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Il Patto si può piegare senza romperlo: la carta italiana è l’articolo 26

Abbandonare gli slogan sulla sospensione del Patto e puntare tutto sulla “national escape clause” europea. Ecco perché l’Italia ha i numeri per chiedere flessibilità contro il caro energia senza violare le regole di Bruxelles.

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Da settimane, trasversalmente agli schieramenti politici, si moltiplicano le richieste di sospendere il Patto di stabilità. Stiamo assistendo alla formazione di un fronte ampio accomunato dall’idea che al perdurare della crisi energetica e al rallentamento dell’economia europea, occorra restituire agli Stati maggiori margini fiscali. L’analisi del problema è condivisibile. Meno convincente è, però, la soluzione proposta.

Durante la pandemia, l’Unione Europea attivò la clausola generale di salvaguardia del Patto di stabilità e crescita, sospendendo nella sostanza l’operatività ordinaria dei vincoli fiscali. Gli Stati membri poterono così utilizzare ampia discrezionalità di bilancio per sostenere famiglie, lavoratori, imprese, liquidità del sistema produttivo e capacità dei servizi sanitari nazionali. Fu una risposta coerente con uno shock simmetrico, improvviso e generalizzato.

Oggi il quadro è diverso. Nel 2024 è entrata in vigore la nuova governance economica europea, che ha formalmente sostituito il precedente assetto del Patto di stabilità. Sono cambiate le forme, tuttavia non il problema di fondo: la persistente prociclicità delle regole fiscali europee. Vale a dire il rischio che, proprio quando la crescita rallenta, vengano imposti aggiustamenti restrittivi destinati ad aggravare stagnazione, investimenti deboli e tensioni sociali.

Per questo, nell’attuale fase segnata dal caro energia, la richiesta tecnicamente più solida e con maggiori probabilità di successo non sarebbe una generica sospensione del Patto, formula politicamente suggestiva ma giuridicamente fragile. La strada corretta sarebbe invece l’attivazione dell’articolo 26 del Regolamento (UE) 2024/1263, la cosiddetta national escape clause.

La norma consente a un singolo Stato membro, su richiesta motivata, di ottenere una deviazione temporanea dal percorso di bilancio concordato quando si verifichino circostanze eccezionali fuori dal suo controllo, con impatto rilevante sulle finanze pubbliche, purché resti preservata la sostenibilità del debito nel medio termine. In altri termini: non una rottura delle regole, ma l’utilizzo di una flessibilità già prevista dalle regole stesse.

Ed è difficile sostenere che i presupposti oggi manchino. La crisi energetica europea nasce da fattori geopolitici esterni: guerra russo-ucraina, instabilità mediorientale, tensioni sulle rotte commerciali, volatilità del gas e del petrolio, frammentazione logistica globale. Tutti elementi estranei al controllo dei singoli governi e perfettamente coerenti con la ratio dell’articolo 26.

Vi è poi un elemento decisivo. A differenza della pandemia, che colpiva in modo sostanzialmente simmetrico tutti gli Stati membri, la crisi energetica produce effetti profondamente asimmetrici. Il suo impatto varia in funzione del mix energetico nazionale, della dipendenza dalle importazioni, della struttura industriale e della capacità di diversificazione delle forniture. L’Italia, per composizione produttiva e storica esposizione all’import energetico, è tra i Paesi più vulnerabili.

Ed è proprio questa asimmetria a rendere ancora più coerente il ricorso all’articolo 26: non una sospensione omnibus per tutti, ma una risposta mirata per chi subisce uno shock più intenso. La nuova governance europea, se vuole essere credibile, dovrebbe saper distinguere tra crisi generali e crisi differenziate.

L’impatto economico del caro energia è noto. Sul lato dell’offerta comprime i margini industriali, riduce competitività, rinvia investimenti, accelera processi di deindustrializzazione. Sul lato della domanda erode il reddito reale delle famiglie tramite bollette, carburanti e rincari diffusi su tutta la filiera della distribuzione. Il risultato è una combinazione tossica di crescita debole e inflazione importata che la sola politica monetaria non può neutralizzare.

Il vero punto critico riguarda però la governance europea. La formulazione dell’articolo 26 lascia alla Commissione europea ampi margini discrezionali nel valutare se le condizioni richieste sussistano e se la deviazione debba essere autorizzata. Sotto il profilo tecnico, l’Italia dispone oggi di argomenti robusti. Sotto il profilo politico, tutto dipenderà dalla volontà di Bruxelles di interpretare la norma in modo sostanziale e non notarile.

I precedenti dimostrano che questa elasticità esiste già. Quando il tema è stato il rafforzamento della difesa, numerosi Stati membri hanno ottenuto rapidamente spazi fiscali e trattamenti favorevoli per la spesa militare. Se la flessibilità è stata possibile per gli armamenti, sarebbe difficile negarla di fronte a una crisi che colpisce famiglie, occupazione e sistema produttivo.

L’Italia, inoltre, può presentarsi al tavolo europeo con credibilità rafforzata. Il rapporto deficit/PIL effettivo è oggi pari al 3,07%, arrotondato per convenzione al 3,1%, dopo un percorso di rientro particolarmente significativo dall’8,1% del 2022. Si tratta di una correzione rilevante, che certifica disciplina di bilancio e capacità di consolidamento. Proprio per questo, l’eventuale destinazione di risorse aggiuntive, in deroga temporanea alle regole ordinarie e limitatamente al contrasto del caro energia, costituirebbe un elemento di rassicurazione per le istituzioni europee e per i mercati: non una fuga in avanti, ma l’uso selettivo e responsabile di spazi fiscali straordinari da parte di un Paese che ha già dimostrato serietà nei conti pubblici.

Per l’Italia il tema è strategico anche per un’altra ragione. Negli ultimi due decenni il Paese ha spesso sperimentato il paradosso di ridurre il deficit senza rafforzare la crescita, con il risultato di peggiorare comunque il rapporto debito/PIL. Perché la sostenibilità del debito dipende non solo dal numeratore, ma anche dal denominatore. E il denominatore si chiama PIL.

Ecco perché una deviazione temporanea, credibile e ben mirata potrebbe risultare non solo compatibile con la prudenza fiscale, ma persino funzionale ad essa. Se indirizzata verso investimenti produttivi, sostegno all’occupazione, riduzione dei costi energetici e rafforzamento della capacità industriale, l’espansione del PIL potrebbe compensare in misura significativa il maggiore disavanzo iniziale. Più crescita significa più gettito, più occupazione, maggiore fiducia e migliore sostenibilità complessiva dei conti pubblici. Talvolta il rigore non coincide con l’austerità: coincide con l’intelligenza economica.

La linea italiana dovrebbe dunque essere netta: non inseguire slogan sulla sospensione del Patto, ma presentare una richiesta formalmente impeccabile di attivazione dell’articolo 26, fondata su dati economici, coerenza giuridica e interesse europeo comune.

L’Europa è davanti a una scelta semplice. Può usare le regole come strumenti per governare la realtà, oppure come alibi per ignorarla. Nel pieno della crisi energetica, l’articolo 26 offre già la soluzione. Se non verrà applicato, il problema non saranno le norme. Sarà la politica.

Antonio Maria Rinaldi, ex membro Commissione ECON del Parlamento europeo

 

 

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