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Keir Starmer può andarsene anche oggi. Burham è pronto a portare il Regno Unito più a sinistra

Il Primo Ministro britannico sarebbe pronto al passo indietro già lunedì. Tra scandali politici e la vittoria schiacciante del “Re del Nord” a Makerfield, i Gilt inglesi volano al 4,84%. Cosa cambia per l’economia.

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Il sipario sta per calare definitivamente su Downing Street. Keir Starmer, l’uomo che solo due anni fa aveva riportato i laburisti a una vittoria elettorale schiacciante, sembra ormai giunto all’atto finale della sua parabola politica. Secondo diverse fonti interne al partito e alla stampa britannica, il Primo Ministro sarebbe pronto a rassegnare le dimissioni o, quantomeno, a dettare i tempi di una sua uscita di scena programmata già lunedì. La fine è giunta.

A innescare questa crisi senza apparente ritorno è stato l’uragano politico di nome Andy Burnham. L’ormai ex sindaco della Greater Manchester, ribattezzato non a caso il “Re del Nord”, non si è limitato a vincere le elezioni suppletive di Makerfield: ha letteralmente asfaltato la concorrenza. Con il 54,8% dei voti, ha distanziato di oltre novemila preferenze il candidato di Reform UK (il partito di Nigel Farage). Una vittoria netta che gli garantisce non solo il seggio alla Camera dei Comuni, indispensabile per lanciare la scalata alla leadership, ma che certifica la resa incondizionata dell’ala moderata e centrista del partito. Del resto per lui hanno votato tutti quelli che volevano mandare a casa Starmer, la grande maggioranza degli inglesi.

Burnham rappresenta una sinistra laburista indubbiamente più estrema, ma dotata di un pragmatismo e di un realismo territoriale che Starmer sembra aver smarrito nei saloni del potere londinese.

Lo scandalo Mandelson e l’ombra di Epstein

La caduta di Starmer non è, tuttavia, figlia unicamente del responso delle urne. È piuttosto il risultato di una lenta erosione di credibilità e di gestione del potere, culminata nel disastroso “scandalo Mandelson“. La decisione, politicamente azzardata, di nominare Peter Mandelson come ambasciatore britannico negli Stati Uniti, nonostante le note frequentazioni di quest’ultimo con il defunto finanziere Jeffrey Epstein, si è rivelata un boomerang devastante.

Le ricadute sono state immediate e sistemiche: le dimissioni del capo di gabinetto Morgan McSweeney — lo stesso che aveva condotto una campagna mirata per penalizzare la stampa alternativa — e il successivo arresto di Mandelson con l’accusa di aver passato informazioni governative sensibili allo stesso Epstein durante la crisi finanziaria del 2008-2010. Una miscela tossica che ha annientato la fiducia dell’opinione pubblica, già furiosa per una politica che ha aumentato le tasse e diminuito la sicurezza pubblica. Mandelson è stata la cigliegina sulla torta.

Una debolezza strutturale che perfino Donald Trump ha inquadrato immediatamente, dichiarando senza mezzi termini come Starmer abbia “fallito miseramente”, fiutando in anticipo l’aria di smobilitazione dell’esecutivo alleato.

I mercati tremano: l’effetto Burnham sui rendimenti

La politica è spesso solo l’ombra proiettata dall’economia, e i mercati finanziari non hanno perso tempo. Venerdì, a ridosso dei risultati di Makerfield, i rendimenti dei titoli di Stato britannici a 10 anni (i Gilt) sono balzati al 4,84%, in rialzo di quasi un decimo di punto percentuale in una sola seduta.

Rendimento dei ntitoli inglesi a 10 anni – tradingeconomics

Cosa stanno prezzando i trader della City?

  • Rischio politico interno: L’incertezza legata a una transizione di potere repentina non è mai gradita dagli investitori istituzionali.
  • Espansione fiscale: Burnham ha una visione marcatamente interventista. Il suo arrivo potrebbe inaugurare una stagione di espansione della spesa pubblica mirata al rilancio delle aree depresse del Nord e delle infrastrutture, mettendo sotto pressione un debito britannico già gravato. Inoltre vuole delle nazionalizzazioni che qualcuno dovrà finanziare.
  • Dinamiche dei tassi: Un potenziale allentamento dei cordoni della borsa governativa in chiave anticiclica potrebbe costringere la Bank of England a mantenere i tassi di interesse più alti, nel timore di fiammate inflattive interne.

L’apertura dei mercati di lunedì sarà il vero banco di prova. Qualsiasi dichiarazione formale di Starmer pioverà direttamente sui terminali di trading, portando un’elevata volatilità.

Ritirata strategica o scontro aperto?

Fino a venerdì, Starmer ha cercato di mantenere il punto, promettendo di resistere a qualsiasi sfida, derubricando le indiscrezioni a mere “speculazioni”. Ma nel fine settimana, tra le mura della residenza di campagna di Chequers, la realtà dei numeri ha bussato alla porta. Si parla ora di una “lenta marcia” verso l’addio per garantire dignità istituzionale, magari con un passaggio di consegne a settembre durante la conferenza del partito, per evitare un vuoto di potere buio.

I numeri, però, sono spietati. Burnham avrebbe già incassato il supporto di oltre 200 deputati laburisti (più della metà del gruppo parlamentare). Persino i potenti sindacati, con la leader di Unite Sharon Graham in testa, hanno decretato che “Starmer deve andarsene”. Se mai sarà lui a chiedere una transizione lenta per non trovarsi dall’oggi al domani a gestire, impreparato, problemi che la gestione lanburista sta rendendo enormi. Questo rende possibile, se non probabile, che Starmer annunci un cammino d’uscita. In questo caso le dimissioni secche sarebbero uno sgambetto al successore. 

Il dramma politico dell’attuale leadership risiede nell’incapacità di leggere il polso del Paese reale. Ignorare le tensioni sociali profonde, derubricare le istanze su un’immigrazione fuori controllo a meri fastidi e snobbare il degrado delle periferie ha eroso in tempi record un consenso che sembrava d’acciaio. Quel consenso che ora Burnham ha intercettato, parlando alla classe lavoratrice di “un’ultima possibilità di cambiare”. In meno di due anni, il trionfo elettorale si è trasformato in una resa. La Gran Bretagna si prepara all’ennesimo ribaltone politico, e questa volta il conto economico potrebbe essere salato.

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