Seguici su

CrisiEconomiaEnergia

La crisi petrolifera e la “teoria della vasca da bagno”: perché non siamo (ancora) negli anni ’70

Petrolio: perché la “teoria della vasca da bagno” di Julius Baer suggerisce che non vivremo un nuovo 1973 nonostante le tensioni in Iran.

Pubblicato

il

L’allarmismo è sempre un ottimo affare per i titoli di giornale, ma per chi mastica di macroeconomia e flussi industriali, la realtà richiede un’analisi meno emotiva e più tecnica. Le cassandre dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE) si sono affrettate a dipingere l’attuale crisi in Medio Oriente come una tempesta perfetta, peggiore degli shock del 1973, del 1979 e persino della crisi del 2022 messi insieme. Un ritorno agli “Anni di Piombo” energetici, insomma.

Tuttavia, all’interno delle sale d’analisi delle grandi banche d’affari – che sui movimenti delle merci ci scommettono soldi veri – la narrativa cambia. L’approccio è più freddo e, osiamo dire, più razionale.

La Teoria della “Vasca da Bagno”

Per comprendere perché il mercato stia assorbendo l’urto innescato nel Golfo molto meglio del previsto, Norbert Rücker, capo analista del dipartimento di ricerca della banca svizzera Julius Baer, propone un modello logistico tanto semplice quanto illuminante: la “teoria della vasca da bagno” e afferma che la crisi attuale è più simile a quella del 1990 che alle grande crisi enegetiche degli anni settanta.

Il mercato petrolifero globale non è un tubo di metallo rigido che esplode se viene tappato a un’estremità. È piuttosto un sistema di vasche da bagno di diverse dimensioni, interconnesse da tubature flessibili. Quando si verifica un’interruzione dell’offerta a causa di tensioni geopolitiche attorno allo Stretto di Hormuz, i “deflussi” della domanda iniziano fisiologicamente a superare gli “afflussi” dell’offerta. Le vasche iniziano a svuotarsi, ma a velocità e in modi profondamente differenti.

  • Lo stoccaggio galleggiante: La vasca più grande e rapida a svuotarsi è quella del greggio stoccato in mare. Grazie – o per colpa, a seconda delle prospettive – alle sanzioni occidentali, una vera e propria flotta di petroliere russe e iraniane navigava da mesi stracolma di greggio, in perenne attesa di acquirenti asiatici. Questo mare di petrolio “fluttuante” ha fatto da enorme ammortizzatore immediato.
  • Le rotte alternative: Le catene logistiche hanno un’elevata elasticità. Volumi massicci hanno iniziato a viaggiare lungo il Mar Rosso in altre direzioni e verso nord tramite oleodotti terrestri, garantendo che i flussi non si azzerassero.

Il risultato pratico di questi vasi comunicanti? Il deficit reale sul mercato petrolifero non è la voragine del 10% temuta dai catastrofisti, ma si attesta più verosimilmente intorno al 5%. Questo sottile margine regala al mercato l’elemento più prezioso per evitare il panico: il tempo per riassestarsi.

Perché non è il 1973 (e somiglia più al 1990)

Gli analisti di Commerzbank Research offrono un supporto tecnico ulteriore, smontando definitivamente il paragone con gli anni ’70. La crisi attuale, strutturalmente, assomiglia molto di più alla Guerra del Golfo del 1990: uno shock intenso e repentino, ma di breve durata, il che suggerisce che i prezzi del barile potrebbero aver già toccato il loro picco fisiologico.

Ci sono tre ragioni macroeconomiche sostanziali per cui l’economia odierna è molto più protetta:

  1. L’intensità energetica del PIL è crollata: Rispetto a mezzo secolo fa, le economie avanzate producono molta più ricchezza consumando molto meno greggio. L’economia occidentale si è terziarizzata ed efficientata.
  2. L’aumento dei prezzi è solo frazionale: Nel biennio 1973-74, il prezzo del barile esplose del 250%, e nel ’79 rincarò di un ulteriore 125%. Oggi, anche applicando ipotesi decisamente pessimistiche ai mesi a venire, l’aumento medio annuo si fermerebbe al +60%. Un dazio fastidioso, ma non letale per l’economia globale.
  3. Il paracadute delle Riserve Strategiche: Negli anni ’70 i Paesi dell’OCSE navigavano letteralmente a vista, senza scorte. Oggi le nazioni sviluppate dispongono in media di 140 giorni di importazioni nette blindate in riserve strategiche governative.

Le vere ricadute economiche: una tassa occulta sulla logistica

Se il macro-sistema globale reggerà, in un’ottica puramente keynesiana l’attenzione va spostata su chi pagherà il conto di questa riorganizzazione. Louis-Vincent Gave (Gavekal Research) nota giustamente come i giganti se la caveranno: la Cina eroderà le sue enormi scorte strategiche, la Russia aumenterà la produzione per incassare valuta forte e gli Stati Uniti pomperanno più export.

A soffrire sul serio, vedendosi tagliare la domanda, saranno i Paesi in via di sviluppo (come Sri Lanka e Filippine) e i settori industriali europei già claudicanti. Il vero “collo di bottiglia”, come fa notare Rücker, si annida nei distillati medi, come il diesel per autotrazione e il carburante per aerei. Le nuove rotte, più lunghe e costose, funzionano da pura “tassa logistica” regressiva, che incide pesantemente sui margini operativi dell’industria (quella tedesca in primis, già ferita dall’addio al gas russo).

In conclusione: a meno di danni militari diretti e prolungati alle infrastrutture estrattive vere e proprie, le tubature logiche delle “vasche da bagno” globali terranno. La crisi c’è, ma non balliamo sull’orlo del baratro degli anni ’70.

Google News Rimani aggiornato seguendoci su Google News!
SEGUICI
E tu cosa ne pensi?

You must be logged in to post a comment Login

Lascia un commento