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Economia

Aeffe, oltre 100 milioni per il rilancio: un piano industriale per salvare i marchi e più di 700 posti

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Non un semplice intervento finanziario per contenere l’emergenza, ma un progetto industriale con cui rimettere Aeffe nelle condizioni di produrre, investire e competere sui mercati internazionali. È questo il significato principale della proposta confermata al tavolo convocato dal ministero delle Imprese e del Made in Italy: oltre 100 milioni di euro di investimenti e una prospettiva di tutela per più di 700 lavoratori.

L’operazione riguarda uno dei nomi più riconoscibili della moda italiana, il gruppo fondato dalla famiglia Ferretti e cresciuto intorno a marchi come Alberta Ferretti, Moschino e Pollini. Una realtà che non rappresenta soltanto un patrimonio finanziario e commerciale, ma custodisce competenze difficilmente sostituibili: sarte, modelliste, tecnici, addetti alla produzione e professionalità sviluppate nel corso di decenni.

Il punto decisivo è proprio questo. Davanti a una crisi industriale si può limitare il danno, accompagnando la riduzione dell’attività con ammortizzatori sociali, oppure si può tentare di costruire una nuova prospettiva produttiva. Nel caso Aeffe si sta percorrendo la seconda strada.

Un’operazione da circa 115 milioni

La proposta originariamente presentata al Mimit ha un valore complessivo indicato in circa 115 milioni di euro. La cordata coinvolge la famiglia Ferretti, Invitalia, il Fondo Oxy e un partner industriale cinese. Il progetto prevede la valorizzazione dei marchi storici, la continuità delle attività produttive e la salvaguardia dell’occupazione.

Uno degli elementi più interessanti riguarda la possibile concessione al partner industriale della licenza del marchio Moschino per il mercato cinese. L’obiettivo è utilizzare la presenza dell’investitore asiatico non per trasferire all’estero il cuore dell’impresa, ma per rafforzare la distribuzione e le vendite in uno dei mercati potenzialmente più importanti per la moda italiana.

È una distinzione fondamentale. L’ingresso di un soggetto straniero può suscitare comprensibili interrogativi, soprattutto quando sono coinvolti marchi simbolo del Made in Italy. Il progetto dovrà quindi assicurare che proprietà intellettuale, direzione creativa, competenze produttive e occupazione rimangano adeguatamente protette.

La presenza di Invitalia e il coordinamento del Mimit servono anche a questo: verificare la solidità finanziaria della proposta, gli impegni del nuovo partner, il rispetto del piano occupazionale e la permanenza in Italia delle attività strategiche.

Il negoziato non può ancora considerarsi definitivamente concluso. Restano da formalizzare gli accordi contrattuali, verificare la sostenibilità economica del piano e definire nei dettagli tempi, governance e investimenti. Ma la conferma della proposta rappresenta un passaggio concreto dopo mesi nei quali sul futuro del gruppo pesavano l’indebitamento, la contrazione del mercato internazionale del lusso e il rischio di una riduzione strutturale dell’occupazione.

La priorità è tornare a produrre

Per i lavoratori, i territori e l’intera filiera, la garanzia più importante non può essere soltanto la disponibilità di risorse finanziarie. La vera protezione dell’occupazione è un’impresa capace di tornare a generare ordini, ricavi e investimenti.

Per questo il piano Aeffe dovrà chiarire almeno quattro aspetti: quali stabilimenti e funzioni resteranno operativi, quali risorse saranno destinate alla produzione, come verranno rilanciati i singoli marchi e quali garanzie accompagneranno la partecipazione del partner cinese.

Il mercato del lusso è profondamente cambiato. La frenata della domanda asiatica, l’aumento dei costi, la crescita degli investimenti necessari per la distribuzione digitale e la concentrazione del settore nelle mani dei grandi gruppi internazionali hanno messo in difficoltà numerose aziende di dimensioni medie. Aeffe deve quindi trovare un equilibrio nuovo: difendere la propria identità italiana e, contemporaneamente, raggiungere una dimensione commerciale sufficiente per competere.

La licenza di Moschino sul mercato cinese può diventare una leva di sviluppo, purché inserita in una strategia trasparente e controllabile. Non deve trasformarsi nell’inizio di uno svuotamento, ma nell’apertura di un nuovo canale dal quale ricavare risorse da reinvestire nella struttura industriale italiana.

Il metodo delle reindustrializzazioni

La vertenza Aeffe si inserisce in un’attività più ampia condotta dalla struttura per le crisi d’impresa del Mimit. Secondo i dati diffusi dal ministero, nel solo 2025 sono state raggiunte 27 intese, con una media di circa una ogni due settimane, che hanno interessato la tutela o la stabilizzazione di oltre 14.260 lavoratori.

I tavoli attivi risultavano scesi dai 55 del 2022 a 41, mentre i lavoratori coinvolti erano passati da oltre 80 mila a circa 34.800. Si tratta di dati ministeriali, da verificare alla luce dell’effettiva attuazione dei singoli piani, ma indicano una significativa riduzione del perimetro complessivo delle vertenze.

Tra le operazioni più significative c’è la riconversione dell’ex Whirlpool di Napoli. Il contratto di sviluppo approvato per Italian Green Factory, società del gruppo Tea Tek, prevede investimenti complessivi per 103,7 milioni di euro. Oltre 72 milioni sono destinati alla trasformazione dello stabilimento napoletano in un polo per la produzione di componenti fotovoltaici. Il piano comprende 294 ex dipendenti Whirlpool già riassunti e l’ingresso di altre 55 persone, per un totale di 349 addetti.

