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La Bulgaria rompe il fronte UE e si schiera con Trump sul gasolio russo
Il premier bulgaro Radev spacca il summit di Bruxelles: sostegno all’intesa Trump-Putin per frenare l’impennata del gasolio e durissimo stop agli attacchi alle raffinerie. I dettagli dello scontro.

Il vertice europeo di Bruxelles si è trasformato in una polveriera. Mentre i leader dell’Unione intonano il consueto coro della fermezza dogmatica a oltranza, il primo ministro bulgaro Rumen Radev ha gelato la sala: Sofia rompe il fronte comune e accoglie a braccia aperte l’accordo sulle forniture di gasolio concordato tra Donald Trump e Vladimir Putin. Una presa di posizione che svela l’ipocrisia di un continente che rischia la paralisi energetica e industriale pur di non ammettere i propri errori di calcolo.
«Sapete qual è il nostro vero problema in Europa in questo momento? I prezzi folli del carburante», ha scandito Radev all’arrivo al summit. Poche parole pronunciate in inglese, taglienti come lame, che demoliscono mesi di narrazione rassicurante.
La Bulgaria non si è limitata a plaudire alla mossa della Casa Bianca – che ha concesso deroghe sanzionatorie fino all’aprile 2027 per immettere centinaia di migliaia di tonnellate di diesel russo sui mercati globali. Radev ha compiuto il gesto più imperdonabile per l’establishment comunitario: ha criticato apertamente i bombardamenti ucraini contro le raffinerie di Mosca, allineandosi alle richieste arrivate da Washington a Volodymyr Zelensky.
Colpire la raffinazione e le centrali, ha ricordato il premier bulgaro, innesca un tragico effetto boomerang. I prezzi dei carburanti schizzano alle stelle e il conto salatissimo finisce dritto sul tavolo di famiglie e fabbriche europee.
La reazione a Bruxelles è stata immediata e prevedibile. L’Alta rappresentante Kaja Kallas ha subito definito l’intesa sul diesel un «regalo a Putin», mentre il primo ministro svedese Ulf Kristersson ha accusato l’accordo di muoversi nella «direzione sbagliata» e di finanziare la guerra.
Eppure, dietro quella che a Bruxelles viene bollata come un’eresia, c’è una solida motivazione economica. Sofia guarda al bilancio materiale della nazione, non ai comunicati stampa.
L’economia bulgara possiede particolarità strutturali che rendono la rigidità nordeuropea una ricetta per il suicidio:
Dipendenza vitale dal trasporto merci su gomma: una fiammata del gasolio paralizza la logistica balcanica e fa impennare i costi di distribuzione in modo esponenziale. Non c’è uno sviluppo ferroviario sufficiente a sostituire i TIR.
Assenza di cuscinetti industriali: a differenza dei paesi scandinavi o tedeschi, la manifattura dell’Europa orientale lavora con margini operativi sottilissimi, incapaci di assorbire aumenti prolungati dell’energia senza fallire.
Potere d’acquisto al collasso: con salari medi inferiori a quelli dell’Europa occidentale, l’inflazione sui carburanti comprime immediatamente la spesa primaria delle famiglie, azzerando i consumi interni.
| Aspetto | Linea di Bruxelles (Kallas / Kristersson) | Linea di Sofia (Rumen Radev) |
| Priorità strategica | Rispetto formale delle sanzioni e isolamento geopolitico | Difesa della competitività e contenimento dei costi vivi |
| Patto Trump-Putin sul gasolio | Rifiuto netto, considerato un aiuto indiretto a Mosca | Giudizio positivo: ogni barile in più frena il caro-prezzi |
| Raid ucraini sulle raffinerie | Sostegno politico incondizionato alle azioni di Kiev | Condanna esplicita per via del rincaro dei carburanti |
| Impatto produttivo atteso | Rassegnazione ai rincari in nome del principio politico | Urgenza di tutelare filiere manifatturiere e trasporti |
La contraddizione più stridente emerge dal confronto con l’altra sponda dell’Atlantico. Donald Trump ha negoziato lo sblocco del carburante per difendere il potere d’acquisto dei trasportatori americani e sterilizzare l’inflazione prima delle elezioni di metà mandato. A Washington la concretezza dei numeri prevale.
In Europa, invece, si continua a pretendere che i paesi del fianco orientale si immolino senza fiatare continuando a deindustrializzarsi senza neanche fiatare. Radev, forte del consenso conquistato dal suo schieramento alle urne, ha spiegato senza mezzi termini che mandare altro materiale bellico senza una prospettiva diplomatica sta solo prolungando un’agonia industriale.
Sofia non ha alcuna intenzione di rinunciare ai fondi europei, ma rifiuta di farsi trascinare a fondo per compiacere funzionari lontani anni luce dalle banchine dei trasportatori e dai campi degli agricoltori. Per una volta, la periferia economica impartisce al centro burocratico una lezione di crudo buonsenso.







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