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Il paradosso tutto italiano delle competenze “inutilizzabili”
Il mancato approdo di Federico Freni alla Consob riapre il dibattito sul paradosso italiano delle competenze: perché in Italia l’esperienza politica e istituzionale viene vissuta come un’incompatibilità e quali sono i costi economici per lo Stato.

La vicenda del mancato approdo di Federico Freni alla presidenza della CONSOB, formalmente giustificata con l’opportunità di evitare il passaggio diretto da un incarico governativo a un’autorità indipendente, rivela un problema più profondo e molto italiano: il sospetto verso l’esperienza politica e istituzionale, considerata quasi un elemento di incompatibilità anziché un valore aggiunto.
È una visione che distingue l’Italia da gran parte delle grandi democrazie europee. In Francia e Germania il percorso tra istituzioni politiche, organismi di regolazione, grandi enti pubblici e centri decisionali dello Stato è considerato fisiologico. Chi ha maturato esperienza parlamentare, governativa o europea viene valorizzato proprio in ragione delle competenze acquisite.
In Italia, invece, sembra prevalere un curioso principio contrario: più aumenta l’esperienza istituzionale, più cresce il sospetto.
Eppure la logica dovrebbe essere elementare. Se un governo ritiene una persona adeguata a svolgere il ruolo di ministro, sottosegretario o componente di commissioni parlamentari strategiche, perché quella stessa esperienza dovrebbe improvvisamente trasformarsi in un impedimento nel momento in cui si tratta di guidare un’autorità o una società pubblica?
È difficile sostenere che chi ha affrontato negoziati europei, regolazione finanziaria, dossier economici e processi legislativi sia meno qualificato di figure magari tecnicamente preparate ma prive di esperienza decisionale reale.
Il punto è che in molti Paesi europei si valuta il conflitto di interessi concreto. In Italia, invece, sembra dominare il culto dell’apparenza formale. Conta più evitare la possibile polemica che utilizzare le migliori competenze disponibili.
Il paradosso emerge ancora più chiaramente osservando alcuni casi emblematici. Mario Draghi è stato governatore della Banca d’Italia e presidente della Banca Centrale Europea, cioè il massimo vertice della vigilanza monetaria europea. Nessuno ha ritenuto problematico il suo successivo approdo a Palazzo Chigi. In quel caso, anzi, l’esperienza accumulata nelle istituzioni è stata considerata una garanzia di autorevolezza.
Lo stesso schema si è ripetuto molte altre volte. Mario Monti è stato commissario europeo, poi senatore a vita e infine Presidente del Consiglio. Romano Prodi è stato presidente della Commissione europea ed è tornato alla guida del governo italiano. Paolo Gentiloni, dopo Palazzo Chigi, è stato nominato commissario europeo agli Affari economici. Antonio Tajani è passato dalla presidenza del Parlamento europeo a incarichi di vertice nel governo nazionale. Raffaele Fitto, dopo esperienze ministeriali e parlamentari, è stato chiamato nella Commissione europea. E l’elenco potrebbe continuare a lungo.
In tutti questi casi, l’esperienza maturata nelle istituzioni italiane ed europee è stata considerata qualificante, non certo motivo di esclusione. Anzi, proprio quella continuità di esperienza è stata ritenuta un elemento di garanzia per ricoprire incarichi ancora più delicati.
Ma allora perché il percorso opposto dovrebbe essere visto con diffidenza? Perché l’esperienza maturata nel governo o nelle istituzioni europee dovrebbe diventare incompatibile con ruoli di regolazione, di vigilanza o di società partecipate strategiche ai fini dell’interesse nazionale? La contraddizione è evidente.
Si è così consolidata negli anni una cultura tutta italiana, alimentata anche da interpretazioni sempre più estensive di normative sui conflitti di interesse, nella quale il problema non è più l’esistenza di un conflitto reale, ma persino il rischio astratto che qualcuno possa evocarlo mediaticamente.
Negli altri grandi Paesi europei prevale invece un approccio più pragmatico e meno ideologico: le competenze maturate nelle istituzioni vengono considerate un patrimonio strategico da utilizzare nell’interesse nazionale. E non è un caso che quei sistemi riescano spesso a esprimere una continuità amministrativa, una qualità della classe dirigente e una competitività economica superiori a quelle italiane.
In Italia, al contrario, si continua troppo spesso a rincorrere un moralismo formale che finisce per produrre l’effetto opposto rispetto a quello dichiarato: indebolire lo Stato, impoverire le istituzioni e scoraggiare la formazione di una vera classe dirigente.
Perché una democrazia matura non teme l’esperienza: la utilizza.
Solo in Italia sembra essersi affermata l’idea secondo cui chi ha servito lo Stato ai massimi livelli debba poi essere guardato con sospetto proprio dallo Stato stesso.
Ed è questa la vera anomalia italiana: un Paese che invoca continuamente competenza e meritocrazia, salvo poi diffidare delle competenze maturate nei luoghi dove quelle competenze si formano davvero.
Alla fine, il rischio è che il rigorismo dell’apparenza sostituisca il pragmatismo del risultato. E quando uno Stato preferisce il formalismo alla qualità della propria classe dirigente, non rafforza le istituzioni: le rende semplicemente più deboli.
Antonio Maria Rinaldi







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