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La moneta, la fiducia e il potere: la lezione di Paolo Savona nel suo ultimo libro
Il nuovo allarme di Paolo Savona: mercati digitali fuori controllo e istituzioni troppo lente rischiano di innescare una crisi sistemica senza precedenti.

Ci sono libri che raccontano ciò che è accaduto e libri che ricorrono alla storia per cercare di capire ciò che ancora deve accadere. La vita tormentata della moneta fiduciaria: dalle ostraka alle cryptocurrency di Paolo Savona appartiene decisamente alla seconda categoria.
Considerarlo semplicemente una storia della moneta sarebbe infatti riduttivo, perché la moneta è il filo conduttore di una riflessione assai più vasta che investe la fiducia, la sovranità, il rapporto fra mercato e istituzioni e, inevitabilmente, il potere. Dietro ogni moneta, qualunque forma essa assuma, c’è qualcuno che ne stabilisce le regole e qualcun altro che deve essere disposto ad accettarle.
Chi conosce il pensiero di Savona sa che questa domanda viene da lontano. Le sue riflessioni sulla liquidità internazionale, sui regimi di cambio, sugli squilibri delle bilance dei pagamenti, sugli euromercati e sul ruolo del dollaro non sono episodi separati di una lunghissima attività scientifica. Appartengono alla ricerca di una risposta a un problema che lo accompagna da decenni: può esistere un mercato internazionale senza un ordinamento monetario capace di governarne le inevitabili contraddizioni?
La risposta che attraversa questo libro è inequivocabile: no.
Savona parte da molto lontano, dalle Ostraka, e arriva ai Bitcoin, alle Stablecoin, all’Intelligenza Artificiale e ai computer quantistici. Un arco temporale enorme, che potrebbe facilmente trasformarsi in una successione di curiosità storiche e che invece conserva una sorprendente unità. Cambiano i supporti della moneta, le tecnologie, le potenze dominanti e le istituzioni, ma rimangono le sue tre funzioni essenziali: unità di conto, mezzo di scambio e riserva di valore. E rimane soprattutto la condizione che consente di esercitarle: la fiducia.
È uno dei punti più riusciti del libro. Savona sottrae la storia monetaria alla tentazione di rappresentarla come un progresso lineare, quasi che dalla moneta metallica alla blockchain vi fosse una successione naturale di strumenti sempre più efficienti. La storia racconta qualcosa di molto diverso: la continua ricerca di un equilibrio fra libertà e disciplina monetaria, fra l’interesse di chi emette la moneta e quello di chi la riceve e la conserva.
Per secoli si è cercato di affidare questa disciplina alla materia stessa. L’oro, la sua scarsità, la convertibilità avrebbero dovuto sottrarre la moneta all’arbitrio dell’uomo. Non è andata così. Oro e argento non hanno impedito crisi, squilibri internazionali, manipolazioni e conflitti monetari. La storia ci ha progressivamente consegnato alla moneta fiduciaria, spostando il fondamento ultimo della sua accettazione dalla materia alla credibilità di chi la emette e delle istituzioni che ne governano il funzionamento.
Ed è qui che il libro compie il salto nel nostro tempo.
Le cryptocurrency rappresentano infatti un fenomeno assai più serio della loro quotazione giornaliera. Discutere se Bitcoin salirà o scenderà significa fermarsi alla superficie. Il problema posto da Savona è ben altro: cosa accade quando la tecnologia permette al mercato di creare autonomamente strumenti aventi funzioni monetarie, capaci di circolare globalmente senza dipendere integralmente dalle autorità alle quali gli Stati hanno affidato il governo della moneta?
Per certi aspetti la storia torna indietro proprio mentre la tecnologia corre in avanti. Dopo secoli nei quali gli Stati hanno progressivamente ricondotto l’emissione e la tutela della moneta entro un ordinamento pubblico, riappare una produzione privata di strumenti monetari. Con una differenza fondamentale: questa volta avviene nell’“Infosfera”, in uno spazio che non coincide più con quello nel quale gli Stati esercitano la loro sovranità.
È una contraddizione destinata, secondo chi vi scrive, a diventare sempre più importante. Moneta, capitali e informazioni possono attraversare il mondo quasi istantaneamente, mentre diritto, fiscalità, vigilanza e responsabilità politica continuano ad avere confini. Abbiamo mercati sempre più globali e immateriali e istituzioni ancora prevalentemente nazionali o regionali. Non è difficile comprendere quale dei due sistemi si muova più velocemente.
Le stablecoin complicano ulteriormente il quadro perché riavvicinano apparentemente il nuovo mondo a quello tradizionale. Dietro la promessa di stabilità ricompare infatti un sottostante e, con esso, tornano domande vecchie quanto la finanza: che cosa c’è a garanzia? Quanto vale? Quanto è liquido? Chi lo controlla? Chi certifica che esista realmente e che possa essere utilizzato quando molti possessori chiedessero contemporaneamente la conversione?