A Trieste, invece, la crisi Wärtsilä è stata affrontata attraverso il passaggio delle attività a MSC e la riconversione dello stabilimento nella produzione di vagoni ferroviari per il trasporto merci. Il programma vale circa 100 milioni di euro, assorbe i 261 lavoratori dichiarati in esubero e punta a superare i 300 occupati. L’obiettivo industriale è arrivare a produrre mille vagoni all’anno entro 36 mesi.

Un’altra operazione rilevante ha riguardato lo stabilimento Marelli di Crevalcore, inizialmente destinato alla chiusura. La cessione a Tecnomeccanica ha consentito di garantire la continuità produttiva e salvaguardare 152 dipendenti. L’intervento, costruito con il Fondo salvaguardia gestito da Invitalia, vale circa 17 milioni di euro ed è accompagnato da commesse negoziate con Marelli per circa 70 milioni nell’arco del piano industriale.

A Termini Imerese è stato invece affrontato uno dei simboli più longevi della crisi industriale italiana. Dopo oltre dodici anni di cassa integrazione, l’accordo con Pelligra Holding ha previsto l’assunzione di 350 ex dipendenti Blutec e un percorso di formazione legato al nuovo piano industriale. Per gli altri 190 lavoratori è stato predisposto l’accesso all’isopensione, assicurando una tutela complessiva a tutte le 540 persone coinvolte nella vertenza.

Anche La Perla, una crisi particolarmente complicata per la presenza di quattro differenti procedure concorsuali, ha trovato una soluzione industriale unitaria attraverso la cessione a La Perla Atelier di Luxury Holding. L’accordo ha previsto l’assorbimento immediato dei primi 163 lavoratori e il successivo trasferimento degli altri dipendenti interessati.

A queste operazioni si aggiunge l’ingresso di Seri Industrial in Industria Italiana Autobus, oggi Menarini, con l’acquisizione del 98% del capitale e un progetto diretto a rilanciare la produzione italiana degli autobus. Un dossier complesso, nel quale la priorità è stata mantenere operative le attività di Flumeri e Bologna, assicurando contemporaneamente continuità produttiva e nuove prospettive commerciali.

Sul fronte della chimica, infine, Eni ha elevato a 2,5 miliardi di euro gli investimenti previsti per la riconversione di Versalis. Il programma interessa Brindisi, Priolo e Ragusa e comprende la realizzazione di una gigafactory, sistemi di accumulo energetico, una bioraffineria e nuovi progetti per il riciclo delle plastiche.

Non significa che ogni crisi industriale italiana sia stata risolta. Restano dossier molto difficili, dall’ex Ilva ad alcune vertenze nell’automotive e nell’elettrodomestico. Sarebbe quindi improprio trasformare i risultati ottenuti in un bilancio privo di ombre. È però altrettanto riduttivo ignorare le operazioni concluse o sostenere che al ministero sia mancata una capacità di intervento.

Un lavoro spesso sottovalutato

Le operazioni su Wärtsilä, Marelli, Whirlpool, Termini Imerese e La Perla dimostrano che il Mimit ha cercato di utilizzare una combinazione di tavoli negoziali, partecipazione di Invitalia, Fondo salvaguardia, contratti di sviluppo e coinvolgimento delle amministrazioni regionali.

Non si tratta, naturalmente, di risultati attribuibili a un solo ministro. Sono il prodotto del lavoro della sottosegretaria Fausta Bergamotto, delle strutture tecniche del ministero, di Invitalia, delle Regioni, delle imprese e delle organizzazioni sindacali. Ma la continuità della regia politica ha avuto un peso e merita di essere riconosciuta senza trasformare il risultato in una celebrazione personale.

Lo stesso approccio è stato portato dal ministro Adolfo Urso e dai suoi più stretti collaboratori, nel confronto europeo, dove l’Italia ha chiesto di correggere gli aspetti più rigidi della transizione ecologica: neutralità tecnologica, maggiore flessibilità per l’automotive, revisione delle regole sulle emissioni e tutela delle produzioni energivore. Il punto non è rinunciare agli obiettivi ambientali, ma impedire che obblighi non sostenuti da investimenti, energia competitiva e tecnologie adeguate finiscano per trasferire produzione e occupazione fuori dall’Europa.

La prova decisiva sarà l’attuazione

Il caso Aeffe può diventare un nuovo tassello di questa politica di reindustrializzazione. Ma la prudenza resta necessaria: tra la presentazione di un’offerta e il rilancio effettivo di un gruppo industriale esiste una distanza fatta di contratti, autorizzazioni, investimenti, ordini e risultati economici.

Il valore del progetto si misurerà sulla capacità di preservare le competenze, riportare i marchi alla crescita e garantire che le risorse annunciate si trasformino realmente in produzione. Il monitoraggio pubblico dovrà accompagnare l’intera operazione, non soltanto la fase negoziale.

La prospettiva, comunque, è finalmente industriale. Più di 700 lavoratori possono guardare al futuro con una speranza concreta e tre marchi importanti della moda italiana possono trovare le risorse necessarie per affrontare una fase molto difficile del mercato.

Se il piano verrà completato rispettando gli impegni, il rilancio di Aeffe non sarà soltanto la soluzione di un’altra vertenza. Sarà la dimostrazione che anche nella moda, settore nel quale il valore immateriale dei marchi deve poggiare su competenze e produzione, l’Italia può difendere le proprie imprese senza limitarsi ad accompagnarne il declino.

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