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La casa degli italiani sotto attacco della sinistra e dalla UE

La casa di proprietà, pilastro del risparmio degli italiani tutelato dalla Costituzione, è sotto tiro. Tra le pressioni dell’Unione Europea per la riforma del catasto e i costi insostenibili della direttiva sulle “Case Green”, le famiglie rischiano una svalutazione patrimoniale senza precedenti.

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C’è un bene che più di ogni altro identifica il risparmio degli italiani: la casa. Non è semplicemente il luogo in cui si vive, ma il risultato di anni di lavoro, sacrifici, mutui e rinunce. È il patrimonio costruito nell’arco di una vita e, molto spesso, destinato a essere trasmesso ai figli.

L’Italia rappresenta un caso quasi unico nel panorama europeo. Circa tre famiglie su quattro vivono in una casa di proprietà, una percentuale nettamente superiore a quella della Germania, dove i proprietari sono meno della metà, e della Francia, dove la quota è comunque significativamente inferiore. Mentre in altri Paesi il risparmio viene indirizzato prevalentemente verso strumenti finanziari, in Italia è il mattone ad aver rappresentato, per generazioni, la forma più sicura di tutela del patrimonio familiare.

Non è un caso che la Costituzione abbia attribuito un valore particolare a questa realtà. L’articolo 47 stabilisce che la Repubblica “incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme” e, significativamente, aggiunge che favorisce “l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione”. I Padri costituenti avevano ben compreso che una diffusa proprietà della casa rappresentava un fattore di stabilità economica, sociale e civile.

Eppure oggi proprio questo patrimonio sembra essere finito sotto attacco.

Il primo fronte è quello fiscale. Una parte della sinistra continua periodicamente a rilanciare l’idea di nuove forme di imposizione patrimoniale, mantenendo aperto un dibattito che inevitabilmente coinvolge anche la ricchezza immobiliare. È una visione che rischia di dimenticare una realtà evidente: la casa è stata acquistata con redditi già tassati, spesso dopo decenni di mutui, e continua a generare una lunga serie di costi, tra imposte, manutenzione, assicurazioni e tributi locali.

Ma è soprattutto sul fronte europeo che si stanno concentrando le maggiori preoccupazioni.

Da anni la Commissione europea raccomanda all’Italia una revisione degli estimi catastali affinché risultino più vicini ai valori di mercato. Formalmente si tratta di periodiche raccomandazioni, ma chi conosce il funzionamento dell’Unione sa bene che tali indicazioni esercitano una pressione politica tutt’altro che irrilevante. Un aumento degli estimi catastali non sarebbe una semplice operazione statistica: inciderebbe sulla base imponibile di numerosi tributi, con il rischio concreto di aumentare il carico fiscale gravante sugli immobili.

A questo si aggiunge la direttiva europea sulla prestazione energetica degli edifici, uno dei pilastri del Green Deal. Nel perseguimento dell’obiettivo della riduzione delle emissioni, ciò che appare discutibile è l’applicazione di criteri sostanzialmente uniformi a patrimoni edilizi profondamente diversi.

L’Italia possiede uno dei patrimoni immobiliari più antichi d’Europa, composto da milioni di edifici costruiti in epoche molto diverse, spesso situati nei centri storici o sottoposti a vincoli architettonici. Pensare che possano essere adeguati con la stessa facilità degli edifici presenti in altri Paesi significa ignorare le caratteristiche del nostro territorio e della nostra storia urbanistica.

L’esperienza del Superbonus è, sotto questo profilo, emblematica. Lo Stato ha sostenuto un costo superiore ai cento miliardi di euro e, nonostante ciò, è stata riqualificata soltanto una parte estremamente limitata del patrimonio immobiliare nazionale. Se una simile mole di risorse pubbliche è bastata appena per intervenire su una quota minima degli edifici, è facile comprendere quale sarebbe l’enorme impegno economico necessario per estendere interventi analoghi all’intero patrimonio edilizio italiano. Con una differenza sostanziale: questa volta il costo ricadrebbe in larga misura direttamente sui proprietari, cioè sulle famiglie italiane.

Il rischio è evidente: obblighi di riqualificazione particolarmente onerosi potrebbero determinare una progressiva perdita di valore degli immobili che non riuscissero ad adeguarsi ai nuovi standard energetici, imponendo alle famiglie investimenti spesso insostenibili.

C’è poi un aspetto che merita una riflessione. La casa rappresenta il bene più facilmente individuabile dal fisco. È registrata, censita, non può essere trasferita all’estero ed è quindi una base imponibile estremamente semplice da colpire. È forse proprio questa caratteristica a renderla il bersaglio privilegiato sia di nuove ipotesi di tassazione sia di un crescente interventismo regolatorio.

Il risultato è che il principale patrimonio degli italiani rischia di trovarsi schiacciato tra una pressione fiscale potenzialmente crescente e obblighi normativi sempre più onerosi. Ed è difficile non vedere una contraddizione con lo spirito dell’articolo 47 della Costituzione, che considera la proprietà dell’abitazione uno degli strumenti attraverso cui il risparmio popolare merita di essere favorito e tutelato.

Perseguire questi obiettivi senza considerare la specificità italiana significa ignorare il ruolo economico e sociale della casa nel nostro Paese.

Per milioni di famiglie il mattone non è un privilegio. È il risparmio di una vita. Ed è proprio per questo che ogni intervento fiscale o regolatorio che lo colpisca dovrebbe essere valutato con estrema prudenza. Perché quando si mette sotto pressione la casa, si mette sotto pressione il principale patrimonio accumulato con fatica e sacrifici degli italiani.

Antonio Maria Rinaldi

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