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Il ritorno della Russia nello SWIFT: La mossa di Trump, il trionfo del Dollaro e il declino dell’Euro
Trump spiazza l’Europa: pronto il reintegro della Russia nello SWIFT. Come la fine delle sanzioni rafforza il dollaro e condanna l’industria europea e l’Euro a una crisi senza precedenti.

La politica monetaria è, prima di ogni altra cosa, geopolitica pura. Questo assunto diventa una legge ferrea quando c’è di mezzo il dollaro statunitense. Non importa quante volte i media europei o asiatici abbiano intonato il de profundis per il biglietto verde: il dollaro resta il sovrano incontrastato. E Washington, con un pragmatismo che a Bruxelles sembra ormai sconosciuto, sta lavorando a pieno regime per mantenere questo status quo.
Il recente post di Donald Trump su Truth Social e X, in cui il Presidente degli Stati Uniti indica l’imminente ritorno della Russia nel sistema di pagamenti globali SWIFT, non è l’ennesima boutade mediatica. È un segnale tellurico. Significa, in termini pratici, la fine dell’architettura sanzionatoria contro Mosca. Ma perché Trump vuole la Russia nuovamente ancorata allo SWIFT, e quali saranno le ricadute per un’Europa sempre più marginalizzata?
WATCH: President Trump posts video TruthSocial.
Russia is now willing to start trading on the U.S. dollar again and not in the BRICS currency to join the global market.
This would absolutely spell the end of China as we know it. Russia is the last piece of the puzzle to bring… pic.twitter.com/PWj7q7YUok
— Donald J Trump Posts TruthSocial (@TruthTrumpPost) April 18, 2026
Perché Trump rivuole la Russia nello SWIFT?
La risposta risiede nella difesa dell’egemonia del dollaro e nel controllo dei mercati energetici. Includere nuovamente la Russia nel sistema SWIFT, regolato dagli USA, significa riportare le enormi transazioni energetiche di Mosca sotto l’ombrello del biglietto verde.
Trump e la sua amministrazione (con il Segretario al Tesoro Scott Bessent in prima linea) hanno compreso che isolare la Russia rischiava, a lungo termine, di frammentare il sistema finanziario globale. L’obiettivo americano è duplice:
- Neutralizzare i BRICS: Negli ultimi anni si è fatto un gran parlare di una valuta alternativa dei BRICS. Tuttavia, il progetto si è arenato. Nessun investitore istituzionale serio vuole detenere grandi riserve in una CBDC (Central Bank Digital Currency) cinese, soggetta agli umori politici di Pechino. Riportando Mosca nello SWIFT, Trump certifica che anche la Russia ha capito che il futuro passa ancora per il dollaro, svuotando di senso le ambizioni monetarie sino-russe.
- Calmierare l’inflazione energetica: Permettere alla Russia di vendere il proprio petrolio senza sanzioni (come già tollerato negli ultimi mesi attraverso la cosiddetta “flotta ombra”) serve ad allentare la pressione sui prezzi globali dell’energia. Meno inflazione significa tassi di interesse potenzialmente più gestibili e una transizione del debito americano più fluida.
Si profila un coordinamento, tacito ma evidente, tra America, Russia e Cina (il cosiddetto asse ARC). Gli USA permettono alla Russia di esportare, la Cina compra, l’America controlla l’infrastruttura finanziaria. Tutti vincono, tranne uno.
Il suicidio economico dell’Euro e la paralisi di Bruxelles
Mentre l’America gioca a scacchi, l’Europa sembra aver deciso di giocare a freccette, bendata, contro il proprio piede. Il tentativo della politica europea di utilizzare l’euro per riempire presunti vuoti lasciati dal dollaro è fallito miseramente.
La valuta unica ha perso il suo più grande stabilizzatore esterno: la Russia. Fino a pochi anni fa, Mosca regolava il suo intero commercio di gas con l’Europa in euro, creando una domanda strutturale e massiccia per la nostra moneta. Con le ondate sanzionatorie, l’Europa ha rinunciato a questo vantaggio, auto-infliggendosi un danno macroeconomico incalcolabile.
A questo si aggiunge un’ideologia “green” forzata, che ha spinto l’industria continentale verso fonti energetiche intermittenti e costose. Il risultato macroeconomico, in un’ottica prettamente keynesiana, è disastroso:
- Contrazione dell’offerta: L’energia costosa deprime la produzione industriale (basti guardare la crisi del manifatturiero tedesco).
- Inflazione da costi: I prezzi salgono non per un eccesso di domanda, ma per i costi di produzione insostenibili, riducendo il potere d’acquisto delle famiglie.
- Perdita di competitività: Senza un’industria esportatrice forte, l’euro si indebolisce, rendendo le importazioni di materie prime (ormai prezzate quasi esclusivamente in dollari) ancora più care.
Che dice l’Europa? E cosa farà?
Al momento, Bruxelles è prigioniera della propria retorica. Di fronte alle mosse di Trump, l’establishment europeo oscilla tra lo sgomento morale e l’incapacità operativa. Le dichiarazioni ufficiali parleranno di “violazione della solidarietà occidentale” e ribadiranno l’intento di mantenere le sanzioni in via autonoma.
Ma cosa farà realmente l’Europa? Molto poco. Senza la copertura finanziaria e geopolitica degli Stati Uniti, l’impalcatura sanzionatoria europea è un guscio vuoto. L’UE si troverà costretta a subire passivamente la normalizzazione dei rapporti tra Washington e Mosca. Nel lungo periodo, le industrie europee si assesteranno su un plateau di costi energetici strutturalmente più alti rispetto ai competitor americani e asiatici. L’Europa si avvia verso una prolungata fase di stagflazione e contrazione industriale, mentre il dollaro, sornione, continua a dominare il mondo multipolare.







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