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Inflazione USA: l’indice PCE non molla e vola al 4,1%. La Fed di Warsh verso un nuovo rialzo dei tassi
L’inflazione americana non si arrende e supera il 4%: ecco perché la Federal Reserve dovrà alzare ancora i tassi e come questo impatterà sui mutui e sull’economia reale.

L’inflazione negli Stati Uniti, a quanto pare, si è affezionata ai livelli di guardia e non sembra avere alcuna fretta di scendere. I dati di maggio 2026 ci consegnano un quadro macroeconomico molto netto: l’indice dei prezzi non vuole piegarsi facilmente alle cure della banca centrale.
Ma facciamo un passo indietro per fare chiarezza: cosa è esattamente il PCE?
In termini molto semplici, il PCE (Personal Consumption Expenditures) è l’indicatore preferito dalla Federal Reserve per misurare l’inflazione. A differenza del più famoso CPI (indice dei prezzi al consumo), il PCE osserva da vicino cosa le persone comprano per davvero. Se la carne di manzo costa troppo e le famiglie iniziano a comprare pollo, il PCE registra questo cambio di abitudini. Per questo motivo, offre una fotografia molto più reale e dinamica del costo della vita.
I numeri di maggio 2026 nel dettaglio
Le cifre pubblicate confermano le attese dei mercati, ma non per questo sono rassicuranti:
- PCE Generale (su base annua): È salito al 4,1%, toccando il livello più alto dall’aprile del 2023. Per capirci, avevamo registrato un +3,8% solo il mese precedente(graficoTradingeconomics):

- PCE Generale (su base mensile): Ha segnato un +0,4%, identico alla crescita di aprile e appena un soffio sotto il +0,5% atteso, il che è positivo, ma non abbastanza:

- La divisione dei consumi: L’inflazione legata ai beni fisici ha rallentato, scendendo allo 0,4% (dallo 0,7% precedente). Al contrario, il costo dei servizi ha rialzato la testa, accelerando allo 0,5%.
| Indicatore | Variazione Mensile (Maggio) | Variazione Annua (Maggio) |
| PCE Generale | +0,4% | +4,1% |
| PCE Core (senza cibo/energia) | +0,3% | +3,4% |
Per avere un termine di paragone, dal 1960 a oggi l’indice PCE americano ha viaggiato a una media del 3,29%. Il suo record assoluto resta la fiammata dell’11,60% registrata nel marzo 1980, mentre il punto più basso è stato il -1,47% del luglio 2009, in piena crisi dei mutui che aveva letteralmente gelato l’economia.
Le mosse della Fed di Warsh e l’impatto sull’economia
L’obiettivo dichiarato della Federal Reserve è mantenere l’inflazione al 2%. Con l’indicatore Core (quello che esclude i prezzi più volatili di cibo ed energia) inchiodato al 3,4%, il bersaglio è ancora lontano. Non a caso, nel suo incontro di giugno, la banca centrale ha dovuto alzare le stime per la fine dell’anno, prevedendo un PCE al 3,6%.
Alla luce di queste cifre ostinate, l’intervento della Federal Reserve guidata da Kevin Warsh diventa una strada quasi obbligata. Un nuovo rialzo dei tassi di interesse è l’opzione più logica sul tavolo. Anche se i mercati finanziari hanno già ampiamente calcolato questa mossa, le vere ricadute si sentiranno sull’economia di tutti i giorni.
Aumentare il costo del denaro significa rendere più costosi i mutui per le famiglie e i prestiti per le aziende. La logica dietro questa manovra è drenare denaro dal sistema per frenare la domanda e, di conseguenza, far scendere i prezzi. Il rischio reale, tuttavia, è che stringendo troppo i rubinetti del credito si finisca per asfissiare la produzione e gli investimenti privati, innescando un rallentamento più brusco del previsto. Inoltre tutto questo ha delle ricadute politiche che non piaceranno a Trump.
Al momento i consumi reggono, sostenuti anche da trasferimenti e sussidi statali, ma la corda non potrà essere tirata all’infinito. Oggi i mercati sono stati combattuti, ma alla fine hanno tenuto, per ora. Comunque si aggiunge peso a una nave che già sta rallentando.









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