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Il paradosso cinese: mentre il mondo trema per l’inflazione, Pechino affonda nel gelo dei consumi. È allarme domanda?

Mentre il Medio Oriente infiamma i costi energetici nel resto del mondo, in Cina l’inflazione e i prezzi industriali crollano sotto le attese. Un paradosso economico che nasconde una profonda crisi dei consumi interni e delle vendite.

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Il Medio Oriente brucia e le tensioni nell’area dello Stretto di Hormuz spaventano i mercati energetici globali. Eppure, la Cina mette a segno un risultato economico sconcertante. I prezzi al consumo e quelli alla produzione sono in netto calo. È il sintomo d’allarme di un motore economico interno che gira a vuoto.

I dati ufficiali di luglio fotografano una realtà inattesa. L’indice dei prezzi al consumo (CPI) è sceso allo 0,5% su base annua, frenando dal 1,0% di giugno. Un valore nettamente inferiore alle stime degli analisti, che attendevano un 0,8%. Ecco il relativo grafico da Tradingeconomics:

Su base mensile, i prezzi al consumo sono persino arretrati dello 0,1%.

Variazione inflazione mese su mese

I prezzi degli alimentari continuano a scendere per il quarto mese di fila (-1,5%). A pesare è soprattutto il crollo della carne suina, spinto da un’offerta abbondante a cui non corrisponde un’adeguata voglia di comprare.

Ancora più significativo è il dato sui prezzi alla produzione (PPI). L’aumento si è fermato al 3,5% su base annua, in netta discesa rispetto al 4,1% del mese precedente. L’indice dei prezzi industriali è sceso a 102,70 punti.

Prezzi industriali alla produzione

Il dato sorprende perché avviene in un contesto internazionale infuocato. I costi dei trasporti e dell’energia spaventano le economie occidentali, ma in Cina la spinta inflazionistica esterna viene inghiottita da una domanda interna quasi paralizzata.

Pechino ha saggiamente ridotto il ritmo degli acquisti di greggio. Ma la vera causa del calo dei prezzi non è la prudenza energetica. Il problema reale risiede nelle fabbriche cinesi.

L’apparato industriale continua a produrre a ritmi sostenuti, orientato alle esportazioni. Tuttavia, i beni finiti rimangono spesso invenduti nei magazzini domestici.

  • Le famiglie cinesi non spendono a causa della crisi immobiliare che dura da anni.
  • La precarietà del mercato del lavoro blocca i consumi secondari.
  • Le aziende si fanno una spietata “guerra dei listini” per strapparsi clienti a vicenda.

Questa feroce competizione al ribasso abbassa i prezzi, ma distrugge i margini di profitto. Le imprese vendono a costo di fabbrica pur di non chiudere. Nel vertice di fine luglio, i vertici del Politburo hanno promesso di accelerare la spesa pubblica per infrastrutture già a bilancio. L’obiettivo dichiarato è frenare la guerra dei prezzi e stimolare i consumi interni.

Tuttavia, le misure fiscali non hanno un effetto immediato. Gli economisti stimano che i primi risultati concreti sulla spesa si vedranno solo tra tre o quattro mesi. Nel frattempo, gli ordini industriali calano sia nei rilevamenti ufficiali sia in quelli privati. Senza un sostegno diretto al reddito dei cittadini, far costruire altre opere pubbliche rischia di aumentare solo la capacità produttiva inespressa.

Il quadro attuale solleva una domanda inevitabile per gli equilibri globali: se neanche gli shock geopolitici riescono a far salire i prezzi cinesi, quanto è davvero debole la domanda globale e interna? Il rischio è che la seconda economia del mondo stia scivolando in una spirale di stagnazione che le sole esportazioni non potranno curare all’infinito, anche perché l’Europa non riesce più a far crescere le proprie importazioni.

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