Cambia la tecnologia. La natura di certi problemi, molto meno.
È a questo punto che Savona compie il passaggio forse più ardito del libro, ma proprio per questo anche uno dei più stimolanti: l’ipotesi che l’attuale fiat-dollar standard, sul quale abbiamo ragionato per decenni, possa evolvere verso quello che definisce dollar-crypto standard. Non si tratta, naturalmente, di sostenere che questa trasformazione si sia già compiuta. Savona pone una possibilità e ne analizza preventivamente le conseguenze, collegandola alla progressiva legittimazione istituzionale delle crypto negli Stati Uniti.
Si può discutere sui tempi, sulle modalità e persino sulla possibilità che una simile trasformazione arrivi davvero a compimento. Molto più difficile, a mio avviso, è negare che il problema posto esista.
E qui bisogna riconoscere agli americani una capacità che l’Europa continua troppo spesso a non avere: modificare gli strumenti senza rinunciare all’obiettivo. Gli Stati Uniti difendono il ruolo internazionale del dollaro adattandosi alle trasformazioni del mercato. Se una parte dell’innovazione finanziaria digitale viene attratta nell’orbita della valuta americana, ciò che molti consideravano una minaccia alla sua supremazia potrebbe trasformarsi, paradossalmente, in uno strumento per prolungarla.
L’Europa tende invece troppo spesso prima a regolamentare il fenomeno, poi a comprenderlo pienamente e infine a preoccuparsi di non aver perso nel frattempo un’altra occasione. È una differenza tutt’altro che marginale.
Ed è proprio qui che inevitabilmente si arriva all’euro.
Savona lo definisce significativamente il “terzo incomodo” nel regime di fiat-dollar standard. Ma chi conosce realmente il suo pensiero sa bene che il problema non è mai stato, semplicisticamente, essere favorevoli o contrari alla moneta comune. La questione viene da molto prima dell’euro e riguarda l’architettura economica e istituzionale sulla quale quella moneta è stata costruita.
Fissare irrevocabilmente i rapporti di cambio fra economie che continuano ad avere strutture produttive, livelli di produttività e dinamiche differenti non elimina per ciò stesso gli squilibri. Elimina invece uno degli strumenti attraverso i quali in precedenza essi potevano essere corretti. Se questa rinuncia non viene accompagnata da adeguati meccanismi compensativi, soprattutto sul terreno fiscale, degli investimenti e delle infrastrutture, le divergenze reali possono permanere e persino accentuarsi.
È un problema che conosciamo da molto prima delle crisi che successivamente lo hanno reso evidente.
Il dollaro dispone alle proprie spalle di uno Stato, di un Tesoro, di una banca centrale, di una politica economica e fiscale, di una politica estera e, non dimentichiamolo, di una forza geopolitica unitaria. L’euro è invece la moneta di una costruzione nella quale politica monetaria, politica fiscale e decisione politica continuano a essere collocate su livelli differenti. Non è un dettaglio tecnico. È una questione strutturale dell’Unione monetaria che oltre un quarto di secolo di moneta unica non è riuscito a eliminare.
Il libro consente così di comprendere perché il confronto fra dollaro, euro e renminbi non possa essere ridotto alla dimensione relativa delle rispettive economie. Una moneta internazionale richiede mercati profondi, convertibilità, certezza delle regole, capacità finanziaria e credibilità politica. In una parola, ancora una volta, fiducia. E la fiducia monetaria internazionale non è separabile dalla solidità e dall’affidabilità dell’ordinamento che sostiene la moneta.
Si torna così a Bretton Woods, altro tema che attraversa l’intera riflessione di Savona. Non come nostalgia per un sistema ormai irripetibile, ma come metodo. Nel 1944 si comprese che non si poteva ricostruire un’economia mondiale lasciando che gli squilibri monetari producessero nuovamente gli effetti devastanti conosciuti fra le due guerre. Stati sovrani decisero di cooperare per stabilire regole comuni. Non rinunciarono per questo alla propria sovranità: la esercitarono concordando un ordinamento internazionale.
Questa distinzione è tutt’altro che secondaria anche oggi. Cooperazione internazionale non significa necessariamente trasferire sovranità a un’entità superiore; può significare, e spesso ha significato, mettere la sovranità degli Stati al servizio di regole concordate perché nessun paese è in grado, da solo, di governare fenomeni diventati mondiali.
Oggi avremmo bisogno di qualcosa di persino più ambizioso di Bretton Woods. Ai cambi, alle riserve e alle bilance dei pagamenti dovremmo aggiungere crypto, stablecoin, sistemi digitali di pagamento, cybersecurity, Intelligenza Artificiale e tecnologia quantistica. Il paradosso è evidente: mai come oggi avremmo bisogno di cooperazione internazionale e raramente le condizioni geopolitiche sono state tanto sfavorevoli alla sua realizzazione.
