano ritiranto due settimane fa
- Accettare una tregua umiliante: trattare direttamente con gli Houthi concedendo loro il controllo di fatto del nord dello Yemen e forti compensazioni economiche.
Gli Houthi, nati come gruppo di guerriglieri di montagna armati di fucili e consumatori di qat, tengono oggi in scacco il mercato petrolifero mondiale e una coalizione ricca di miliardi ma priva di iniziativa tattica. L’aiuto iraniano ha fornito tecnologie e armi che permettono loro un vero e proprio salto di qualità, accompagnandosi alla loro completa conoscenza delk terreno.
Se Bab al-Mandeb resterà sotto il tiro delle batterie yemenite, le navi dovranno circumnavigare l’Africa, con un danno per tutti, soprattutto per l’Arabia Saudita, che si trova quasi completamente bloccata nel proprio export verso l’Estremo Oriente.








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