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Il Ciclone Burnham pronto per Downing street? Starmer al capolinea e le ombre di Ed Miliband sull’economia britannica
Andy Burnham sbanca Makerfield e spinge Keir Starmer alle dimissioni. Ma i mercati tremano: con Ed Miliband al Tesoro, i britannici si preparano a un’ondata di tasse per finanziare nazionalizzazioni e debito pubblico.

Il dado è ormai tratto nel caotico teatro della politica britannica. Con una schiacciante e attesa vittoria alle elezioni suppletive nel collegio di Makerfield, Andy Burnham non solo si riprende un posto di peso a Westminster, ma lancia un vero e proprio ultimatum a Keir Starmer. Il cosiddetto “Re del Nord” ha trionfato conquistando il 54,8% dei consensi, lasciando la concorrenza di Reform UK a una rassicurante distanza (34,5%). Tuttavia, analizzando a freddo il voto, è bene leggere questi numeri con la giusta dose di cinismo: questo 54% non rappresenta un’investitura messianica per la persona di Burnham, quanto piuttosto un plebiscito per mandare a casa un Primo Ministro la cui impopolarità è ormai ridotta ai minimi storici.
La situazione a Downing Street è a dir poco elettrica. Starmer viene ormai descritto dai suoi stessi ministri come un “dead man walking“, un leader che cammina verso il patibolo politico, pressato da un ammutinamento interno senza precedenti. Figure di spicco dell’esecutivo, tra cui Heidi Alexander e Louise Haigh, gli hanno esplicitamente chiesto di farsi da parte per evitare una sanguinosa guerra fratricida che affosserebbe definitivamente il partito. Dal canto suo Starmer, aggrappato con le unghie alla poltrona, promette di resistere, ma l’aritmetica parlamentare e l’umore nero del Paese sembrano aver già decretato la fine del suo mandato. Questo weekend deciderà se andarsene o rimanere agganciato alla sedia con le unghie.
La “Nuova Via” di Burnham e lo spettro del Tesoro
L’entusiasmo per l’imminente ribaltone, tuttavia, si scontra brutalmente con la realtà dei fondamentali economici. L’incoronazione di Burnham porta con sé un asse programmatico decisamente spostato verso la sinistra radicale. Al centro della sua agenda economica troviamo:
Nazionalizzazione delle utility: un ritorno al controllo statale su settori chiave come acqua ed energia, un’operazione complessa e dai costi iniziali esorbitanti. Il Regno Unito dovrà fare debito in un momento in cui questo è costoso.
Investimenti massicci nell’edilizia popolare: un piano di edilizia residenziale pubblica interamente finanziato a debito, per tentare di lenire l’emergenza abitativa.
Revitalizzazione della tratta nord dell’HS2: la riesumazione del progetto di alta velocità ferroviaria, storicamente noto per i suoi colossali e continui sforamenti di budget.
Reindustrializzazione e “Buy British”: rigide politiche di spesa pubblica orientate a favorire esclusivamente i fornitori locali, a discapito della concorrenza internazionale. Questa forse è la misura che potrebbe avere più conseguenze economiche.
- Nuove tasse sulla proprietà immobiliare, togliendo l’imposta di registro e comunale, ma imponendone una sul rendimento teorico degli immobili e rivedendo i rendimenti degli immobili.
Se questi punti scaldano i cuori della base laburista più nostalgica, spaventano non poco i mercati finanziari. Non è affatto un caso che, all’indomani del voto, i rendimenti dei Gilt a 10 anni abbiano subito registrato un rialzo, toccando quota 4,84%. Le promesse elettorali hanno un costo, e il conto rischia di essere presentato molto presto.
In questo delicato quadro si inserisce l’elemento più critico per i portafogli d’Oltremanica: il possibile approdo di Ed Miliband al ministero del Tesoro. Con Miliband alla guida dell’economia britannica, si preparano tempi duri per i contribuenti e i consumatori. Le politiche di spesa aggressiva, se non supportate da un rilancio concreto e strutturale della produttività, non potranno che tradursi in una massiccia scure fiscale e in un inevitabile ampliamento del deficit pubblico. L’approccio profondamente interventista, privo di adeguati ammortizzatori per le classi produttive, rischia di soffocare un’economia già asfittica, tramutando le promesse di crescita in una spirale recessiva dominata da tasse elevate e spesa improduttiva.
Quanto durerà la luna di miele?
La domanda che circola insistentemente tra gli analisti finanziari e politici è una sola: quanti mesi ci vorranno prima che Andy Burnham crolli agli stessi abissali livelli di impopolarità del suo predecessore?
Il mandato di Burnham è granitico solo in apparenza. La coalizione eterogenea di elettori che lo ha sostenuto a Makerfield era tenuta insieme da un unico collante temporaneo: il forte desiderio di rimuovere Keir Starmer. Una volta consumato il regicidio politico, le contraddizioni interne al partito e alla base elettorale esploderanno. L’elettorato moderato, che ha votato turandosi il naso nella speranza di un ritorno alla stabilità governativa, si troverà improvvisamente di fronte a un esecutivo pronto a spremere il ceto medio per finanziare vecchie utopie di statalizzazione.
La luna di miele potrebbe durare, a voler essere ottimisti, giusto lo spazio di un autunno. Non appena la prima Legge di Bilancio svelerà il reale impatto finanziario della “nuova via” – e se Miliband applicherà la sua nota ricetta ad alta pressione fiscale – il risveglio per il popolo britannico sarà estremamente brusco. L’inflazione potrebbe tornare a farsi sentire, stimolata dall’eccesso di spesa a debito, paralizzando la già debole domanda interna. In quel momento, il fascino populista del “Re del Nord” svanirà rapidamente, lasciando il Regno Unito alle prese con una nuova e profonda crisi di fiducia.







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