Abbiamo costruito un’economia mondiale che necessita sempre più di regole condivise, mentre la politica internazionale sta tornando rapidamente alla contrapposizione fra potenze. La cooperazione fra nazioni sovrane, invece di intensificarsi proprio perché resa più necessaria dalla tecnologia, rischia di cedere il posto alla frammentazione in blocchi. E la moneta, come sempre è accaduto nella storia, finisce inevitabilmente dentro questa contesa.
Il rischio è che la tecnologia proceda molto più velocemente delle istituzioni e che, come troppe volte è avvenuto nella storia finanziaria, le regole arrivino soltanto dopo la crisi.
Non sarebbe la prima volta. Savona richiama il benign neglect che ha accompagnato fenomeni come gli eurodollari e altre innovazioni finanziarie. Il mercato occupa rapidamente ogni spazio che tecnologia e regolamentazione gli lasciano disponibile; le autorità intervengono dopo, quando il fenomeno ha già assunto dimensioni tali da rendere molto più costoso disciplinarlo. Pensare che con le crypto debba necessariamente andare diversamente sarebbe un atto di fede, non un’analisi economica.
Anche la prospettiva della cashless society acquista così un significato ben diverso dalla semplice scomparsa delle banconote. Nel ragionamento di Savona, se verranno risolti i problemi di sicurezza, le funzioni che siamo abituati a vedere riunite nella moneta possono assumere configurazioni nuove: l’unità di conto continuerebbe a essere espressione della sovranità degli Stati, il mezzo di scambio verrebbe sempre più esercitato attraverso sistemi digitali accentrati o decentrati e la funzione di riserva di valore sarebbe svolta in misura crescente dagli strumenti finanziari.
Se così fosse, non basterebbe aggiornare qualche regolamento. Bisognerebbe ripensare l’architettura stessa della vigilanza monetaria e finanziaria.
Qui, a mio avviso, il libro raggiunge uno dei suoi punti più interessanti, perché la digitalizzazione non viene interpretata come semplice cambiamento tecnologico. Diventa un problema istituzionale. Se l’attività economica e finanziaria si trasferisce progressivamente dal territorio all’Infosfera mentre le norme continuano a essere prodotte principalmente dagli Stati all’interno dei rispettivi confini, si crea un divario crescente fra il luogo nel quale si esercita il potere economico e quello nel quale si esercita il potere giuridico. E il cerchio si chiude.
Savona parte dalle prime forme della moneta e arriva all’Intelligenza Artificiale senza avere, in fondo, mai cambiato argomento. Perché il problema rimane quello della fiducia, delle regole che la rendono possibile e del rapporto fra libertà del mercato e responsabilità delle istituzioni.
La coerenza del pensiero dell’allievo di Franco Modigliani è testimoniata dal filo conduttore che non è mai cambiata neanche in questo ultimo libro: prima comprendere quali siano i meccanismi reali che governano un fenomeno economico, poi chiedersi se le istituzioni predisposte per governarlo siano ancora adeguate. Mai il contrario.
È anche per questo che considero La vita tormentata della moneta fiduciaria: dalle ostraka alle cryptocurrency un libro importante. Stato e mercato non vengono ridotti a due categorie da contrapporre ideologicamente. Senza mercato si perde uno straordinario meccanismo di conoscenza, allocazione e libertà economica; senza istituzioni il mercato non produce automaticamente l’ordine di cui esso stesso ha bisogno. Quando poi il bene in questione è la moneta, gli errori non rimangono confinati a chi li commette: investono risparmio, credito, occupazione, distribuzione della ricchezza e rapporti di forza fra Stati.
È dunque un’opera di storia monetaria nella forma, ma di economia politica e di politica economica internazionale nella sostanza. Mette insieme ciò che troppo spesso viene studiato separatamente: moneta, tecnologia, sovranità, mercato e geopolitica.
La conclusione più importante, almeno per chi scrive, è proprio questa. Savona non ci consegna una profezia sulla moneta del futuro. Fa qualcosa di più utile: ci avverte che stiamo modificando profondamente la moneta prima di avere costruito le istituzioni capaci di governarne la trasformazione.
È già accaduto altre volte. E conosciamo i costi di arrivare alle regole soltanto dopo che una crisi ne abbia dimostrato drammaticamente la necessità. Dalle ostraka alla blockchain sono trascorsi millenni e abbiamo finito per sostituire quasi completamente la materia con l’informazione. Ma continuiamo a chiamare moneta qualcosa che accettiamo oggi perché confidiamo che qualcun altro continuerà ad accettarla domani.
Tutto qui? Nient’affatto.
Perché dentro quel semplice atto di fiducia ci sono lo Stato, il mercato, il risparmio, il debito, la sovranità e ormai anche la tecnologia. È questa la vera chiave del libro.
Savona non ci dice quale sarà la moneta del futuro. Fa una cosa molto più profonda: pone il problema prima che diventi inevitabile affrontarlo.
E sarebbe bene, almeno questa volta, non aspettare la prossima crisi per accorgerci che aveva posto la domanda giusta al momento giusto.
Antonio Maria Rinaldi








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