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Il paradosso di Detroit: le auto cinesi non viaggiano sulle autostrade americane, ma sono già nel motore delle sue auto

Analisi drammatica del mercato: l’America chiude i confini alle auto elettriche cinesi, ma Pechino conquista i motori. L’invasione silenziosa nei cofani di Ford e GM che i dazi non possono fermare.

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La politica americana ha eretto un muro contro le auto elettriche e a combustione di origine cinese, con dazi imponenti, del 100% sui modelli BEV. L’obiettivo è chiaro e pienamente logico dal punto di vista industriale: evitare che una marea di veicoli a basso costo distrugga le fondamenta di Detroit. L’Europa ha già scelto la strada di una forte deindustrializzazione e dell’apertura del proprio mercato, sacrificando il proprio settore automotive, ma gli Stati Uniti cercano di difendere la loro base produttiva. Una nazione senza una forte industria manifatturiera fatica a difendersi, perché le stesse linee di montaggio dei camion devono poter costruire mezzi pesanti militari in caso di conflitto.

Eppure, se si solleva il cofano delle auto americane, la realtà è molto diversa, molto pià mfavorevole a Pechino:  le auto con il marchio cinese non si vedono sulle autostrade statunitensi, ma i loro componenti sì. Secondo un recente rapporto del Wall Street Journal, basato sui dati della società di consulenza AlixPartners- Beryls, si assiste a una vera e propria invasione silenziosa: airbag, trasmissioni, motorini di avviamento e sistemi di sterzo provengono sempre più spesso dall’altra parte del mondo.

I numeri sono evidenti:

  • Le aziende cinesi possiedono quote di proprietà in circa 10.000 aziende fornitrici in tutti gli Stati Uniti, per cui sono ormai una componente essenziale della catena logistica negli USA.
  • Questa profonda integrazione è diventata un serio problema per la sicurezza nazionale, specialmente per la nuova amministrazione, che punta a separare le catene di approvvigionamento strategiche dall’Asia.

Michael Dunne, amministratore delegato di Dunne Insights, ha riassunto la situazione in modo perfetto, notando come la Cina sia ormai profondamente integrata nell’industria automobilistica. Di fatto, chiudendo la porta ai veicoli finiti, i produttori cinesi sono semplicemente entrati dalla finestra della componentistica.

Ecco alcuni esempi pratici che dimostrano come anche i marchi più iconici dipendano dall’estero:

  • Ford Mustang GT: il simbolo per eccellenza della potenza americana utilizza una trasmissione manuale a sei marce prodotta in Cina.
  • Toyota Prius (ibrida plug-in): circa il 15% dei suoi componenti arriva dal mercato cinese, anche se è costruita negli USA.
  • General Motors (Chevrolet Trax, Blazer EV, Equinox EV): contengono in media circa il 20% di parti cinesi.

Il problema non riguarda solo i grandi costruttori finali, ma l’intera piramide della produzione. L’industria si basa su una lunga catena di subappalti. Se è facile controllare da dove arriva un cruscotto finito, diventa molto difficile tracciare ogni singola vite, sensore o microchip nascosto nel cuore del sistema frenante. Questa complessa rete ha permesso all’industria di Pechino di ramificarsi, offrendo prodotti a basso costo e di ottima qualità.

Negli ultimi anni le case automobilistiche hanno cercato di ridurre questa dipendenza. Tesla ha chiesto ai suoi fornitori di eliminare le parti cinesi dai veicoli costruiti in America, e General Motors dichiara che la Cina rappresenta ormai meno del 3% della sua spesa diretta per i materiali. Nonostante questi tentativi,  ci sono ancora almeno 40 modelli in vendita negli USA con livelli di componenti cinesi ritenuti eccessivi dal governo, e spesso non è facile trovare forntiori alternativi interni.

Negli ultimi quindici anni Pechino ha conquistato fette enormi del mercato in modo del tutto razionale: offrendo componenti efficienti quando i produttori americani cercavano disperatamente di ridurre le spese. I dati di AlixPartners sono eloquenti: nel 2012 solo un’azienda cinese era tra i primi 100 fornitori di auto al mondo. Si prevede che diventeranno 22 entro il 2030. Un tempo si evitavano i fornitori asiatici per paura di una cattiva qualità; oggi quel problema è ampiamente superato, anzi diventa difficile evitarli.

La reazione politica è forte. Oltre 50 deputati repubblicani hanno scritto al Tesoro e al Commercio per chiedere di bloccare la produzione di aziende cinesi di auto e batterie sul suolo americano. La mossa per ricostruire la rete di fornitori locali si avvicina, ma la transizione costerà molto in termini di tempo e investimenti, con il rischio poi che le auto americane costino troppo e non siano competitive. La Cina, anche se ostacolata formalmente, ha dimostrato di saper penetrare i mercati in modo pragmatico e quasi invisibile, diventando indispensabile proprio dove non la si può vedere.

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