Seguici su

AttualitàEuropaOpinioniPolitica

Ceuta travolge il modello Sánchez. L’Europa sospenda Schengen con la Spagna prima che sia troppo tardi.

Migliaia di migranti travolgono il confine a Ceuta. L’esercito interviene, certificando il fallimento delle politiche di Sánchez. A rischio gli accordi di Schengen e i fondi europei al Marocco.

Pubblicato

il

Le immagini provenienti da Ceuta segnano uno spartiacque. Migliaia di migranti hanno raggiunto in poche ore l’enclave spagnola, prevalentemente via mare, fino a costringere il governo di Pedro Sánchez a schierare anche l’esercito. Non è soltanto un’emergenza migratoria: è il simbolo del fallimento di una strategia politica che per anni è stata presentata come il modello europeo di gestione dell’immigrazione.

Ceuta è territorio spagnolo, quindi territorio dell’Unione europea. Quando la frontiera di Ceuta cede, non viene violato soltanto un confine nazionale, ma una delle frontiere esterne dell’Europa. Se migliaia di persone riescono a entrare quasi simultaneamente, significa che il sistema di controllo ha mostrato limiti evidenti. La responsabilità politica di quanto accaduto ricade innanzitutto sul governo Sánchez.

Per anni il premier socialista è stato indicato dalla sinistra europea e italiana come il punto di riferimento di una politica migratoria fondata sull’accoglienza e sulla solidarietà. Oggi quella narrazione si infrange contro la realtà. Un modello che non riesce a garantire il controllo delle frontiere esterne e che interviene soltanto quando la situazione è ormai fuori controllo non può essere considerato un esempio da imitare.

Sarebbe ancora più grave se Madrid tentasse ora di trasformare un proprio fallimento in un problema dell’intera Europa, trasferendo i migranti nella Spagna continentale per poi invocare nuovi ricollocamenti e una solidarietà obbligatoria degli altri Stati membri. La solidarietà europea non può diventare il rimedio sistematico agli errori di un singolo governo. Prima viene la responsabilità di chi ha il dovere di presidiare il confine esterno dell’Unione.

Se il governo Sánchez dovesse pertanto trasferire i migranti da Ceuta alla Spagna continentale, l’Unione europea dovrebbe immediatamente sospenderel’applicazione degli accordi di Schengen nei confronti della Spagna fino al ripristino di un efficace controllo della frontiera esterna. La libera circolazione presuppone infatti che ciascuno Stato membro sia in grado di garantire la sicurezza del tratto di confine esterno di propria competenza. Quando tale presupposto viene meno, è legittimo aprire una riflessione politica sugli strumenti previsti dall’ordinamento europeo per tutelare l’integrità dello spazio comune.

Le immagini diffuse in queste ore mostrano prevalentemente giovani uomini in buona salute e in piena età lavorativa. Non sono le immagini che normalmente si associano a popolazioni in fuga da guerre, persecuzioni o gravissime emergenze umanitarie, nelle quali compaiono intere famiglie, donne, bambini e anziani. Inoltre, il Marocco non è oggi un Paese devastato da una guerra né da una carestia tale da provocare un esodo di massa. Eventuali diritti d’asilo non possono essere presunti né riconosciuti automaticamente: ogni posizione deve essere verificata con il massimo rigore, senza automatismi e senza interpretazioni estensive delle norme sull’asilo.

Esiste poi una questione che Bruxelles continua a eludere.

Il Marocco è uno dei principali partner dell’Unione europea nel Mediterraneo. Beneficia di accordi commerciali privilegiati, programmi di cooperazione, consistenti finanziamenti europei e specifiche intese sulla gestione dei flussi migratori e sui rimpatri. Se, nonostante questo quadro di relazioni preferenziali, migliaia di persone riescono comunque a raggiungere il territorio europeo, è inevitabile interrogarsi sull’effettiva efficacia della cooperazione con Rabat.

L’Unione europea deve pretendere il pieno rispetto degli impegni assunti dal Marocco. La cooperazione non può essere un rapporto a senso unico, nel quale Bruxelles finanzia e concede vantaggi commerciali mentre il controllo delle partenze irregolari produce risultati insufficienti. Se gli obblighi sottoscritti non vengono rispettati, la Commissione europea dovrebbe riesaminare senza esitazioni l’intero impianto delle relazioni con Rabat, compresi gli accordi commerciali preferenziali, i programmi di sostegno finanziario e gli strumenti di cooperazione. Ogni partnership comporta diritti, ma anche responsabilità.

La vicenda di Ceuta assume così anche un preciso significato politico per l’Italia. Per anni una parte della sinistra italiana ha indicato Pedro Sánchez come il modello da seguire. Oggi quel modello mostra tutte le sue contraddizioni. Non basta rivendicare principi di accoglienza se poi lo Stato perde il controllo dei propri confini e finisce per chiedere agli altri Paesi europei di condividere le conseguenze delle proprie scelte. La gestione dell’immigrazione si misura sulla capacità di coniugare legalità, sicurezza e rispetto delle regole, non sugli slogan.

L’Europa si trova davanti a un bivio. Può continuare a inseguire le emergenze, redistribuendone periodicamente gli effetti tra gli Stati membri, oppure può riaffermare un principio elementare: le frontiere esterne dell’Unione devono essere presidiate e gli accordi con i Paesi terzi devono essere rispettati. Se ciò non avviene, la credibilità delle istituzioni europee si indebolisce e cresce inevitabilmente la sfiducia dei cittadini verso politiche migratorie che, troppo spesso, hanno rincorso gli eventi invece di governarli.

Antonio Maria Rinaldi

Google News Rimani aggiornato seguendoci su Google News!
SEGUICI
E tu cosa ne pensi?

You must be logged in to post a comment Login

Lascia un commento